“Champagne e mandorle tostate.”
Maigret affascina per la sua grande umanità, per la sua piena comprensione delle vicende umane, sia che si tratti della vittima, che dell’assassino. Nelle sue indagini prevale l’introspezione, la riflessione pacata, insomma, l’elemento psicologico. È uomo, prima che commissario, che tra una fumata e l’altra non disdegna qualche corposo boccale schiumante di birra e la compagnia di allegre donnine con l’animo ferito dalla vita.
"Il crocevia delle Tre Vedove" sembra ammiccare al motto che l’eccezione conferma la regola. Qui troviamo un Maigret insolito, come tutto il resto. Tinte fosche, atmosfere conturbanti, personaggi inquietanti e un mistero che si infittisce sempre più, come la nebbia, come il fumo che riempie una stanza oscura.
Inizia con un interrogatorio. Il sospettato è un danese impassibile, che non ha cedimenti neanche dopo diciassette ore di domande serrate, a cui risponde senza fare una piega e in cui la sua versione non cambia di una virgola. Non sembra avere sentimenti, Carl Andersen.
Questo introdurci a fine interrogatorio, non solo a delitto già compiuto, ben dopo il rinvenimento del cadavere, ma già nel pieno delle indagini, è la prima delle eccezioni. Il lettore è subito buttato nella mischia, e si percepisce immediatamente che qualcosa non tornerà. E quello che non tornerà sarà molto.
Tutto ruota attorno a quel crocevia del titolo: un non luogo dall’atmosfera opprimente, fumosa, immerso nel nulla e nella nebbia. Un luogo di passaggio, dal nome leggendario, in cui sorgono tre soli edifici: una villetta, una rimessa con pompa di benzina e un’antica casa dalla storia sinistra.
Un cadavere che si trova nella macchina sbagliata, che si trova nella rimessa sbagliata. Tutto è dove non dovrebbe essere e niente è come sembra. Nessuno è quello che dice di essere. C’è tutto, in questo breve romanzo: atmosfera gotica; porte chiuse a chiave su sorelle da proteggere; fratelli apprensivi come amanti gelosi.
“Scesero l’uno dietro l’altro nel cerchio danzante della lampada a petrolio. Nel salotto l’unico chiarore era la punta incandescente di una sigaretta.
Man mano che Andersen procedeva, la stanza si riempiva di luce. Apparve Else, semisdraiata su una poltrona, lo sguardo indifferente.”
Ombre cinesi. Gli opposti, come luce e oscurità. Un uomo con occhi sinistri e fissi e una donna civettuola e provocante, avvolta in un tubino di velluto nero che lascia poco all’immaginazione.
Come un gatto, che si muove sinuoso al centro della scena. Un gatto dagli occhi scintillanti nel buio, che si annoia mollemente sul divano.
Else è la femme fatale che fa vacillare per qualche istante il nostro eroe.
“Perché una donna può essere bella ma non seducente, mentre altre dalle sembianze meno perfette risvegliano immancabilmente il desiderio o un senso di romantica nostalgia.
Else li suscitava entrambi. Era donna e bambina insieme. Attorno a lei l’atmosfera si caricava di sensualità. Eppure, quando guardava qualcuno negli occhi, ci si sorprendeva delle sue pupille limpide e fanciullesche.”
Quanto basta per confondere Maigret, che pur cedendo al fascino femminile, non si fa prendere per il naso.
Ma è il romanzo delle eccezioni, abbiamo detto, ed eccola qui, la grande eccezione: il nostro Commissario, solitamente pacato e riflessivo con la sua pipa fra le labbra, insolitamente si lascia coinvolgere in scazzottate, inseguimenti e sparatorie, con tanto di colpi schivati e tuffi.
Un Maigret straordinariamente attivo che mi ha sorpresa, coinvolta e divertita.
Quattro stelline e mezza, perché avrei voluto che durasse di più.
Chapeau, Monsieur Simenon!