Lucrezia e Antonia sono cugine, ma non potrebbero essere più diverse l’una dall’altra. La prima è bellissima, dedita a una cura morbosa del corpo e «maestra dell’immondo, eroina di una vita di scempiaggini». La seconda è bruttina, trascurata da tutti, «uno scarabocchio con l’incarnato olivigno» che a ventisette anni non ha ancora baciato nessuno. A irrompere nelle loro esistenze contrapposte, anche se legate dalla stessa necessità di riscatto, sarà Manfredi, un pianista di trentadue anni che si muove nella realtà come un fantasma, forse perché da bambino è stato un prodigio, ma oggi «nel suo sguardo ci sono secoli di luce su strapiombi di desideri mai avverati».
Poi c’è suor Annetta, che Lucrezia conosce in una chiesa al termine di una notte di eccessi, una donna dalla purezza travagliata che sta scrivendo un libro intitolato Verso Dio e sembra aver capito che la più grande richiesta d’amore coincide con il peccato.
Tra zie ex miss Cinema, parenti metafonisti, poeti alcolizzati e untuosi milionari, tutti in bilico tra autoesaltazione e martirio, i protagonisti di questa storia sembrano incarnazioni di voci paranormali che si manifestano in tempi e in luoghi diversi, ma prodotte dallo stesso misterioso ventriloquo.
Dopo anni di silenzio, Isabella Santacroce torna con un romanzo-monstrum di grande esoterismo, una moderna commedia umana che procede intrecciandosi con molte vicende autobiografiche dell’autrice. Una partitura polifonica scritta con un linguaggio inimitabile, all’apice della sua maturazione artistica.
Isabella Santacroce, prima di diventare scrittrice, ha frequentato il Dams a Bologna e partecipato ad alcune mostre d’arte a Londra, Parigi, Tokyo e New York. Ha suonato per molti anni l’organo liturgico a Vienna tenendo diversi concerti. Ha esordito giovanissima, appena quindicenne, nella poesia, con alcuni scritti censurati in Italia. L’esordio letterario è a metà degli anni Novanta, con la pubblicazione di Fluo, primo libro della “Trilogia dello spavento”, cui seguirono Destroy e Luminal. Destroy in particolar modo è diventato un caso letterario in Italia e il nome della Santacroce è stato accostato al gruppo dei Giovani Cannibali. Assieme ad alcuni di essi, come Scarpa, Nove, Ammaniti, Brizzi, Ottoneri, Ragagnin, e con Tommaso Labranca e il cantante Garbo, partecipò nel 1997 al progetto per la creazione di un movimento filosofico-letterario, il Nevroromanticismo, che avesse come campo di indagine l’inquietudine dell'esistenza. Nel novembre del 1998 ha pubblicato Kurt Cobain and Courtney Love. Canzoni maledette, una raccolta di traduzioni dei testi delle più rappresentative canzoni dei Nirvana e delle Hole. Conclusa la “Trilogia dello spavento”, Isabella Santacroce cambia il proprio linguaggio, rimanendo fedele ai propri temi e nel 2001 pubblica Lovers. Il nuovo linguaggio adottato nel libro cerca di avvicinarsi il più possibile a una scrittura fatta di suoni, tanto da essere definita dall’autrice una scrittura per il puro sentire. Proprio basata sul suono è stata l’esperienza che l’ha vista protagonista nel 1999 con la cantautrice senese Gianna Nannini. Frutto della collaborazione fu l’album "Aria", uscito il 26 aprile 2002 e il cartone animato "Momo", per il quale la scrittrice ha collaborato ai testi. Zoo è il primo romanzo pubblicato con Fazi Editore, seguito nel 2007 da V.M. 18. Per Rizzoli ha pubblicato Lulù Delacroix nel 2010. Nel 2012 esce per Bompiani Amorino.
