È la notte di Capodanno del 1960 e, in un lussuoso appartamento affacciato sul parco del Valentino, un gruppo di persone siede attorno a un tavolo. L’aria è quasi elettrica e nessuno osa emettere un fiato. Aspettano l’inizio di quelli che il padrone di casa chiama «esperimenti» ma che per chi è lì hanno un valore inestimabile, metafisico, soprannaturale. Gustavo Rol ha l’eleganza garbata e poco esibita di chi cammina con naturalezza in qualunque stanza del mondo, e il pubblico pende dalle sue labbra. Solo un uomo lo guarda con sospetto, è sicuro che ci sia un trucco e vuole svelarlo. Nino Giacosa è un uomo rotto, in dai debiti di gioco, dai fantasmi della disfatta di El Alamein, da Miriam, la donna che ha amato. Da sé stesso. Dopo tanti sogni infranti, tuttavia, ha trovato qualcosa che può riempire il vuoto della sua una storia. La storia che sta scrivendo giorno e notte nella squallida stanza di una pensione è quella di un grande imbroglio, celato dalle mani sapienti di un illusionista. Ed è con questo atteggiamento scettico, l’occhio attento a ogni dettaglio, che Nino inizia a partecipare alle serate di Rol. Ma tra i due uomini, all’apparenza così diversi, si crea presto una complicità imprevista. E nelle passeggiate attraverso una Torino gelida e impenetrabile, Rol racconta a Nino la propria vita, il «dono» che ha scoperto grazie a un polacco conosciuto a Marsiglia, gli studi e lo scoramento all’idea di essere ammirato ma mai compreso.
Con la sua capacità fuori dal comune di rendere l’essenza di personaggi storici attraverso la lente romanzesca, Francesca Diotallevi ci incanta e ci ipnotizza, ponendoci interrogativi di fronte ai quali anche l’anima più razionale vacilla. Come solo chi padroneggia la magia della scrittura sa fare.
Questo romanzo è un omaggio a Gustavo Rol: l’ultimo grande sensitivo italiano. L’intento dell’autrice non è quello di svelare il mistero attorno alla sua figura e alla sua presunta magia, perché non è possibile farlo, ma ci offre uno scorcio molto interessante della sua vita e ci rende partecipi della sua filosofia. Inizialmente sono rimasta un po’ spiazzata dal fatto che il protagonista del romanzo non è Rol, è un altro uomo, un personaggio di fantasia molto scettico sulle pratiche spirituali, che per caso si ritrova ad una serata a casa di Rol e che non crede nelle sue doti, e sarà interessante scoprire se se la sua idea nei confronti di Rol cambierà e perché. Nella storia vengono sapientemente mescolati eventi del tutto romanzati con altri che provengono da fonti documentate su episodi veri della vita di Rol, riportando anche sue affermazioni e frasi veramente pronunciate e riportando piuttosto fedelmente anche la descrizione degli esperimenti che avvenivano durante le sue serate. Un romanzo dalla grandissima atmosfera gotica e fumosa e scritto con uno stile stupendo. Prima di leggere questo libro non conoscevo Rol e ne sono rimasta affascinata, avrei voluto saperne ancora di più. 4,5★
A tenere in piedi questa storia, forse a tratti un po' banale, c'è però la scrittura di Francesca, quella sì in grado di compiere magie e di ammaliare, unico motivo per cui questo libro non è finito nella pila degli abbandonati a cui non dare una seconda occasione. Commoventi le ultime pagine, che con un salto in avanti di oltre trent'anni, ci raccontano cosa ne è stato dei tre personaggi principali di questa storia. Il cuore si stringe un po', ma non a sufficienza per far sì che questo romanzo rientri nel novero degli indimenticabili, forse colpa anche di tutti quei refusi che ormai sono abitudine consacrata dell'ultimo anno di pubblicazioni Neri Pozza.
Uno scrittore frustrato senza idee fugge da Roma per tornare nella natia Torino. I debiti e la precarietà della sua vita, lo portano a chiedere ospitalità a una coppia di vecchi amici, Giorgio e Miriam.
I tasti della Remington rimangono lucidi, testimoni silenziosi di una carenza di idee che sembra inseguire Nino Giacosa.
È il 1959 e Torino vive avvolta dall’abbraccio della nebbia, così come Nino è stretto dalla morsa dei ricordi di una guerra che lo hanno privato della voglia di vivere e della possibilità di amare Miriam, che ora appartiene a un altro uomo.
Proprio la distanza da Miriam unita alla necessità di osservarla nella sua quotidianità, lo porterà nella casa di Gustavo Rol, un uomo che non ama definirsi mago ma che, nel suo appartamento, intrattiene pochi intimi con “esperimenti” che annullano tempo, spazio e qualsiasi logica materiale.
