La prima sorpresa che arriva da questo libro di Céline viene dal colpo d’occhio sulla pagina: mancano affatto i puntini di sospensione; non che ce ne siano pochi: non ce ne sono proprio. Non so niente di tecnica letteraria céliniana, ma ne deduco che Céline li aggiungeva nella redazione finale. Questo testo infatti è una raccolta di abbozzi per un romanzo di cui, a quanto pare, poteva far parte anche Casse-pipe, che ne avrebbe costuituito l'inizio; solo che il Casse-pipe che leggiamo da molti anni è un torso sì, ma curato da Céline e venuto alla luce quando Céline era ancora vivo. Questi estesi frammenti furono invece rubati dall’appartamento dello scrittore francese dopo il suo repentino abbandono di Parigi durante la Seconda Guerra Mondiale, senza poi tornare più a galla sino a qualche anno fa; infatti, a quanto pare, chi sottrasse i manoscritti in questione se li tenne nascosti per parecchi decennî; solo di recente gli eredi li hanno fatti saltar fuori, sevendosi della mediazione d'un giornalista; è da credere che in effetti non posseggano molto interesse a uscire dall'anonimato: ché, se nel ’44 il trafugare le carte di Céline poteva significarne la salvezza e la preservazione a futura memoria, il non riconsegnarle all’autore, che poi a Parigi tornò e visse parecchi anni, e neppure alla vedova, che gli sopravvisse la lungo ed è morta da poco ultracentenaria, resta un puro e semplice reato. L'editore allega inoltre parecchie immagine fotografiche delle pagine originali, scritte a penna, forse per evitare che i maligni sospettino di profittevoli falsificazioni céliniane: il mondo è pieno di gente sospettosa. Ma che dire di questo Céline senza puntini di sospensione? Anzitutto, si nota subito che, quantunque il filo narrativo esista e vada pure avanti per parecchie pagine, i personaggi a volte mutano carattere o nome (soprattutto il commilitone Bébert – come il gatto dello scrittore – che di nomi anzi ne cambia parecchi), qua e là s’inseriscono frasi non coerenti col resto, le quali preludevano probabilmente a digressioni o sviluppi paralleli, e anche i dettagli o le vicende a volte si contraddicono: insomma, non si tratta d’uno schema o d’un canovaccio, ma indubbiamente d’un brogliaccio narrativo da rivedere in profondità, da tagliare, da ricucire, da rendere coeso. Anche la durezza, la cattiveria, la conturbante volgarità di certi passi colpiscono, e non sempre favorevolmente: ne deduco che lo scrittore lavorava molto di scalpello e di lima sul materiale grezzo delle prime redazioni, non per edulcorarlo, ma per trasformarne quest’acredine informe, biliosa, diciamo pure poco artistica, nella comicità stralunata e sghemba, nel sarcasmo imprevedibile, nell’umorismo nero, indiavolato e beffardo, nella musicalità dissonante ma vertiginosa e divertentissima del Céline quale lo conosciamo nei suoi capolavori, che qua invero tralucono già, ma solo a tratti. Guerra, quindi, è Céline e non è Céline: se ne può inferire che il dottor Destouches non componeva di getto, a lavorava molto sui suoi abbozzi; come sempre quando sono pubblicati gli scritti ancora grezzi di grandi autori, soprattutto se appunto avvezzi a rielaborare, riscrivere, rifare in profondità, non è possibile valutarne l’esito alla stregua di opere nella stesura definitiva; ma occorre accontentarsi di ammirare il molto di buono che già si legge così: e questo Céline dimidiato è, in ogni caso, un Céline davvero gustoso.