Una delle novità editoriali più interessanti di questo 2024 è il grande ritorno di Isabella Santacroce, voce sofisticata, colta e, per una volta, molto 'letteraria' nel panorama contemporaneo italiano. Purtroppo, come tutte le personalità che osano allontanarsi dalle insensatezze del senso comune, nel corso degli anni Isabella Santacroce è stata vittima di offese, prese in giro per i suoi modi di apparire ("Ma ci è o ci fa?", si chiedevano in molti; a nessuno sfiorava l'idea che si è ciò che si fa e che, al limite, uno potrebbe pure chiedersi come bisogna essere per decidere di 'farci' in un certo modo), fino alla condanna definitiva: il silenzio, l'indifferenza. Proprio negli anni in cui l'Italia cominciava a celebrare le donne in letteratura, dimenticava (scientemente, mi verrebbe malignamente da dire) una delle più grandi scrittrici italiane contemporanee. Anzi, una dei più grandi scrittori italiani contemporanei (la Santacroce stessa si definisce 'scrittore', non 'scrittrice', rivendicando il 'cervello androgino' dei grandi artisti di cui parlava Virginia Woolf). Com'è potuto accadere che una dei cosiddetti 'cannibali' (movimento letterario italiano degli anni '90, di cui fecero parte, fra gli altri, Niccolò Ammanniti, Tiziano Scarpa e Aldo Nove) sia scivolata così impietosamente nel dimenticatoio? In realtà, Isabella Santacroce nel dimenticatoio non c'è mai finita sul serio. I suoi lettori continuano a seguirla con interesse e ammirazione. Soprattutto, e di questo ne sono convinto, continuano a seguirla anche gli scrittori italiani, e le scrittrici! Non si parla spesso di Isabella Santacroce, ma l'influenza (non riconosciuta) di Isabella Santacroce su tanti 'cannibalini' e 'cannibaline' dell'ultim'ora, secondo me, è evidente. Ma si sa come vanno certe cose: è molto facile parlare di 'novità' e 'originalità' oggi quando non si sa, o non si vuole sapere, quello che è successo ieri.
Ma, dicevamo, Isabella Santacroce è finalmente tornata con Magnificat Amour, ultimo libro della Trilogia di Eva. Si tratta di una 'trilogia antologica', nel senso che non porta avanti una macro-trama 'spalmata' in tre volumi, ma ognuno dei tre romanzi ha una trama a sé stante e può essere letto indipendentemente dagli altri. La Trilogia di Eva è cominciata con Supernova (2014) ed è poi continuata con La Divina (2019). Io non ho letto né l'uno né l'altro e un po' mi sono sentito come quel personaggio di quel romanzo che comincia a leggere la trilogia del suo scrittore preferito a partire dal secondo volume, in una media res che più 'media' non si può. Nel caso della Trilogia di Eva, però, le cose si complicano dal momento che La Divina è un 'libro che non c'è': è stato pubblicato, in edizione limitata e a un prezzo (per me) proibitivo, da Desdemona XI Edizioni, casa editrice fondata dalla Santacroce stessa. Lo leggerò mai? Chissà. Mi dispiace che quel libro non sia disponibile nelle librerie? Certamente, ma se Isabella Santacroce ha deciso di autopubblicarsi forse la colpa è delle case editrici italiane, non di Isabella Santacroce... Almeno una di queste case editrici è rinsavita, però, visto che Magnificat Amour è stato pubblicato dal Saggiatore.
Di cosa parla, Magnificat Amour? Due cugine, Lucrezia e Antonia. Lucrezia è bellissima, ma povera. Antonia è brutta, ma ricca. Da adolescenti, Lucrezia torturava la povera Antonia, fino a quando voci spettrali non le hanno ordinato di smettere. Entrambe si contendono prima il cuore di una nonna elegantissima e regale, personaggio munifico e splendente delle loro infanzie, e poi quello di Manfredi, pianista squattrinato, reduce da una relazione burrascosa e tossica, amante delle api. Fin qui, sembra un triangolo amoroso tradizionale, di quelli che hanno dato molta linfa alla buona ma spesso anche alla non così buona letteratura. Ma il punto, in questo caso, non è di cosa parla il romanzo di Isabella Santacroce, ma di come ne parla.
Il romanzo è polifonico. Attraverso quattro parti, si susseguono i pensieri di Lucrezia nel presente (a Milano, dove fa la mantenuta di un vecchio milionario) e nel passato, ma anche quelli di Antonia e Manfredi. C'è poi il diario di suor Annetta, che conobbe Lucrezia, e il libro che sta scrivendo, Verso Dio. Suor Annetta fa la conoscenza di Isabella Santacroce, che si trova a Roma, e che sta scrivendo Magnificat Amour, che parla di Lucrezia, Manfredi, Antonia, e quindi anche di suor Annetta. La suora chiede alla scrittrice di fare l'editing del suo libro. Abbiamo, quindi, non solo Verso Dio, ma anche la versione di Verso Dio riscritta da Isabella Santacroce. Per non parlare del fatto che suor Annetta è un personaggio di Isabella Santacroce con il quale Isabella Santacroce comunque interagisce, mentre Isabella Santacroce, a sua volta, diventa un 'personaggio' nelle pagine del diario di suor Annetta...