Nino è scettico e affascinato allo stesso tempo, rimane folgorato da ciò che avviene nell’appartamento di Via Pellico e intanto cerca una spiegazione razionale a quegli stessi avvenimenti, tanto da decidere di scrivere un libro a cui lavorerà per trent’anni.
Inizia, da quella prima sera in via Pellico, un rapporto anomalo tra uno degli uomini più misteriosi di Torino, abituato a circondarsi di gente altolocata, e uno scrittore mediocre e scapestrato.
Parole, pranzi e passeggiate accompagnano i due, unendosi alle celebri serate nell’appartamento di Via Pellico dove Rol esegue i suoi esperimenti e dove invece Nino cerca di dare una risposta razionale a eventi che lo affascinano ma allo stesso tempo lo fanno sentire raggirato.
Gustavo Rol è una figura che porta con sé più domande che risposte; è innegabile però quanto attorno alla sua figura ruotino ancora fascino e curiosità.
“L’ultimo mago” romanza la sua vita attraverso le vicende di uno scrittore sospettoso ancorato alla razionalità che vede la sua quotidianità cambiata da questo incontro da cui però emergerà profondamente cambiato per il resto della sua esistenza.
La narrazione di Francesca Diotallevi è limpida e avvolge il lettore, così come la trama ammalia e conquista, completata da frasi profonde e una Torino che sembra di poter assaporare in un’astratta passeggiata.
Un romanzo seducente che narra i fatti riempiendo l’ignoto attraverso l’incanto di una vita avvolta dal mistero che, tutt’oggi, lascia ai posteri la chiave di lettura per provarne a comprendere le sfumature.
Affascinante ed evocativa la penna dell’autrice, in grado di trasportare il lettore in una Torino nebbiosa ed enigmatica, ma la storia non mi ha proprio catturato, così come 3 personagg3, che mi sono sembrat3 fredd3 e abbozzat3.
Nino è uno scrittore in crisi, sempre alla perenna ricerca di una storia, di qualcosa da scrivere. D'altronde, la sua vita non è stata facile: rinchiuso in un campo di prigionia in India, dopo la cattura in Africa, Nino torna e non sa dove andare e, soprattutto, come fare a sopravvivere in quell'Italia che sembra tanto diversa da quella che ricordava. Ed è qui che vengono in soccorso due amici, Miriam e , ai quali Nino è rimasto sempre legato, soprattutto alla donna che, già alle prime pagine, sembra essere molto di più di un'amica e che lo conduce da Augusto Rol; un personaggio misterioso che trasforma un due di picche in un asso di cuori, che riesce a parlare con Monet per fargli fare un quadro. Al di là del misticismo, Francesca Diotallevi racconta una storia che oscilla tra umano e mistero, tra amore e odio e tra rassegnazione e rinvicita ambientata in una Torino mistica, poco idealizzata e umana. L'ultimo mago, ispirato a un personaggio realmente esistito, intreccia biografia e narrativa e lo fa con il respiro dei romanzi avvicinenti, non lasciando mai la mano del lettore.
2,5 Sarò una voce fuori dal coro, ma a me questo libro non è piaciuto. Si parla di Gustavo Rol, sensitivo realmente esistito, attraverso il protagonista del romanzo, Nino Giacosa, e la sua storia, anche e soprattutto d'amore. Molte storie e molti personaggi, ma nessuna sviluppata pienamente secondo me. Ho trovato anche dei dialoghi molto banali, in particolare quelli tra Nino e Miriam. Il pregio di questo libro è che mi ha fatto scoprire una figura che non conoscevo, ed è l'unico motivo per il quale ho deciso di finirlo e non abbandonarlo.
Non conoscevo la figura di Gustavo Rol, "l'ultimo mago", a cui è dedicato questo romanzo. La prosa è scorrevole, si autoalimenta col mistero di questa figura nel contesto di una Torino, per sua definizione, "città del magico" e grazie alla necessità che infine ciascuno di noi ha di non ricercare spiegazioni per tutto e al tempo stesso di farlo.
