“Certe volte quando parli sembra che tiri fuori un’altra persona,” dice Aby con inquietudine quando Bruno le confida un ricordo d’infanzia. E, come sempre, ha ragione; la sensazione di essere abitato da pensieri e pulsioni che non è capace di riconoscere si coagula per Bruno in un “Le persone che ho attorno sanno di me molto più di quanto io saprò mai.” Quando Bruno scopre che la sua ragazza Aby morirà, morirà davvero, l’unica cosa che può fare è fingersi all’altezza della situazione, fare l’uomo. Ancora dipendente dalla generazione dei genitori e dei nonni, il cui sguardo severo lo opprime quanto l’incapacità di rendersi autonomo fino in fondo, da giornalista freelance prova a guadagnare qualche soldo calandosi nelle community degli indesiderabili, gli incel, involuntary uomini che esclusi dal gioco della seduzione fanno dell’odio per le donne la loro livorosa bandiera. Così conosce Petrus, sgradevole come i forum online dove manifesta pensieri misogini e persecutori. Eppure anche Petrus sembra sapere di Bruno qualcosa che lui non vorrebbe mai ammettere, e lo guarda come un profeta sulla soglia di un tempio, in attesa che l’adepto si decida a entrare. In una Lecce allucinata e irreale, resa aliena dal lockdown, i protagonisti di questo romanzo sono accompagnati dall’ombra anche sotto il sole più verticale eppure, abitati dal sovrumano bisogno di capire di chi sia la colpa della loro solitudine, non smettono di cercare.
Andrea Donaera (Maglie, 1989) vive a Bologna. È laureato in Scienze della Comunicazione presso l’Università del Salento, dove è segretario del Centro di ricerca “PENS: Poesia Contemporanea e Nuove Scritture”.Dal 2016 dirige la collana di poesia Billie della casa editrice ‘Round Midnight. È il direttore artistico del festival letterario “Poié” di Gallipoli, e del Festival della poesia dialettale “Oju lampante”. Dal 2017 collabora con il magazine di approfondimento culturale “Midnight”, curando la rubrica Urban dedicata alla giovane poesia italiana. Ha pubblicato alcune raccolte di poesia. Io sono la bestia è il suo primo romanzo.
Una strana coincidenza è successa mentre leggevo questo libro, la mia coinquilina mi cita una frase della De Beauvoir di Memoria di una ragazza per bene: -Non so come situarmi- e dopo poco ritrovo quel concetto in queste pagine -Ormai la normalità è questa: non sapere per quanto tempo mi ritrovo in una situazione, in una posizione, in un pensiero- a conferma che certi ragionamenti sono stati prima di noi e ci saranno anche dopo. Alla fine della lettura una domanda è rimasta - Qual è la soluzione?- e non come qualcosa di mancato, ma come un punto da cui partire.
“Le persone non se lo dicono, ma hanno la sensazione che qualcosa di orribile prima o poi succederà. Tutte sanno dentro che qui, tra non troppo tempo, avverrà qualcosa di tremendo.”
Eppure, penso io, la luce e l'oscurità fanno sempre la differenza.
Quanto mi risulta difficile parlare di questo libro. Tantissimo e siccome sono troppe le riflessioni che si stanno annodando dentro di me, sarò parziale nel mio commento ancora a caldo. Dico subito che per quanto sia abbastanza sconvolta sono contenta di averlo letto. Oddio, contenta non è per niente il termine giusto. Potrei dire che è stato positivo averlo letto, ma nemmeno positivo va bene. Pazienza, sicuramente comprenderete ciò che voglio dire! Avevo chiaro sin da ragazza che ci sono uomini che odiano le donne e che questi uomini hanno atteggiamenti e frustrazioni che meriterebbe attenzione sociale (e psichiatrica) perchè la loro aberrante misoginia e violenza sono frutto esclusivo della cultura patriarcale. E' dalla fine degli anni 70 che i maschi, mascolinità emarginate in modo particolare, attribuiscono colpa al femminismo delle frustazioni del maschio e del declino (!) della società. In questo romanzo si parla di loro, del mondo sotterraneo degli incel "incel, involuntary celibates: uomini che esclusi dal gioco della seduzione fanno dell'odio per le donne la loro livorosa bandiera.". Se volete sapere di più su cosa sia il mondo incel di cui Donaera narra vi suggerisco qualche studio scientifico (in rete ce ne sono diversi: università Milano Bicocca, Padova, Torino, Sapienza per leggerli in italiano). Sono due notti che, per quanto sono influenzata/sconvolta dalla lettura, navigo in rete per sapere di più sul mondo incel e in realtà ho soltanto scoperto il nome di qualcosa che conosco da sempre. Non racconto niente del romanzo, impossibile. Ma la sinossi è molto ben fatta. Donaera scrive molto molto bene e riesce sempre a rendere chiara la visione del suo immaginato oscuro. Oserei dire che mostra il buio e i demoni interiori alla luce del sole, in modalità cruda e con grazia poetica.