Non posso non pensare a un'altra trilogia di Isabella Santacroce, ovvero la Trilogia di Desdemona XI, composta da V.M. 18 (Inferno), Lulú Delacroix (Paradiso) e Amorino (Purgatorio). Di questit tre romanzi, il terzo ha una struttura simile a quella di Magnificat Amour. Infatti, Amorino parla di due sorelle, le cui voci si intersecano con quelle degli abitanti di Minster Lowell, freddo paesino inglese, nel quale va a vivere una scrittrice italiana di nome Isabella Santacroce. Dalle somiglianze strutturali e stilistiche fra Amorino e Magnificat Amour, mi verrebbe da ipotizzare che anche Supernova potrebbe richiamare V.M. 18 e che La Divina potrebbe richiamare Lulú Delacroix. In fondo, pare che Supernova parli di vite adolescenziali corrotte dal vizio e dalla violenza (un tema abbastanza 'infernale'), mentre La Divina parla dell'amore di una donna per un cigno chiamato Ludwig (un tema 'paradisiaco'). C'è da pensare, quindi, che con la Trilogia di Eva Isabella Santacroce abbia 'rifatto' la Trilogia di Desdemona XI; o meglio, abbia rivisitato l'inferno, il paradiso e il purgatorio, ma in una maniera meno fantasmagorica e (tenendo conto dei limiti del termine) più 'realistica'. C'è da pensare, inoltre, che Isabella Santacroce, come tutti gli scrittori, non può che vivere per sempre nel purgatorio, dilaniata fra il desiderio di elevarsi verso il paradiso e la tentazione degli inferi. La sua espiazione non può che essere la letteratura.
Magnificat Amour, dunque, come nuovo Purgatorio dopo lo splendido Amorino. Nuovo, certo, ma anche più complesso, più intricato. In Magnificat Amour non solo il numero delle voci cresce, con parti dedicate a nuovi personaggi e nuovi punti di vista, ma anche i piani temporali sono mescolati in maniera vertiginosa. C'è un prima, un dopo, un mentre, ma il labirinto cronologico si complica, così come si complicano i simboli misteriosi che ritornano in punti diversi della narrazione a connettere personaggi apparentemente slegati fra loro (strani signori con la valigetta, api albine...). Il romanzo è, insomma, un capogiro galoppante, che si conclude con pagine crepuscolari e malinconiche davvero molto toccanti.
Ancora una volta, la prosa splendida di Isabella Santacroce incanta. In quanti se ne accorgeranno?
Magnificat Amour è un romanzo corale, in cui le voci dei vari protagonisti di rincorrono e fondono per formare un romanzo unico nel suo genere. Lucrezia e Antonia sono due cugine, completamente diverse, come le facce di una stessa medaglia, rappresentata dalla figura straordinaria che è la nonna. A unirle, oltre il legame di sangue, è la figura maschile di Manfredi, un pianista trentaduenne che è una presenza intermittente tra le due. Tra gli altri protagonisti del romanzo, c'è la stessa Isabella, che racconta sé stessa mentre scrive “Scultura è l’inquietudine. Chiudere questa frase con un punto, non permetterle una conclusione. Sono uno scrittore che vive. Ripetilo. Sono uno scrittore che vive. Serve consacrarsi all’ignoto restandone all’oscuro come io non più sono. Temo la narrazione dell’osceno, invisibile palco di ogni male. Eppure è in me il desiderio di scrivere un romanzo violento. Anche ciò che pare intraducibile ha un suo limpido raggiungere un centro capace di comprenderlo, riconoscerlo come verità già saputa, già nostra. Forse questa solitudine che sento appartiene agli aironi.” Un'altra figura importante all'interno del romanzo è suor Annetta, simbolo dell'unione tra sacro e profano che percorre tutto il libro, intenta nella scrittura del saggio "Verso Dio". Un romanzo che magnifica sì l'amore, attraverso il buio delle pieghe del dolore: “Non lacrime, non i miei occhi, non io, un’interruzione, in un’altra vita, in questo momento che è sempre ora, che mai si allontana, mai si perde, mai non si rivive, mai. E nulla è cambiato, tutto è qui, sotto una quercia, la voce di Antonia, dice: dove niente cade, ricordare la bellezza, ricordare l’amore, i giorni verdi. Ora siamo nella verità. Sii felice.”