Francesca Diotallevi ne L’ultimo mago ci porta a scoprire una personalità controversa: Gustavo Rol. Sensitivo, mago o semplice illusionista? Un mistero che rimarrà irrisolto ma su cui Diotallevi riesce a costruire, in una Torino esoterica e sfuggente, un romanzo che affascina. Numerosi sono gli uomini e le donne illustri passate dal soggiorno di Rol e tra questi c’è anche Nino Giocosa: uno sfortunato scrittore di sceneggiature in cerca di una rivincita. Insieme a lui scopriremo il valore della magia, nel senso più puro del termine, grazie anche alle parole di un Mago con un’assistente particolare. Infatti il capitolo dedicato al Mago Cornelio (la scelta del nome non è casuale: è un omaggio dell’autrice all’oca del Giardino botanico di Torino che è diventata una vera e propria mascotte e influencer) è a mio parere il punto centrale del libro ma anche del mondo legato all’arte. L’ho trovato di una bellezza abbagliante. È difficile rimanere disincantati dagli esperimenti di Rol e, per magia, anche da questo libro. L’ultimo mago ci spinge a cercare ulteriori nuove informazioni su Rol e a volerne sempre di più: forse è per via dello spirito intelligente che aleggia su questo manoscritto? Chissà…
Quattro ⭐️ a questo romanzo solo perché amo follemente la scrittura di Francesca Diotallevi. Quello che voglio dire è che avendo letto i suoi romanzi precedenti questo mi lascia addosso una sensazione di incompiutezza, di nebulosità, che non so se è voluta dalla scrittrice oppure è una sensazione mia personale.
La figura di Gustavo Rol, chiaramente, non poteva approfondirla maggiormente senza prendere una posizione piuttosto che un’altra nei confronti di questa figura torinese scomparsa da troppo poco tempo per poterla analizzare senza scadere in dibattiti sgraditi. Quindi,per come affronta la questione non ho da dire niente, anzi! Mi dispiace però per come costruisce i personaggi che costituiscono la parte romanzata del libro. Sono tutti un po’ lasciati li, senza costruzione, senza approfondimento. Sono tutti superficiali. O almeno a me è sembrato così.
Le 3 stelle vanno argomentate in questo caso. -5 stelle per Francesca Diotallevi: una scrittura poetica ed evocativa. Una bellissima scoperta nel panorama italiano -4 stelle per la storia di Gustavo Rol: verità o finzione, mago o impostore. Giusto lasciare il dubbio -1 stella per la storia di Nino/Miriam: troppo scontata e banale per aver senso di stare in questo romanzo.
C’è qualcosa di estremamente sottile e struggente in L’ultimo mago di Francesca Diotallevi. È un romanzo che non grida mai, che si muove in silenzio, tra le pieghe della pioggia e le ombre delle cose non dette. Ho amato profondamente la delicatezza con cui l’autrice racconta questa storia: ogni parola sembra pesata con cura, come se potesse spezzarsi al minimo tocco, eppure porta con sé un’intensità che resta addosso.
Avendo vissuto a Torino per dieci anni, ho trovato conforto e riparo nella sua descrizione: una Torino cupa, umida, attraversata dalla nebbia che non solo vela le strade ma anche i ricordi, i segreti, le identità. Una città che si svela piano piano, come fanno i personaggi, e che diventa essa stessa presenza viva, malinconica, stregata. Non c’è niente di decorativo in questa atmosfera: è sostanza narrativa, è umore e ritmo, è la pelle della storia.
Diotallevi riesce a mantenere una tensione emotiva costante senza mai forzare la mano, affidandosi più ai silenzi che alle azioni. La magia, qui, non è fatta di effetti speciali: è fatta di sguardi, di parole sussurrate, di ciò che si perde e di ciò che resta. Un incanto sommesso, che non cerca di stupire ma piuttosto di insinuarsi, lentamente, nel lettore.
Un libro che ti rimane tra le dita come la nebbia del primo mattino: impalpabile, eppure reale.
«Ho capito che certi misteri devono restare tali. E non perché svelandoli si rischia di svalutarli. Vede, ho passato gli ultimi decenni convinto che dietro ogni cosa ci fosse sempre il trucco. Come al cinema, come a teatro. La nobile arte della finzione... ma ora vorrei aver vissuto diversamente. Vorrei essermi lasciato andare alla meraviglia e all’incanto delle cose che non si possono spiegare, perché senza questo cosa resta, di una vita? Nient’altro che la realtà. E a chi basta, la realtà?»
4,75 ⭐
Non ho dato 5 perché è il primo romanzo di F. Diotallevi e mi è piaciuto moltissimo, ma ho sempre dato il max a calibri più che importanti e noti.
Brava, Diotallevi, davvero brava! Una scrittura cristallina, una storia avvincente, un personaggio, Gustavo Rol, che non conoscevo e che mi ha intrigato perché l'autrice mette al centro il complicato connubio tra verità e magia, tra scienza e falsità che da sempre mi affascina. Consigliato anche perché scorrevole e non infarcito di tutte quelle manie tipiche della narrativa italiana che tendono a stupire e invece vanno a ingarbugliare la storia. Lessico perfetto, stile chiaro e pulito, nulla da eccepire. Adesso voglio recuperare i suoi precedenti per averne conferma.