Da questo momento in poi rischio alto di SPOILER anche se non racconto niente.
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Ogni volta che leggo qualcosa che mi scuote oltre a riflettere su stile e storia non riesco a togliermi dalla testa un interrogativo: chi ha scritto una testo come questo come ha vissuto la scrittura intimamente?
Come ho vissuto la lettura: leggere di questi maschi occidentali, con pensieri violenti (verso la donna) e atti di violenza (contro la donna), che pongono al primo posto l'aggressività e l'odio come fossero la terapia o la pasticca della liberazione del maschio che a causa del "potere" e della liberazione delle donne si sente frustrato, allontanato, umiliato perchè non piacente, non alfa, non inserito nella società, non rispondente agli stessi canoni imposti dal patriarcato... che vi devo dire, mi fa orrore se a ciò non segue una presa di distanza. Me lo merito, credo, un cenno di distanza. E questo perchè io sono una lettrice e donna e come donna, ancora marginalizzata in una società soffocata da mascolinità tossica, cerco rispetto.
Allo stesso modo, e proprio per questo, cerco di ragionare sulle motivazioni dello scrittore, che racconta un fenomeno, sulle sue intime sensazioni. Questo è il secondo libro che leggo, sa esprimere come pochi l'interiorità oscura e anche lui merita rispetto. Forse non leggerò altro, non perchè i suoi testi siano dolorosi o mi preoccupi troppo l'effetto emulazione che possono provocare... è che mi sono sentita aggredita dalla frustrazione dei personaggi, violentata nell'intimo. Ecco, questa è la sensazione che provo. Mi bastava una postilla, una noticina dello scrittore. O una esortazione, come si vede in tanti film, a cercare aiuto. Ha scelto di non farlo, diritto inalienabile, ma io che leggo ne prendo atto e tutte le possibili interpretazioni sono aperte anche alla mia personale interpretazione! Sono consapevole di non aver scritto ciò che volevo e di aver scritto malissimo ciò che i pensieri hanno portato a galla. Ci sarebbe tanto altro.
PS Ci tengo a precisare che non esprimo critica a Donaera, che è uno scrittore eccellente e scrive ciò che vuole e come desidera. Non giudico chi ha letto questo romanzo in modo diverso dal mio, anche se sono stata redarguita. Da lettrice e persona umana posso non avere compreso. Non posso però non scandagliare ciò che una lettura mi procura. Quando leggo l'esperienza è solitaria, il risultato della lettura è in me e con me. E provo talvolta a condividerlo, ragionando, confusamente.
Cosa succede quando un uomo perde l’orizzonte condiviso della realtà? Che accade in quel pozzo nero che diventa la sua mente, quale solitudine lo pervade tanto da trasfigurare quanto di fronte a lui? Con un ritmo serratissimo, Donaera crea una storia ad imbuto, dove non è tanto la trama ad essere fondamentale, quanto la sua destrezza nel creare un sottosopra narrativo che permette al lettore di vedere lo scollamento del protagonista, Bruno, da tutto, disseminando il libro di glitch che strappano pezzo per pezzo la sicurezza sul piano di verità che abbiamo di fronte. Perturbante e oscuro, il finale appare come un gigante Game Over, senza alcuna possibilità di ricaricare la partita.
Una “favola nera” che ti risucchia dentro con un ritmo incalzante per poi darti il colpo di grazie con il finale. Bonus per me il fatto che fosse ambientato nella mia terra e quindi mi è piaciuto molto leggere un po’ di dialetto e le caratteristiche della città di Lecce.
In una parola questo romanzo si potrebbe definire così: conturbante. In una Lecce che Lecce realmente non è ma che per tanti aspetti la richiama, Bruno scopre l'esistenza degli incel, i celibi involontari, la violenza che li caratterizza, violenza di pensiero, di gestualità, di linguaggio. Scopre i suoi traumi infantili che, però, non riesce a gestire e risolvere. (Ri)Scopre il suo sentirsi inferiore rispetto agli uomini che hanno fatto parte della sua vita e che gli vengono inevitabilmente accostati perché gli siano da modello, lui che "uomo" non ci si vuole sentire. Donaera è autore che piega le parole per rendere ancora più cupe le storie che vuole raccontare e creare un malessere nel lettore che difficilmente potrà passare.
