Sardegna, inizio ‘900. Siamo a Barunei (in realtà Baunei) piccolo paese sulla costa orientale dell’isola, durante la vigilia della festa di san Basilio.
La situazione economica dei Decherchi non è delle più rosee.
La famiglia è di antiche e nobili origini, possiede ancora alcuni poderi ma oramai è oberata dai debiti. Per avere ancora qualche soldo, i Decherchi, sono costretti a prendersi cura di Zio Zua, un lontano parente ricco, vecchio e malato d’asma, che in cambio delle cure di cui necessita paga un contributo in denaro alla famiglia. Zio Zua, però, è un rompiscatole, si lamenta in continuazione di tutti i membri della famiglia: le sue lagnanze hanno come obiettivo principale Paulu e Annesa (Anna), la protagonista del romanzo deleddiano.
Annesa è una giovane donna di poco più di trent’anni; abbandonata quando era piccola, è stata adottata dai Decherchi. È proprio lei che si prende cura del vecchio malato di cui tutti aspettano la morte per riceverne l’eredità. Annesa è una bella donna, con capelli biondi, innamorata follemente (ricambiata) di Paulu, giovane vedovo, l’ultimo discendente dei suoi benefattori.
Per questa folle passione, per salvare il suo amato e la sua famiglia dai debiti è disposta a fare tutto…
L’autrice sarda ha una prosa armoniosa e nitida, che fanno scorrere le pagine velocemente quando seguiamo la storia di questa donna che si sente incaricata del compito di riparare i danni causati da Paulu ai suoi parenti.
Paulu è un debole, vigliacco, incapace, che ha passato anni della sua vita a bighellonare, a sperperare il denaro di famiglia e ad indebitarsi con gli strozzini per continuare a fare la bella vita. Rappresenta la decadenza delle ricche famiglie di proprietari terrieri che non sanno rinnovarsi ma si ripiegano su loro stessi e muoiono. Proprio come fa l’albero quando è soffocato dall’edera.
Annesa, è orfana, bella, intelligente, gran lavoratrice, piena di riconoscenza e d’amore per i suoi benefattori, con un gran bisogno di essere amata; si aggrappa alla famiglia come l’edera fa con un tronco, con un muro o con qualsiasi altro sostegno, e per loro arriva a compiere perfino un delitto. Per lei, da quel momento in poi, c’è sola la fuga, il tormento, il rimorso ed infine l’espiazione della propria colpa.
Grazia Deledda disegna i personaggi del romanzo molto bene, approfondisce la loro psicologia e molto spesso gli slanci dell’animo umano riflettono i fenomeni della natura.
La natura è anch’ella un personaggio del libro.
L’autrice pennella con passione le affascinanti descrizioni del paesaggio sardo; un paesaggio arido, aspro, duro, selvaggio. Una Sardegna con i suoi boschi di lecci e di querce, il vento che agita le vesti, l’odore del mirto e d’altre piante spontanee e poi i suoi monti di granito che scendono sino al mare per aprirsi improvvisamente e rivelare un mare color zaffiro. Un paesaggio che accompagna e partecipa alla disperazione della protagonista del libro. Queste sono tra le pagine più belle della narrazione.
Un romanzo duro e intenso che ci parla dell’inevitabilità del destino, di come l’amore da solo non basti a salvare le persone dalle loro azioni. Coinvolgente ed appassionante, non si può non soffrire con Annesa, quando si rende conto di aver commesso il delitto, vive l’inferno della paura e il tormento per i peccati compiuti, e la necessità del castigo e dell’espiazione. Il tutto è scritto in maniera esemplare che sembra di entrare nella vicenda e di essere nella grotta con Annesa.
Un libro melanconico, fatalista, intenso, appassionante, scorrevole e piacevole, mai pesante.
Una scrittrice dalla penna splendida, dal linguaggio fresco e accurato che permette di “vedere” la vicenda narrata.
Questo, per me, è stato il primo libro della scrittrice sarda ed è stata una vera scoperta.
Non sgridarmi, Paulu mio, cuore mio caro, non sgridarmi; tu l’hai già detto una volta, che io sono come l’edera; come l’edera che si attacca al muro e non se ne distacca più, finché non si secca.