"Ho capito che certi misteri devono restare tali. [...] ho passato gli ultimi decenni convinto che dietro ogni cosa ci fosse sempre il trucco. [...] ma ora vorrei aver vissuto diversamente. Vorrei essermi lasciato andare alla meraviglia e all'incanto delle cose che non si possono spiegare, perché senza questo cosa resta, di una vita? Nient'altro che la realtà. E a chi basta, la realtà? [...] Avrei dovuto lasciar spazio all'imprevisto e all'inspiegabile, e restarne sbalordito. Credere che “ci sono più cose tra cielo e terra” di quante la scienza potrà mai spiegare, e convincermi che la vita non sia tutta qui, che quel che vediamo sia solo un'insignificante porzione di quel che ci circonda. Comprendere che una vita acquista senso solo se può contare su una certa dose di incanto, di prodigio. Di meraviglia."
Messaggio splendido, prosa eccelsa, atmosfere magiche e incantevoli. Molto toccante la descrizione della sentimento tra Nino e Miriam, che onestamente avrei approfondito ulteriormente. Questa lettura, infatti, è stata troppo breve per i miei gusti, ma non solo: mi sarei aspettata qualche colpo di scena in più. Preferisco decisamente la Diotallevi romanziera a quella "biografa", nel senso che mi attraggono più le sue storie con protagonisti tratti dalla sua immaginazione piuttosto che dalla realtà storica.
Ora state cercando il segreto ma non lo troverete, perché in realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo. Voi volete essere ingannati.
The Prestige
Stupefacente. Se siete amanti delle illusioni e degli spettacoli di prestigio, allora potete capire quanto potere ci sia in un aggettivo del genere. Tutto il libro, in fondo, non è nient'altro che questo: un lungo trucco di magia che tiene col fiato sospeso per la totalità della sua durata. Solo che in questo caso magia e realtà si mescolano in modo irrimediabilmente inscindibile. Perché Gustavo Rol è esistito davvero, e ha fatto la maggior parte delle cose raccontate nel libro. Come, o perché, beh, questo resta un mistero. Uno di quelli verso cui ingaggiare le proprie notti. Sarà che sono sempre stata una facile vittima del fascino misteri, perché mi attira tutto ciò che vive sul confine, tutto cio che non si puo spiegare fino in fondo, ma solo accettare per quello che è; sarà che Diotallevi si è dimostrata una prestigiatrice di parole abile tanto quanto il protagonista di questa storia, ma il trucco, alla fine, è riuscito. E io resto qui ad applaudire, stupefatta.
Ho capito che certi misteri devono restare tali. E non perché svelandoli si rischia di svalutarli. Vede, ho passato gli ultimi decenni convinto che dietro ogni cosa ci fosse sempre il trucco. Come al cinema, come a teatro. La nobile arte della finzione... Ma ora vorrei aver vissuto diversamente. Vorrei essermi lasciato andare alla meraviglia e all'incanto delle cose che non si possono spiegare, perché senza questo cosa resta, di una vita? Nient'altro che la realtà. E a chi basta, la realtà?
4- - Francesca Diotallevi mi ha stupita per la sua capacità di scrittura. Non leggo quasi mai autori italiani contemporanei, ma sono stata attratta dalle tante recensioni positive e devo dire che non sono rimasta delusa. Non é tanto un romanzo di trama quanto un romanzo d'atmosfera e la Diotallevi con la sua scrittura molto immaginifica ci trasporta nella Torino del secondo dopoguerra ed in particolare negli ambienti della medio-borghesia, in cui si trovava a mettere in scena i suoi esperimenti Gustavo Rol. Molto interessante il modo in cui viene trattata la magia senza arrivare a dare un giudizio ma ribadendo semplicemente la bellezza del mantenere il mistero. La storia tra i protagonisti non brilla per la sua originalità ma é ben calata nel contesto.
Di questa autrice avevo già letto “Dentro soffia il vento” uno dei più bei romanzi che abbia mai letto, ma qui non siamo assolutamente allo stesso livello. Non deve essere facile accostarsi a un personaggio noto come Gustavo Rol ritraendolo in una narrazione “priva di giudizio”, ma la l’intreccio e i personaggi della storia non mi hanno proprio convinta
Un ottimo libro che svela un personaggio a me ignoto fino a poco fa. Un mix di magia e finzione, credenza e repulsione. Due uomini, totalmente diversi tra loro, che si ritrovano ad essere molto vicini, nonostante le loro divergenze. Sullo sfondo una storia d’amore e qualche aneddoto su Torino e i suoi illustri cittadini.
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Letto in cartaceo nel 2024 é un fantastico omaggio a figura molto enigmatica e controversa nel torinese nella prima metà del 900. L’ambientazione nella Torino del periodo sotto il regime fascista impreziosisce ancora di più il romanzo che già di per sé si beve! Imperdibile!