Sentimenti contrastanti su questo romanzo... Questo è stato il mio primo approccio con Santacroce, quindi non sapevo bene cosa aspettarmi.
Inizio dalla prosa dell'autrice: articolata, fatta di periodi lunghi, piena di metafore, una scrittura "esagerata" che non mi è dispiaciuta ma che risulta un po' pesante secondo me in un romanzo così lungo.
Per quanto riguarda la storia in sé, ho apprezzato le prime due parti del romanzo, che si concentrano sul racconto del rapporto tra due cugine agli antipodi sotto tutti i punti di vista, mentre le ultime due perdono un po' di brillantezza per me, un po' per le prospettive che vengono inserite (alcune più riuscite, altre meno), un po' per la ripetitività esasperante che assume la storia; praticamente ci vengono raccontate le stesse scene dalla prospettiva di personaggi diversi, rendendo veramente noioso il libro in alcuni punti.
Se è vero che il romanzo viene presentato come l'esplorazione del rapporto tra queste due cugine così diverse tra loro, è però evidentemente come questa sia la storia soprattutto di una delle due, Lucrezia, bellissima e complicata, mentre invece Antonia, la cugina bruttina e timida, rimane sullo sfondo; di lei sappiamo poco o nulla, ho avuto la sensazione che il suo personaggio venga limitato essenzialmente alla storia d'amore che intraprende per un breve periodo di tempo con un giovane conosciuto al parco, per il resto poco o nulla.
Leggendo un po' di opinioni su altri romanzi di Santacroce, mi pare che questo sia molto più soft rispetto al resto della sua produzione: non ci sono scene particolarmente violente o impattanti; c'è invece un forte interesse per la religione ed il mistico più in generale, l'ossessione per la bellezza a tutti i costi, il desiderio di ribellione della giovinezza, la crudeltà che a volte è presente sia in amore che in amicizia e così via.
Un romanzo sicuramente non riuscito del tutto, ma con spunti interessanti, anche se forse in alcuni punti è un po' troppo "melodrammatico" per i miei gusti.
Isabella Santacroce è l'unica scrittrice italiana vivente di cui valga la pena interessarsi e questo potrebbe essere il suo lavoro migliore.
Se la penna può (e può!) più della spada, quella di Isabellasanta è un bisturi intinto in un inchiostro di sangue e acqua benedetta.
Con una rivelazione inaspettata: un senso dell'umorismo del tutto inaspettato che emerge in tutta la terza parte, rendendo uno dei personaggi una "spalla comica" fenomenale.
Ne esiste anche un audiolibro Amazon Audible, altrettanto ottimo.
Il mio primo approccio ad Isabella Santacroce è avvenuto con Magnificat Amour, che ho amato anche se non propriamente compreso. Mi sono innamorata della prosa e di questa commedia umana di bellezza e bruttezza, spiritualità ed esoterismo, rappresentata da due cugine agli antipodi. La Santacroce è riuscita a tessere i fili di una storia dualistica, eppure mi sono mancati i riferimenti alle opere passate. È un segno: devo recuperare Amorino. Per forza.