Questo libro racchiude le angosce di questo secolo. C'è la frattura interiore causata dai lockdown, periodo in cui è ambientato il romanzo, c'è la disperazione del precariato e la discrepanza tra i desideri e la realtà. C'è il sud emarginato ma affascinante e allucinato. E poi c'è l'amore. Un amore tossico e disperato che sta per finire a causa di un tumore. In tutto questo vediamo il punto di vista di un ragazzo che non è un ragazzo, ma neanche un uomo. E vorrebbe diventarlo, ma non può. Perché vive un dramma generazionale che ha creato una latenza infinita tra gli obiettivi di vita e la capacità di realizzarli. E la società spesso rappresentata da anziani che ignorano i cambiamenti negativi in cui viviamo, ci bombarda con gli stessi ideali scaduti della generazione precedente: essere uomini significa non mostrare i sentimenti, non avere mai incertezze, provvedere a chi ami usando tutti i mezzi possibili anche se non li hai, e via dicendo. Tutto questo macigno memetico, questo inconscio collettivo autoritario e soffocante, genera mostri. Genera scarti. Genera emarginati sociali, come gli incel, che invece di avere un aiuto psichiatrico preferiscono fare gruppo generando una bolla autoreferenziale piena di frustrazione e immaturità portata all'eccesso. Il protagonista di questo libro indaga in questo sub-mondo, questa realtà sotterranea, e senza saperlo si lascia contagiare da queste idee. E inizia a vivere una specie di allucinazione fatta da finti ricordi e idealizzazioni, che lo porteranno a quel pugno nello stomaco che è il capitolo finale.
Terribilissimo questo tema dominante, quello degli incel, che pure ormai fa parte dell'attualità, in questo mondo che tende sempre di più verso una guerra fra i sessi. Eppure, eppure.....sono riuscita a sentirmi infastidita. Infastidita dal protagonista, così come sono infastidita da tanti uomini nella vita reale. Infastidita dal loro sentirsi legittimati, dal loro sentirsi in diritto di essere amati. Diritto che secondo me non esiste, se non nelle relazioni genitoriali. Nessuna solitudine dovrebbe poter portare a conseguenze così devastanti, per quanto corrosiva. Cosa c'è che non va in questa generazione? Perché la tendenza è questa? Perché non si riesce più a gestire il rifiuto? Perché mi è sembrato che il protagonista sessualizzasse costantemente tutto? Davvero non c'è soluzione o non la si vuole trovare perché occorrerebbe che gli uomini finalmente si guardassero dentro per davvero? Questo libro lascia l'amaro, lascia inquietudine, lascia paura, a me che sono donna lascia un noioso "e te pareva" viscido e schifoso, che è proprio figlio dei nostri tempi. E proprio per questo è un libro riuscitissimo.
Andrea Donaera scrive un libro scioccante. A partire dal tema degli "incel" - che non conoscevo -, tratteggia una generazione profondamente sola. "La colpa è mia" è ambientato in una Lecce immobile post lockdown, "coperta da una patina da polaroid"; Bruno, il protagonista, si muove nell'illusione che le cose avvengano realmente. La sensazione che rimane sottopelle è la seduzione che esercita il male, continuamente. E la resistenza che siamo in grado di opporgli. Almeno fino a quando le cose si rompono senza rimedio. Finale disturbante.
"Tu ti piaci?" mi chiese mentre la lasciavo sotto casa. Non ricordo cosa risposi. Lei però respirò a fondo un ultimo tiro di sigaretta, osservò la cenere che cadeva sulle mie scarpe: "Quelli che non si piacciono sono tutti cattivi."
4.5 stelle Ogni libro di Donaera è un enorme pugno nello stomaco.. anche questo non fa sconti.. Libro doloroso, viscerale, profondo e a tratti alienante.. un mondo che non conoscevo quello degli Incel e dei redpillati.. interessante, piuttosto triste vedere come le incapacità delle persone di evolvono anno dopo anno in nuove follie..
Questo libro all’inizio mi ha fatto bene, poi schifo e poi male. Trovo che questo sia il riassunto migliore di questa lettura. Mi ha trascinata nella sua oscurità, e credo fosse questo l’intento dell’autore.
Davvero pesante. Sembra tutto molto oscuro e tetro, senza speranza. Rapporti che si scopre essere basati sul nulla. In tutta questa lentezza si arriva a un finale che mai ci si sarebbe aspettati.