è convincente è affascinante: l’autrice mi piace molto, mi era già piaciuta nel lavoro precedente sulla fotografa. lascia una bella suggestione e la voglia di saperne di più. secondo me però la voce narrante su storytel sarebbe stata più adatta essere al femminile, visto che il narratore è in terza persona.
Storia bellissima e, come al solito, scritto magistralmente ma questo l'ho trovato un po' noiosetto in molti punti. So che è una dipendenza ma mi fanno uscire di testa i giocatori d'azzardo e i beoni che si piangono addosso "per quanto sono sfortunati". Ergo ho odiato il protagonista. Comunque anche se non la sperimenterò mai in questa vita, crederò sempre nella magia!
Senza la nota dell'autrice al termine del libro, non avrei trovato un gran senso in quello che ho letto, perché il punto è che non si può mettere un punto a questa storia. Il perché è arrivato solo alla fine, quando ho capito che, trattandosi di vita vera, è difficile dare un senso unico o una chiave di lettura precisa a ciò che avviene. Comunque è stato di piacevole compagnia, decisamente particolare. L'unico appunto è che c'è troppo tell e troppo poco show, parlano tutti troppo qui.
♣️ L'ultimo Mago è Gustavo Rol, realmente vissuto nel secolo scorso. Da molti considerato un illusionista, un mentalista o un sensitivo, lui si definiva semplicemente come un tramite tra due mondi ("una grondaia"): alle sue serate, durante le quali dava prova di leggere nel pensiero, attraversare le pareti, far materializzare oggetti o entrare in contatto con degli spiriti, hanno partecipato personaggi illustri, del calibro di Federico Fellini o Piero Angela.
🖊 Nino Giacosa, aspirante scrittore e sceneggiatore, viene introdotto a queste serate da Miriam, il suo amore di gioventù. Entrando in confidenza con Rol, spera di riuscire a carpirne i segreti per poi scrivere di lui e finalmente risolvere i suoi problemi finanziari. Pur intuendone gli intenti non del tutto disinteressati, Rol inizia a raccontare a Nino la sua storia e, a sua volta, lo invita a rielaborare le questioni non risolte del suo passato, primo tra tutti l'amore mai sopito per Miriam.
💔 Francesca Diotallevi ci regala un altro intensissimo romanzo, in cui i veri protagonisti sono le relazioni umane, nelle loro difficoltà e fragilità. Come nei trucchi di un illusionista, il "non detto" tra due persone crea uno stato di tensione che separa il percepito dalla realtà ma che al tempo stesso cela quel qualcosa che potrebbe deludere le nostre aspettative.
Il mio voto: ⭐️⭐️⭐️⭐️🌟/5
👥️ «Il tempo porta via molte cose». «Non tutte. Alcune restano, vuol sapere quali?» «Ho il sospetto che me lo dirà in ogni caso». «Quelle che restano incompiute. L’inespresso perdura nelle nostre vite, resiste a ogni legge, anche a quella divina»
Tutte le storie d'amore infelici sono storie di fantasmi. Lo sa bene Francesca Diotallevi che, giunta al quinto romanzo, chiama un medium d'eccezione per far dialogare due innamorati separati dalle circostanze: Gustavo Rol. Benché morto trent'anni fa, il sensitivo resta un enigma in una città già piena di enigmi: Torino. Per alcuni santo, per altri ciarlatano, nel suo appartamento al quarto piano di Via Pellico chiamava la crème de la crème – Fellini, Einstein, Kennedy – a testimoniare i suoi prodigi. Sapeva realmente mutare il seme delle carte? Fu interpellato dal Duce in persona per presagire la caduta del Fascismo? Quando dipingeva, a guidargli la mano era il defunto Monet? Coltivò il suo talento, pare, con l'aiuto di uno sconosciuto incontrato a Marsiglia. E per tutta la vita si difese dagli scettici parlando non di fantasmi, ma di spiriti intelligenti; non di sedute spiritiche, ma esperimenti. Affascinata dai personaggi nell'ombra, l'autrice – che proprio qualche anno fa pubblicò una biografia romanzata su Vivian Maier, fotografa lontana dai flash – ci conduce nei luoghi di Rol. Torino, mai stata così bella, fa da sfondo a un noir dell'anima che ho amato figurarmi in bianco e nero. È lì, abbigliato come Bogart, che si muove il vero protagonista del romanzo: l'immaginario Nino Giacosa è un ex prigioniero di guerra assillato dai creditori e ossessionato dalle chimere di Cinecittà.