C'ho messo un po' a leggere quest'opera di Santacroce, non per la fatica narrativa quanto per concedermi le giuste pause per riflettere su una storia non di facile attecchimento mentale. Il suo ritorno è gradito dopo una narrazione progredita a singhiozzi di La Divina, opera che non mi aveva propriamente esaltato. Anche se, devo dire, la Santacroce offre un continuum narrativo, un universo che ai suoi affezionati lettori fa piacere trovare, ma che non so quanto possa attrarre chi si avvicina con Magnificat al suo mondo letterario. Questo perché i rimandi a Detroy, Luminal, Lulu Delacroix, Amorino fino a viaggiare verso La Divina, sono fortissimi che i nuovi lettori faranno fatica a connettersi con la Santacroce. Lo stile e il linguaggio di Magnificat Amour è squisitamente classico, prova di come la Santacroce abbia lavorato tanto per non andare a caccia di impressionismi linguistici, narrando e facendo riflettere sul dualismo estetico di bellezza (è davvero così superficiale Lucrezia? Antonia è davvero così angelica?), sulla dimensione spirituale attraverso scorci di racconti autobiografici e attraverso Suor Annetta. Quest'ultimo è molto interessante, e ritengo che la via seguita dalla Santacroce da Amorino sia quella giusta: considerare la spiritualità non solo come una questione di fede, ma come una dimensione intrinseca dell’esistenza umana, in cui la redenzione passa solo attraverso il dolore e la sottomissione. La voce di Antonia lo afferma in modo chiaro: "[...] volevo l'amore mi salvasse. Derisa dall'infelicità, mi sono rifugiata nelle mie ferite, l'unica famiglia che ho avuto. Non ho mai desiderato di guarire, per non restare sola". Il dolore come forma di resilienza alla vita, dunque. Tuttavia, non ne ho colpe, ma Amorino mi resta irraggiungibile. A distanza di più di dieci anni, ho ancora nella testa le sedute spiritiche come medium narrativo.
Come ogni volta non ho parole. Isabella Santacroce è una dei migliori scrittori italiani contemporanei (ho usato il maschile di proposito, sua definizione e ripresa woolfoniana, e anche per intendere in assoluto, non in classifiche di genere) e ogni suo libro mi lascia un vuoto enorme. Mi lascia sfinita e ricolma di bellezza. Per un po' di tempo avrò difficoltà a leggere altro senza annoiarmi. Magnificat Amour è uno dei suoi libri migliori, uno dei meno disturbanti, è spirituale e magniloquente. Ci vogliono tempo e concentrazione, ma in cambio ci dona pienezza narrativa. Non so cos'altro aggiungere, forse solo niente.
• Romanzo che punta tutto sulla molteplicità delle voci e sul carattere distintivo di ciascun personaggio. Lucrezia, Antonia, Manfredi e Suor Annetta parlano ognuno con un tono proprio e riconoscibile ma troppo marcato come se la ricerca dell’originalità espressiva prevalesse sulla credibilità psicologica.
• La prosa è densissima, cesellata addirittura però l’impressione è che questo continuo sforzo stilistico finisca per appesantire la lettura più che arricchirla.
• La struttura polifonica è interessante ma talvolta sfocia in una sovrapposizione disordinata di registri e toni che rischia di sfibrare l’attenzione e diventare ripetitiva. Ho trovato difficile affezionarmi alle storie raccontate.
• Non mancano passaggi suggestivi e intuizioni riuscite, soprattutto nella prima metà del romanzo ma prevale l'impressione di un universo linguistico chiuso: più esercizio di stile che necessità narrativa.
Prima opera che leggo di questa autrice. Trovo sia scritto divinamente, con una cura e una dedizione pazzesche. Trama a mano a mano svelata, una serie di regali da scoprire. Ah, quanto é complessa la mente umana, quante domande, quante storie che si intrecciano. Eppure domina in qualche modo la serenità, in qualche modo non ti senti solo. Mi sono sentita connessa subito al suo mondo verboso, sensibile, vero, e per certi versi, crudo. Mi ha avvolta, accompagnata, immersa. Le frasi, le parole.. Un incanto... E leggerle, rileggere... Affascinante. Non ho sentito un certo gap per non aver letto gli altri romanzi, a quanto pare legati. Li leggerò? "Chi lo sa. Mah."
C'era grande attesa per questo ritorno in libreria, le premesse e le promesse erano buone, ma purtroppo il libro rimane piatto dall'inizio alla fine.
Gli estremi cui Santacroce è capace nel suo lirismo allucinato e barocco sembrano limati e le pagine rimangono in un limbo.
Lucrezia, che parrebbe arrivare direttamente dalle pagine di V.M. 18, sembra tutto fuorché "maestra dell'immondo, eroina di una vita di scempiaggini".
Il passato di suor Annetta rimane aleatorio, mai veramente approfondito (ed è un peccato, perché è uno dei personaggi più interessanti)
Molta carne al fuoco, ma tutto rimane sospeso, labile senza particolari scossoni.
Una coralità di voci che richiama la scrittura di Amorino, sprazzi di vita a Riccione che richiamano invece Fluo.
