Il libro si batte su due fronti, nel descrivere questo presunto "declino occidentale". Sul secondo fronte, quello della situazione politica internazionale, poco da dire, viene affrontato nella seconda parte del libro, e nonostante mi sembra che a volte pecchi di eccessive semplificazioni, la causa che perora, quella di un minore impegno militare americano nel resto del Mondo, con conseguente maggior assunzione di responsabilità da parte europea, è a suo modo è condivisibile, anche considerando gli eventi degli ultimi due mesi.
I grossi problemi, secondo me, sono sul primo fronte, che occupa una prima metà abbondante del libro, ovvero il fronte interno, l'analisi della tendenza che avrebbero i paesi occidentali e soprattutto gli Stati Uniti, ad autoflagellarsi, autoannientarsi, appunto a suicidiarsi.
Intendiamoci, le bastonate che l'autore riserva prima al politicamente corretto che infesta buona parte della sinistra e poi a certo ambientalismo sono doverose: il primo, il politicamente corretto, è un vero flagello ed è pericoloso nelle sue derive più intolleranti, fanatiche e (giustamente chiamate così dall'autore) illiberali; il secondo, cioè certo ambientalismo, è spesso prigioniero di derive irrazionali, disinformate, tecnofobiche e antiscientifiche che mettono a serio rischio la possibilità di affrontare i grandi problemi dello sviluppo (in testa il riscaldamento globale) senza riprecipitare il Mondo nella miseria e nell'oppressione politica che precedeva la rivoluzione industriale.
Fin qui tutto bene, dunque.
Il problema non è tanto dunque nella pars destruens del libro, ma in quella construens. Tra le righe ma a tratti anche esplicitamente l'idea dominante il libro, dalle prime pagine sino alle ultime, è che l'occidente si sarebbe rammollito, quasi (la parola non è questa, ma ci potrebbe stare) svirilizzato, e questo per colpa di un'alleanza tra quella che l'autore chiama sinistra illiberale e una non meglio identificata "élite globalista" ai danni della popolazione, in particolare della classe operaia bianca. Non sfuggano questi termini e questi concetti, perché sono tipici del discorso di certa destra complottara, quella che se la prende coi poteri forti o con la finanza internazionale. E in effetti gran parte delle soluzioni propugnate dall'autore, che pure sottolinea il proprio passato da comunista gramsciano, sono talmente in fuga dall'estrema sinistra antioccidentale da superare il centro per finire a destra. Se l'autore accusa la sinistra antioccidentale di fomentare, con le proprie posizioni estreme, il voto di destra, in realtà lui stesso è un esempio di questo spostamento in senso fortemente conservatore.
È un esempio dello spostamento a destra il capitolo sull'immigrazione, che l'autore osteggia con vigore perché andrebbe a comprimere i salarî, a rovinare il mercato del lavoro a danno degli autoctoni, e tutto questo sarebbe orchestrato dalle summenzionate "élite globaliste" del capitalismo a proprio vantaggio. Il capitolo sull'immigrazione si conclude con un elogio, molto emotivo, del confine patrio, dell'idea di nazione, dei confini chiusi insomma.
Sono un esempio dello spostamento a destra i capitoli sulla gestione dell'ordine pubblico. Qui l'autore accusa la sinistra americana di essere lassista, di voler abolire la polizia, di essere responsabile, con questo atteggiamento e conseguenti politiche, dell'incremento dei tassi di criminalità in determinate città e regioni degli Stati Uniti. E poi se la prende a più riprese con lo spaccio e il consumo di stupefacenti. Il realtà il problema è ben più complesso di come lo pone l'autore, il problema carcerario negli Stati Uniti, che l'autore liquida con una sola riga, è grosso e reale, ed è generato (guarda un po') proprio dalla decennale guerra alle droghe e da un sistema giudiziario sempre più punitivo e draconiano (altroché lassismo). Stupisce che un autore, che si presenta come (dopotutto) progressista, non sappia come siano proprio i sistemi giudiziarî non punitivi a produrre i migliori risultati in termini di riduzione della recidiva, e per questo basterebbe un confronto tra il sistema USA e quelli invece di diversi paesi europei, con leggi meno punitive (specie riguardo agli stupefacenti), tassi di incarcerazione molto bassi e, di conseguenza, molti meno problemi di ordine pubblico.
È inoltre molto semplificatorio presentare l'estrema sinistra attuale come lassista, permissivista e perdonista, quando sì, lo è forse con determinati segmenti di popolazione che afferma di voler proteggere (minoranze razziali, etniche, sessuali, ecc.), ma verso i proprî nemici ha un atteggiamento estremamente punitivo che non esita a cooptare tutti gli strumenti dello Stato repressivo, a cominciare dal codice penale, per schiacciare senza pietà chi non si allinea, che viene di volta in volta additato come omofobo, sessista, razzista, ecc. D'altra parte se lo stesso autore parla più volte (e in questo caso a ragione) di "sinistra illiberale" ci sarà un motivo... ma allora come fa a sostenere al contempo che questa sinistra sarebbe la fautrice del rammollimento e del permissivismo occidentale? Per me il politicamente corretto è un problema non perché incoraggerebbe licenza e anarchia (magari!), ma al contrario proprio perché tende a imporre più rigidità, più regole, più disciplina.
E infine il libro è un esempio dello spostamento a destra coi paragrafi sul sistema educativo, in famiglia come a scuola. Anche in questo caso l'autore lancia i suoi strali contro permissivismo e lassismo, arrivando quasi a confrontare a favore dei secondi i nostri metodi con quelli dei paesi asiatici in ascesa, in particolare quello cinese, dove l'educazione è dura e severa, in grado di educare, insomma, dei veri uomini (o, mi chiedo io, dei veri sudditi?). Ora, io il sistema educativo cinese o coreano o di Taiwan non li conosco, ma ho seguito da vicino quello giapponese, dove le scuole sono gestite come delle caserme e dove, se forse ci sono ottimi risultati in quanto a voti (ma con un sistema d'istruzione quasi solo nozionistico), il prodotto secondario sono dei tassi di bullismo che dir preoccupanti è ancora poco. Forse gli studenti asiatici crescono patriottici e con la schiena dritta, come piace all'autore, ma a che prezzo? Siamo sicuri che sia il loro il modello da emulare?
Il libro si conclude, nell'epilogo, affermando esplicitamente che "la decadenza include degrado morale, edonismo ed egoismo, nonché l’incapacità di sacrificarsi per difendere la civiltà dai suoi nemici esterni." Insomma, non ci sono più i sani(?) valori di una volta e nessuno è più disposto a morire per la patria. Discorsi che forse non starebbero male in bocca a un qualunque prete nostalgico del ventennio... o a un autore che non sa decidersi se i "valori occidentali" in pericolo e da difendere siano davvero quelli di libertà nel senso più ampio (che per me non sono nemmeno valori occidentali, ma universali) oppure quelli di un ritorno alle gerarchie, alla disciplina, alle politiche di legge e ordine.