Toccante e potentissimo.
Mi ha fatto sentire nitidamente l'impatto di tutte quelle frasi, battute, atteggiamenti, detti, non detti di cui racconta, che agli occhi di chi le ha agite saranno sembrate parole di poco conto e che invece segnano una persona.
"Quando entro in un bar, un supermercato, una tabaccheria, ovunque, ho sempre l'ansia di pagare fino all'ultima caramella. [...] Se Filippo ruba una caramella, la ruba lui e basta. Se la rubo io, la rubiamo noi pakistani, tutti. [...] Io non sono più io, sono l'ambasciatore del mio Paese. [...] Non posso arrabbiarmi o essere aggressivo. [...] Non posso essere nemmeno in leggero ritardo a nessun appuntamento. Né avere l'odore del sudore sull'autobus dopo l'ora di educazione fisica.
Ogni mia azione non è più solo mia.
Filippo, invece, non pensa che rappresenti un popolo. Non me l'ha mai detto, a dire il vero. Ma quando litighiamo non mi dice che noi pakistani siamo fatti strani. Si arrabbia con me e basta."
Mi ha fatto sentire cosa si prova a essere abbandonato dalla famiglia che parte per l'Italia lasciandoti coi nonni quando sei ancora alle scuole elementari, per poi andare in Italia e a scuola senza sapere la lingua, perdere le proprie radici e non riuscire più a ritrovarle quando si torna in vacanza in Pakistan. Molto vividi gli innamoramenti, il bisogno umano di parlarne con qualcuno, l'impossibilità di farlo perché sei appena arrivato in Italia e l'unico amico è proprio quello di cui sei innamorato, e se lo dici a casa sei hijra, fr***o.
Non sei italiano. Sei "marocchino" e rubi. Non sei pakistano, sei il nipote italiano (in Pakistan). Sei hijra in casa, sei fr***o in caserma quando subisci un'aggressione.
Però anche tu sei figlio mio, dice la madre pugliese di un suo amico universitario quando Saif scende con lui e si sente immediatamente a casa, in una Puglia che gli ricorda fortemente il Pakistan.
Crescendo abbraccia la sua storia, le sue storie, il suo essere meticcio. Ma il bisogno umano di condivisione si scontra con dei limiti apparentemente invalicabili...
"Ho un bagaglio culturale a cui loro - Lucia, Marco e Pier - non hanno accesso. Sono cresciuto con i film di Bollywood, con le canzoni nella mia lingua, con i personaggi televisivi trash, i politici che ho ammirato. Loro, i miei amici, non conoscono nulla di quello che dal Pakistan ha formato la mia identità. A volte, nella mia testa, avrei una battuta che farebbe crepare dalle risate, ma non la posso dire [...] non la capirebbero. [...] Una parte di me non sarà mai condivisibile con loro. E quando parlo del mio mondo, della mia terra, del mio passato [...] mi sembra di essere un peso. [...] Loro non rifiutano di conoscere le mie origini. Ci mancherebbe. Hanno provato ad assaggiare le specie, a mangiare con le mani, a guardare qualche film con cui sono cresciuto. Ma è sempre un momento particolare. Una parentesi, una pausa dalla vita quotidiana.
Poi però [...]"
Poi però... :P be', non lo dirò qui, ma la parte finale scalda il cuore per quanto è commovente e trasuda il suo dolce entusiasmo.
Bello bello, e scorrevolissimo. Consigliato, penso anche da far leggere magari nelle scuole secondarie per parlare di razzismo, omofobia, radici, questione femminile, violenza sessuale partendo da una vita vissuta, con un libro che ha il pregio di farti provare visceralmente come ci si sente a essere sempre l'Altro, fino ad abbracciarlo.