Tra le nebbie del capoluogo piemontese, infatti, cerca una storia da trasformare in una sceneggiatura di successo. Tormentato dai pensieri suicidi sulle rive del Po, non sa che ne vivrà una. È Miriam, vecchia fiamma andata in moglie al migliore amico, a condurlo al cospetto di Rol. Nino, avido, vorrebbe smascherarlo. Cambierà idea davanti a un uomo controverso ma segretamente fragile, logorato dalla solitudine degli incompresi? Con la sua penna notoriamente sopraffina, Diotallevi torna ai contesti storici particolareggiati, ai personaggi realmente esistiti, agli amori interrotti – questa volta il pensiero corre al triangolo di Beppe Fenoglio. Nell'impossibilità di comprendere appieno l'enigma Rol, tuttavia, raggira parzialmente l'ostacolo. Gustavo diventa un deus ex machina; un eccezionale caratterista che ruba la scena a un attore protagonista, per me, non irresistibile come spererebbe. Il magnifico avviene fuori scena. Molto viene rievocato, non mostrato. Indagato senza voyeurismo, Rol viene raccontato attraverso la prospettiva dei suoi fedelissimi. Volutamente, Diotallevi indugia sulla soglia e scrive in punta di penna un romanzo ben attento a non banalizzare il personaggio – la famiglia Rol può tirare un sospiro di sollievo –, ma in cui l'eccessiva accortezza verso la materia trattata mina il gusto per l'intrattenimento. Verisimile ma senza sorprese, l'intreccio è al servizio del magnetismo del personaggio. Nonostante qualche riserva verso l'esile cornice narrativa, L'ultimo mago non è un bluff. Diotallevi architetta un gioco di prestigio sul potere affabulatorio della parola, in cui l'arte della narrazione – come la magia, d'altronde, genera illusioni – pone maghi e scrittori sul medesimo piano. Su Gustavo Rol pende un velo. Disinteressato a squarciarlo, Diotallevi si concentra sulle pieghe più minute, i vedo-non vedo e le ombreggiature, come fece Giuseppe Sanmartino quando scolpì il Cristo velato. Denudare gli idoli: perché mai? L'arida verità: a chi basta?
Un romanzo che si muove tra la sottile linea del reale e dell'illusione.
Torino, capoluogo piemontese, casa dei giandujotti, fulcro dell'industria automobilistica italiana e città di miti e leggende di culti esoterici. Città facente parte di un triangolo alchemico di "magia bianca" assieme a Praga e Lione, e uno di "magia nera" assieme a Londra e San Francisco (anche se alcuni pensano che sia più corretta Chicago come città americana), città in cui ha vissuto Gustavo Rol mago, illusionista, sensitivo, uno di quegli uomini che, allora come oggi, viene sempre guardato con sospetto e scetticismo.
Ma non è la sua di storia che leggiamo tra queste pagine, o meglio ne apprendiamo una parte, ma il fulcro è Antonio (Nino) Giacosa, il quale, in visita dopo molti anni alla città e alla sua coppia di amici Giorgio e Miriam, viene introdotto nei salotti di Gustavo Rol.
Nino, Miriam e Giorgio erano inseparabili fin da bambini: Giorgio è figlio di un avvocato torinese, Nino del suo autista, Miriam va a prendere lezioni di pianoforte dalla madre di Giorgio. Crescono insieme ma si perdono di vista dopo la Seconda Guerra Mondiale: Nino viene catturato dagli inglesi e trascorre anni interi in un campo di prigionia in India; Miriam e Giorgio si avvicinano e sono prossimi alle nozze, per Nino è troppo e scappa a Roma.
Sono tanti i non detti tra Miriam e Nino, non detti che creano una spaccatura nel loro rapporto rimasto incompiuto, che provoca dolore in Nino e risentimento amaro in Miriam. Tredici anni dopo Nino, sempre in fuga da qualche creditore, torna a Torino e si presenta alla porta di Giorgio, che lo accoglie come se non fosse trascorso neanche un giorno dal loro ultimo incontro. Così non è per Miriam, che davanti a Nino assume una rigidità composta e altera, ma sarà proprio lei ad introdurlo a Gustavo Rol e ai suoi sorprendenti esperimenti che hanno del miracoloso.
Una scrittura asciutta e scorrevole che avvolge con i suoi contesti storici particolareggiati, i personaggi realmente esistiti e gli amori interrotti, ma qualcosa non funziona e quel qualcosa sono Nino e Miriam. Sono due personaggi intrappolati, appena esplorati: Nino è insoddisfatto e perennemente infelice; Miriam è costretta nel suo ruolo di signora per bene che maschera la sua rabbia. La domanda che aleggia tra loro è se sarebbero o meno stati felici insieme, una domanda che resta senza risposta. Ma vengono messi in ombra dalla figura di Gustavo Rol che, pur rimanendo sullo sfondo ed essendo un mero contorno, risulta il più affascinante ed intrigante, Nino cercherà di scoprire la verità dietro ai suoi trucchi, ma certe verità sono destinate all'oblio.