Gli stralci dei diari dei vari personaggi (il mio preferito forse è quello del poeta veneziano) si alternano alla narrazione che muove e si intreccia tra passato e presente.
La scrittura di Santacroce salva il libro che però sembra rimanere imprigionato in una dimensione di mezzo.
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Isabella Santacroce scrive come se parlasse, ma in una lingua trasfigurata, poetica, ferita e luminosa. Il suo modo di raccontare è discorsivo nel ritmo, quasi confessionale, ma bellissimo nella forma, perché ogni frase sembra un frammento di musica o di preghiera. La sua prosa scorre come un monologo interiore continuo: non ci sono cesure nette tra narrazione, riflessione e visione. È un flusso, una voce che parla d’amore, di dolore, di fede e di corpo, senza paura di toccare gli estremi. Le due protagoniste, Lucrezia e Antonia, vivono come riflessi specchianti dello stesso desiderio: la bellezza che consuma e l’invisibilità che ferisce. Attraverso loro, l’autrice canta il dolore e la gloria dell’essere donna, il mistero di un amore che può essere preghiera o dannazione. In questo romanzo non c’è distanza tra il sacro e il profano: ogni frase è una genuflessione e una bestemmia, ogni parola una ferita che sanguina luce. Meno crudo visivamente di precedenti lavori, ma tagliente come sempre.
Premetto che non conoscevo Isabella Santacroce. Mi sono avvicinato a questo romanzo spinto dalla curiosità per quanto sentito di lei, le opinioni controverse infatti si sprecano guardando in giro. E ho voluto iniziare la sua conoscenza dalla sua ultima opera, quella del ritorno dopo qualche anno, Magnificat Amour. Dico subito che mi è piaciuto, e non poco. Trovo una capacità di scrittura fuori dall'ordinario, una narrativa mista a poesia che produce un linguaggio altamente sofisticato e impattante. È sicuramente un libro fuori dagli schemi, la trama, se vogliamo anche banale, è probabilmente l'aspetto meno importante. Una storia d'amore, di gelosia, di decadenza che viene vissuta in modo diverso dai protagonisti di cui assaporiamo in profondità i diversi punti di vista. Una lettura forse non per tutti, richiede amore per la lingua e un po' di follia. A me ha dato parecchio e quindi mi sento di consigliarlo seppure con questi avvertimenti.
Nell'incantevole 'Magnificat Amour' di Isabella Santacroce, la penna dell'autrice si eleva come una moderna sibilla, trasportandoci in un regno di oscurità e luce, di peccato e redenzione, dove ogni parola è una nota di una partitura magistrale. Come la protagonista del suo precedente capolavoro, 'La Divina', Santacroce si erge sopra la mediocrità della letteratura italiana contemporanea, incarnando una novella Emily Dickinson, intrecciando destini e passioni in una danza sinistra tra bellezza e bruttezza, desiderio e disillusione. Come un'arpa antica che risuona nell'oscurità di un salotto abbandonato, le parole di Santacroce danzano tra le pieghe del tempo, evocando un mondo intriso di luce e ombra, di amore e perdizione. In questo capolavoro, Santacroce si erge come una moderna sibilla, tessendo una trama intricata di destini intrecciati e passioni infiammate. Il palcoscenico si apre su un duetto enigmatico, dove due cugine, Lucrezia e Antonia, si ergono come figure mitiche in un panorama di vanità e desiderio. Lucrezia, radiosa e affascinante, incarna l'essenza stessa della bellezza, mentre Antonia, ribattezzata "la Gnu" per la sua bruttezza percepita, si aggira nell'ombra della sua stessa esistenza. Ma è nell'incontro con l'insinuante Manfredi che le vite delle due cugine prendono una svolta sinistra e inquietante. L'amore diventa un gioco pericoloso, un labirinto di desideri inestricabili dove nessuno è immune al fascino delle illusioni. E così, mentre Lucrezia si lascia imprigionare dall'aura glamour di un amore melenso, incarnato nel patetico Biscottino, Antonia si rifugia nell'ombra della sua stessa anima, cercando disperatamente un riflesso di sé nelle vite altrui. Le parole di Santacroce risuonano come note di un requiem decadente, taglienti come lame di luce nell'oscurità della notte. Attraverso la prosa affilata come il taglio di un diamante, l'autrice disseca senza pietà le illusioni e le ambizioni dei suoi personaggi, lasciando il lettore a contemplare l'abisso della condizione umana. In questo mondo di specchi deformanti, dove la bellezza è una maschera che nasconde l'orrore della nostra stessa essenza, "Magnificat Amour" si erge come un monumento alla vanità e al potere seduttivo della bellezza. Santacroce ci invita a scrutare nei recessi più oscuri della nostra anima, a confrontarci con la nostra più intima verità, mentre ci smarriamo nel labirinto delle sue parole cristalline.
