Storie sul lavoro impiegatizio e diversi aspetti del lavoro in annunci e colloqui conoscitivi, team building, trasferte, mobbing, cene aziendali... Racconti ora misteriosi, ora fantastici, che inscenano meccanismi inquietanti e ridefinizioni dell’essere umano, tra metamorfosi dei corpi, società surreali e fantasmi.
Linda De Santi è nata vicino a Pisa nel 1985. Laureata in Lettere, ha svolto diversi impieghi prima di approdare al lavoro in azienda. Ha scritto alcune storie pubblicate in raccolte antologiche e su riviste letterarie, tra cui Malgrado le mosche, Donne difettose, Nabu. Giorni al neon è la sua prima raccolta di racconti.
Sarà che gli inferni impiegatizi mi toccano da vicino, sarà che la scrittura di Linda De Santi, controllata, semplice ma mai banale, scende come acqua fresca, sarà che una vena di assoluta tristezza percorre queste storie, sarà che le atmosfere che riesce a evocare questo libro – senza strepiti o effettacci – sono davvero uniche e stranianti, sarà sarà sarà… Leggete “Giorni al neon”, ché tutti i racconti sono fighissimi e ha il solo "difetto" di tutte le grandi raccolte di racconti: finisce troppo presto e se ne vuole ancora.
Ci sono luoghi dissolti. Luoghi che prima avevano un contorno fisico e materiale ma che poi a poco a poco, iniziano a perdere la loro fisicità. Che si dissolvono, appunto. E che nel loro sciogliersi finiscono con il dissolvere anche la percezione e l'essenza delle persone che quei luoghi li abitano. Questi luoghi, queste geografie di cui ci racconta Linda De Santi, sono tutti i nostri posti di lavoro. Sempre più delocalizzati, sempre più sconnessi dal mondo reale. Eterotropie oscure che hanno perso la loro essenza fisica diventando, di fatto, altro. E facendo diventare 'altro' anche chi questi moderni non-luoghi li vive.
Assorbono parti di noi. Occultamente, come fossero un veleno lento a rilasciarsi, si insediano nel nostro quotidiano. Prendono il posto delle speranze, si sostituiscono ai desideri e finiscono con il contaminare anche i nostri sogni, a volte allungando il loro potere ben oltre la nostra forma mortale.
George A. Romero, nel suo L'alba dei morti viventi, immaginava che i non morti si accalcassero nei centri commerciali trascinati da memorie consumistico-pavloviane andando a perseguitare da morti quei luoghi che infestavano da vivi. Nelle metamorfosi descritte in Giorni al neon questo strano conforto viene a mancare perché viene meno la fisicità di quei luoghi - gli uffici - che assorbono la maggior parte delle nostre energie fisiche e mentali.
Così diventiamo - fisicamente e mentalmente - ciò che le Aziende si aspettano da noi. Ed esistiamo in funzione di ciò che eravamo durante la nostra vita lavorativa. Ma non abbiamo più un luogo fisico da infestare, come invece potevano fare gli zombie di Romero. E quando lo scorrere del tempo ci allontana dal luogo di lavoro, in una morte produttiva metaforica, ecco che arriva la perdita. Come il titolo dell'ultimo racconto: La perdita. Una dimensione disperata dove siamo ciò che eravamo. Dove tutto ciò che abbiamo accumulato al di fuori del nostro lavoro si perde in un vortice di dimenticanza dal quale estraiamo a sorte piccoli frammenti aziendali che, come totem oscuri, restano fissi a tormentarci.
Alcuni dei racconti contenuti in Giorni al neon flirtano con il weird. Ma la loro è una comunione che in qualche modo vuole essere conforto. Perché l'unico modo per accettare ciò che l'autrice ci mostra è fingere (o sperare?) che appartenga a una realtà che si muove lungo un binario parallelo a quello del nostro quotidiano. Mentre invece Giorni al neon dovrebbero essere un monito da tenere ben presente. Prima che si trasformi in una profezia.
Questa collezione di racconti esemplifica bene l’abilità del fantastico di rappresentare il presente, evidenziando l’assurdo di dinamiche che tendiamo a considerare scontate o inevitabili. Quando si tratta di lavoro, le retoriche si sprecano: ben venga quindi uno sguardo radicalmente diverso, weird nel senso più ontologico del termine, per smascherare le idiosincrasie del sistema corporate.
Dall’assunzione alla pensione, “Giorni al neon” ci accompagna attraverso una carriera fatta di open space, corridoi di servizio, scale antincendio e pause caffè, in aziende dove il lavoro è diventato qualcosa di simile a un esperimento di psicologia comportamentale sfuggito al controllo, arene dove si compete con ferocia per il nulla.
Con un accostamento di generi e stili nel quale le immaginazioni distopiche, le mutazioni fisiche e le trascendenze spettrali hanno lo stesso grado di irrealtà dei momenti più realistici, questi racconti ritraggono un universo assurdo, a cui è difficile credere per la sua gratuità e violenza ma che tutti noi sappiamo esistere, e che tolleriamo come una conseguenza, orribile ma inevitabile, della società da cui dipendiamo.
Per Linda De Santi il lavoro non è un’astrazione sulla quale speculare a distanza ma qualcosa di presente, concreto e sporco, con cui siamo costretti a vivere. Partendo forse da esperienze personali, ci cala nella pelle di personaggi che sono allo stesso tempo vittime, complici e sopravvissuti e interroga, tra le righe, la nostra umanità di lettori di fronte alle mostruosità che descrive.
La sua scrittura è tersa, a tratti beffarda, di una durezza frontale che schiva eccessi, assoli e intellettualismi per colpire allo stomaco. Eppure “Giorni al Neon” suona liberatorio come una sessione di scream therapy, perché a ogni pagina dà finalmente un nome a ciò che ci fa male.