Gustavo Rol resta un mistero tanto quanto lo era in vita e forse va bene così, ma una centralità maggiore alla sua persona o una cura maggiore ai personaggi di Nino e Miriam avrebbe giovato alla storia. Resta una piacevole lettura che permette di conoscere un minimo l'ultimo mago.
Torino, autunno 1959. Nino Giacosa, comparsa e aspirante sceneggiatore, prigioniero per anni in India durante la seconda guerra mondiale, sta fuggendo dai creditori e dai debiti di gioco quando si presenta a casa del suo vecchio amico Giorgio, che non vede da anni e che ha sposato Miriam, la donna amata da Nino. Sarà proprio Miriam a introdurlo negli appartamenti di Gustavo Rol, figura misteriosa e affascinante, che in una ristretta cerchia di persone altolocate, senza accettare compensi, effettua esperimenti incredibili, sembra comunicare con le anime dei trapassati e incanalare energie sconosciute a suo piacimento. Nino, estremamente scettico e convinto di poter guadagnare scrivendo un libro su questo personaggio così intrigante, viene comunque affascinato dal garbo e dall'eleganza di Rol, che sembra averlo preso a benvolere... Sono torinese, e credo non esista torinese che non abbia mai sentito parlare di Gustavo Rol se non, probabilmente, i cosiddetti Millennial, che sembrano vivere in un mondo tutto loro. La sua figura mi ha sempre ispirato un misto di curiosità, fascinazione e scetticismo. Mi ritengo una persona piuttosto razionale, ma non nego che, come dice Nino alla fine del romanzo, non sarebbe male credere che possa esistere qualcosa oltre ciò che il nostro cervello è in grado di comprendere. L'ultimo mago restituisce appieno il mistero e le sfaccettature della figura di Rol. La Diotallevi scrive benissimo e ci si perde del tutto nelle sue pagine, tanto da rimpiangere di non poter essere anche noi lettori personaggi del romanzo per conoscere e interagire con questo misterioso e leggendario torinese. Anche le atmosfere di cui la scrittrice ammanta la città di Torino sono ammalianti, è bravissima a renderne la magia, l'alterigia, l'eleganza. Ma a mio avviso la maggior bravura della Diotallevi è stata quella di creare dei personaggi che non venissero completamente oscurati dalla figura di Rol, ma che anzi il lettore volesse conoscere e per i quali provasse, arrivato alla fine, simpatia e affetto. Un romanzo molto piacevole, intrigante proprio come la figura di Rol, sulla quale aleggia ancora, e sempre aleggerà, un alone di mistero e vaghezza.
Ho letto questo libro perché affascinata da un altro lavoro di Francesca Diotallevi, Dai tuoi occhi solamente, una biografia romanzata della fotografa Vivian Maier. Anche questo è una biografia, dedicata a Gustavo Rol, un personaggio di difficile definizione. Sbrigativamente, lo si chiamava mago, ma solo nel senso che generava meraviglie ora esaltanti, ora inquietanti. Più che spettacoli, faceva esperimenti mentali, rigorosamente riservati a una cerchia selezionata di affezionati, mettendo in campo facoltà paranormali che non aveva mai permesso venissero studiate, poiché a suo dire la scienza ancora non disponeva delle competenze necessarie. Di giorno esperto antiquario e pittore dilettante, verso mezzanotte abile narratore e freak mentale; sempre dai modi distesi, sempre attorniato da accoliti pronti a esaltarlo, ma a suo modo schivo, refrattario a ogni tipo di popolarità, inaccessibile a giornali e televisioni. Forse proprio perché, nonostante la notorietà, di Rol non si sapeva poi molto, l'autrice sceglie di avvicinarlo tramite due personaggi immaginari: Miriam, una malinconica donna dell'alta borghesia, frequentatrice assidua del suo salotto, e Nino, il suo vecchio amore che, dopo essere stato lungamente prigioniero degli americani, ha sciupato la sua vita fra poker, debiti e alcool senza realizzare il sogno di scrivere sceneggiature per il cinema. L'asse del romanzo si fissa sulla storia di Nino, il quale, alla ricerca di un centro di gravità permanente e di qualche soldo per sfuggire alla brutta gente a cui deve un mucchio di denaro, si introduce nel giro del mago con l'intento di carpirne i segreti e pubblicare qualcosa su di lui. Il libro è dunque ampiamente sbilanciato: Rol fondamentalmente resta sullo sfondo, usurpato dalle pedanti vicende esistenzial-amorose di Nino.