Magnificat Amour parla di due cugine: Lucrezia, bellissima e molto povera, e Antonia, brutta e molto ricca. Ognuna delle due invidia all’altra quello che non ha. Non corre buon sangue tra di loro e la loro vita scorre così, tra dispetti, gelosie, rancori e parole non dette. Se è vero che le protagoniste sono le due cugine, è vero anche che la storia prende forza attraverso una serie di altri personaggi bislacchi e improbabili che in qualche modo intrecciano le loro storie ma non nel senso canonico del termine. Tra questi personaggi vi è Santacroce stessa la quale, tramite il suo diario, ci fa sapere che sta scrivendo proprio Magnificat Amour e sperimenteremo durante la lettura un momento in cui non saremo più in grado di capire chi è un personaggio del romanzo, chi è reale e chi no… ma questo non avrà assolutamente importanza perché sarà proprio questa la potenza di questo scritto. Conosceremo l’evolversi della trama attraverso alcuni personaggi marginali, crediamo noi, ma che diventano protagonisti in modo funzionale al racconto. Per potermi spiegare meglio mi devo rifare ad un’intervista a Santacroce stessa all’epoca in cui fu pubblicato “Amorino” e in cui lei disse di essere una medium, un tramite, a cui le voci dei personaggi arrivano e attraverso le sue mani prendono forma. È proprio questo quello che ho sentito leggendo Magnificat Amour. Non ho mai letto niente del genere che fosse al contempo ultraterreno e concreto, sanguinante e curativo, senza tempo e moderno, potente e fragile. Non so se questa sia la cifra stilistica di Isabella Santacroce, forse si, ma adesso ho un problema serio: voglio leggere tutti i suoi romanzi che sono… fuori catalogo.
Voce davvero originale. Fantastica la narrazione corale con divisione netta delle voci e dei tempi, super l'idea metanarrativa degli inserti autoriali. Insomma l'impianto e' fantastico e la storia interessante. Prosa che lambisce la poesia e a volte lo e’ davvero. Immagini evocative che si susseguono a volta efficacissime. Per contro mi manca un po’ il giocare con la lingua, qualche termine arcano o ricercato, qualche neologismo, insomma un po’ piu’ di pirotecnia linguistica. Oltre la meta’ mi sono un po’ arenato, ho notato che cominciavo a perdervi interesse. Forse mi aspetto ancora, ma anche no, un momento nel quale appaia qualcosa di piu' delle innegabili immagini poetiche . Ho avuto un po' la stessa sensazione con Il piacere di D'Annunzio. Mi sembra che i personaggi non siano abitati da una ricerca di illuminazione, ma piuttosto siano assetati di mera sensazione. Probabilmente queste sono solo mie capricciose aspettative o molto piu' probabilmente cio’ e’ frutto solo della mia incapacita’ ,oppure delle differenze esistenziali tra lettore e autore.. Per riassumere: stilisticamente e strutturalmente molto interessante ma, a mio avviso, un po’ troppo "neo dannunziano". Consigliato a chi cerca una voce diversa , assolutamente.
Ammetto che ero partita prevenuta. Non conoscevo affatto Isabella Santacroce, quindi quando mi sono trovata questo libro nella lista del gruppo di lettura che frequento, mi sono andata a cercare qualche intervista su YouTube e informazioni in rete. Poche, in verità, perché sembra che questa autrice abbia molto a cuore la sua privacy. Quando mi sono trovata davanti questo personaggio che lei propone e queste performance che organizza quando incontra il pubblico per promuovere i suoi romanzi, mi sono un po’ cadute le braccia. Non proprio il mio genere. Così ho scaricato l’audio libro da Audible, perché in biblioteca non era disponibile e non avevo voglia di comprarlo. E devo dire, invece, che mi è piaciuto. Non ho trovato niente di pulp o di troppo sconveniente, piuttosto molto Romanticismo, nel senso letterario del termine. Ma anche un’autrice capace di cambiare voce a seconda del personaggio, di mescolare l’antico col moderno in modo credibile, di usare il linguaggio in modo creativo, artistico, anche divertente. Non so esattamente perché ( beh, i temi narrati hanno dei punti in comune) ma mi ha ricordato “Menzogna e sortilegio” della Morante.
