Il ritorno a Trieste dopo la morte del padre rappresenta per Alma, giornalista cinquantenne, una sorta di viaggio a ritroso nella memoria, alla ricerca delle proprie incerte radici. È figlia di una triestina, collaboratrice di Basaglia alla "città dei matti" e di uno slavo, che svolge imprecisati incarichi "di là", oltre confine, dove sparisce per lunghi periodi, al servizio del maresciallo Tito, che diviene, per Alma, una figura mitica della sua infanzia. Divisa fra l'amore per il padre, che le ha insegnato a fidarsi della geografia più che della storia e le ha trasmesso il valore della libertà, e quello per i nonni materni, simboli dell'equilibrio borghese e dell'ordine asburgico, che la indirizzano alla stabilità e alla chiarezza, Alma è una sradicata, non solo estranea alla sua città, in cui torna come un'ospite alloggiando in una stanza d'albergo, ma fuori posto ovunque, anche a Roma, dove abita in una dimensione di non appartenenza e solitudine intellettuale. Alma infatti è diversa, perché porta in sé le profonde cicatrici di una guerra orribile e sanguinosa, che si è combattuta alle porte della sua città quando lei era poco più che ventenne, e che non ha vissuto come altri dal divano di casa, ma direttamente sulla propria pelle, mettendosi in gioco in prima persona e andando incontro a una lacerazione di sè, delle proprie certezze e dei propri affetti, una guerra che ha segnato il destino suo e di Vili, l'amico/amante di tutta la vita, separandoli in modo apparentemente irreparabile.
Ma questo lungo viaggio alla ricerca di sé si conclude in modo inaspettato e tale da ribaltare la storia e ricomporre le fratture: la memoria è una scatola misteriosa e questo finale, in parte a sorpresa e consolatorio, è proprio la parte che mi è piaciuta di meno, insieme allo stile narrativo, che ho trovato a volte troppo intimista e lirico e sbilanciato nel focalizzarsi su Alma a discapito degli altri personaggi.