Esattamente il tipo di libro che piace a me. Siamo nel 1959 in una Torino notturna e nascosta, nella quale si aggira il nostro protagonista Nino, reduce di guerra in fuga da sé stesso, dai debiti e dalla propria vita. Non ha soluzioni ai propri problemi, e l'unica cosa che gli viene in mente è rifugiarsi nella sua città d'infanzia, dove visse come figlio dell'autista di una grande famiglia di avvocati. Lì vivono difatti i suoi amici di infanzia Giorgio e Miriam, adesso marito e moglie, dai quali si è estraniato da anni per la guerra e altre vicissitudini che si chiariranno nel corso del romanzo. Proprio nel tentativo di capire come passi le giornate Miriam, Nino entra nell'orbita di Gustavo Rol. Le pagine che contengono Gustavo Rol chiaramente sono quelle che catturano di più. Rol non si è mai fatto riprendereda una telecamera e non si è mai esibito su un palco, ma ospitava abitualmente una cerchia selezionata di persone nella sua abitazione di Via Pellico. Proprio dall'accumularsi di quei racconti nasce il mito di Rol e la costruzione del suo personaggio. Rol è un po' un mix di tante cose: è un sensitivo, percepisce l'aura delle persone, il passato degli oggetti, è immerso nel tempo passato presente e futuro senza distinzioni, è in grado di infondere agli oggetti vita e di parlare con gli spiriti. Nino ha per Rol un rapporto di attrazione e repulsione: lo vorrebbe sfruttare per la scrittura di un romanzo, ma lo scetticismo lo governa e cerca in tutti i modi di smascherarlo senza riuscirci. Altrettanto drammatico l'arco narrativo di Rol: una vita a mostrare che dietro al visibile c'è un mondo, ma senza mai essere capito: venerato sì, ma anche considerato una svago per gente annoiata, come guardare un bel film o leggere un bel libro.
L'ultimo mago ti tiene con forza incollato alle pagine, che si sfogliano senza sosta seppur non si corra verso un finale inatteso.
Dinamico, riporta una scrittura molto scorrevole e una narrativa filante che ti imprigiona capitolo dopo capitolo.
Nino ha un passato da dimenticare, fatto di sofferenza e azioni incompiute che dovrà affrontare una volta arrivato a Torino. Qui, in cerca di due soldi e di 'redenzione' si imbatte nel "mago" della città: Gustavo Rol, presentatogli dal suo vecchio amore.
Durante la narrazione, Nino cercherà in tutti i modi di spiegare cosa avviene durante gli incontri serali a casa di Rol, come può spiegare quei trucchi di magia, quelle mistiche avventure che portano gli ospiti ad uscire da quella casa ammirati e frastornati? Se ci scrivesse un libro potrebbe diventare ricco, e così ci prova.
Ma in questo percorso ci saranno non pochi ostacoli e lezioni di vita che dovrà affrontare. Perchè non abbandonarsi semplicemente all'idea che alcune risposte non esistono? Perché sforzarsi di trovare un senso logico quando alcune regole sembrano non averne?
La vita lo metterà davanti anche all'amore della sua vita, che fu costretto ad 'abbandonare' anni prima. C'è sempre una seconda possibilità?
Bello. Lo consiglio vivamente per leggere un romanzo curioso, piacevole, che ti trasporti per qualche giorno in una Torino nebulosa e in una dimensione dove "anche se non tutto è come sembra, a volte è veramente così".
Uno scrittore frustrato senza idee fugge da Roma per tornare nella natia Torino. I debiti e la precarietà della sua vita, lo portano a chiedere ospitalità a una coppia di vecchi amici, Giorgio e Miriam. Nino è oppresso dai debiti e da un passato segnato dalla prigionia in India e dalla disfatta di El Alamein ed è alla ricerca della “storia buona” che possa riscattarlo come sceneggiatore. L’occasione si materializza quando assiste a un gioco di carte impossibile eseguito dall’elegantissimo Gustavo Rol, un "mago" sensitivo molto in voga nella Torino bene
Da quel momento Nino entra nel circolo ristretto degli amici dell’occultista: cene torinesi a lume di abat‑jour, quadri che cambiano soggetto davanti a testimoni, orologi che si fermano sull’ora della verità. Più Nino indaga, più il confine tra trucco e miracolo si assottiglia, costringendolo a scegliere se smascherare Rol o farsi attraversare dal misteri, stretto dalla morsa dei ricordi di una guerra che lo hanno privato della voglia di vivere e della possibilità di amare Miriam, che ora appartiene a un altro uomo.
Inizia, da quella prima sera in via Pellico, un rapporto anomalo tra uno degli uomini più misteriosi di Torino, abituato a circondarsi di gente altolocata, e uno scrittore mediocre e scapestrato, alla ricerca della verità celata dalla magia o dalla cecità di esprimere i propri sentimenti.
“L’ultimo mago” romanza la vita di un personaggio storico torinese a me sconosciuto, attraverso le vicende di uno scrittore sospettoso ancorato alla razionalità che vede la sua quotidianità cambiata da questo incontro e la sua anima frantumata dalle emozioni.