Si manifesta sempre allo stesso modo la prosa della Santacroce: poetica e rivelatrice, nella sua criptica esternazione. Questo romanzo ricorda molto Amorino (e in parte è lei stessa a dircelo): un po' per la presenza delle molteplici voci, un po' perché a camminare nelle pagine dell'opera è la stessa Isabella, personaggio e scrittrice, costretta - per caso - a fare i conti con sé stessa e con i suoi personaggi (e i suoi personaggi, nemmeno a dirlo, costretti a fare i conti con lei). È tuttavia uno dei romanzi più articolati, perché se la trama si dipana con flemma, in ogni pagina si ritrova una fortissima densità data dalla contraddizione emotiva che ogni essere vivente del romanzo tira fuori da sé. È sempre un piacere leggere la Santacroce. Spero che ci delizi e ci guidi ancora.
Credo che sia il libro che mi è piaciuto di più di Isabella Santacroce. Mi è piaciuta molto la sua incursione nel mondo del paranormale e come si amalgama nelle vite di alcuni personaggi. Mi è piaciuto come abbia messo il lettore nella posizione di giudicare tra l'interiorità/azioni di alcuni personaggi che sono molto giudicanti nella storia. Mi sono piaciuti molto gli slanci poetici che pervadono l'intero libro. Se non avesse voluto includere anche sè stessa come personaggio ai margini del racconto avrei dato cinque stelle, anche se alcuni paragrafi del personaggio Isabella sono molto belli, è qualcosa che ritengo "non necessaria"
Libro corale, con capitoli narrati dai diversi personaggi che si alternano nella storia. Nonostante la trama catturi, e sia raccontata con vivacità e le diverse voci, circa a metà libro questa tecnica narrativa appesantisce la storia. Sicuramente ha il vantaggio di rendere più intricato il tutto nascondendo dei mini colpi di scena dietro alle pagine, ma a me personalmente ha iniziato a pesare quando ormai non potevo più abbandonare il libro perché voleva sapere cosa accadeva. Inoltre la voce dell’autrice l’ho trovata eccessivamente artefatta, a un certo punto avrei solo voluto saltarla. Non posso dare un giudizio univoco a questo libro.
"Ho un cuore da un euro in una pochette Hermès da quattromila. Di questa luce sono il ritratto, una fiammata di buio"
Isabella Santacroce danza come sempre audacemente sul filo sottile tra l'oscurità e la luce. Con una prosa lirica, tesse una narrazione intensa, dove il dolore si trasfigura in estasi e la rovina in rinascita. In questo libro, l'autrice si conferma sacerdotessa di un culto letterario fatto di parole come lame e di frasi come carezze, invitando i lettori a un viaggio attraverso i meandri più profondi dell'anima.
Nel purgatorio di scrittori e scrittrici afflitti da un senso di colpa di classe che ci ammorbano raccontandoci di famiglie dilaniate da piccole miserie di provincia, nel tentativo di emulare il successo di Elena Ferrante, Isabella Santacroce rifulge in tutta la sua unicità, la sua incapacità di scendere a compromessi con il suo immaginario esoterico, in un romanzo corale dove ad ogni voce corrisponde una diversa scrittura. Una prova di abilità che forse in certi momenti si dilunga troppo ma che, considerato il panorama odierno italiano, é una boccata d’aria fresca.
"Già senti il calore sciogliere il freddo, guarirti, e attraversi quella bufera di pianto, che a ogni passo si trasforma, in apparizioni di cuori. Se solo io non sapessi, non questa sensibilità, non queste ossa. Se solo io non capissi, non questa poesia che mi squarcia. Se solo, non questo dolore, la vita. Manfredi, un’altitudine le sue carezze. Ed ero lieve, poggiata sulla bordura di un precipizio, un vuoto a un solo passo da lui. Inginocchiata tra due mondi, volevo l’amore mi salvasse."