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Astraea: The Imperial Theme in the Sixteenth Century

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Astraea The Imperial Theme in the Sixteenth Century

Hardcover

First published January 1, 1975

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About the author

Frances A. Yates

39 books204 followers
Dame Frances Amelia Yates DBE FBA was an English historian who focused on the study of the Renaissance. In an academic capacity, she taught at the Warburg Institute of the University of London for many years, and also wrote a number of seminal books on the subject of esoteric history.

Yates was born to a middle-class family in Portsmouth, and was largely self-educated, before attaining a BA and MA in French at the University College, London. She began to publish her research in scholarly journals and academic books, focusing on 16th century theatre and the life of John Florio. In 1941, she was employed by the Warburg Institute, and began to work on what she termed "Warburgian history", emphasising a pan-European and inter-disciplinary approach to historiography.

In 1964 she published Giordano Bruno and the Hermetic Tradition, an examination of Bruno, which came to be seen as her most significant publication. In this book, she emphasised the role of Hermeticism in Bruno's works, and the role that magic and mysticism played in Renaissance thinking. She wrote extensively on the occult or Neoplatonic philosophies of the Renaissance.

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Profile Image for Sherwood Smith.
Author 168 books37.5k followers
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March 31, 2014
Frances Yates was responsible for shaping my understanding of the sixteenth century paradigm in Europe, though the focus is primarily Elizabeth Tudor's "campaign" to strengthen her monarchy with symbolism. It worked because the symbols had meaning to her court, her country, and her fellow Western Europeans.

It's always worthwhile to come back to this book, from which I learn new things on every read, as I fit together her observations with other reading done in the meantime.

Basically it's about court symbolism expressing the lingering phantom of 'empire' as understood in the Roman Empire. Charles V's remarkable reign unexpectedly gave the idea not only new life, but a new direction, which subsequent monarchs in both England and France tried to evoke as they struggled for peace and order.

It's also great for furnishing details of courtly entertainments in the form of processions, etc.
Profile Image for Vite da Lettore.
58 reviews6 followers
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June 25, 2019
Frances Amelia Yates con la sua autorità negli studi sul Rinascimento, ha offerto contributi storiografici riformatori in campi pur tanto battuti, individuando nella fiorente tradizione ermetico-cabalistica, riproposta mediante l’innesto di dottrine alchemiche, una sostanziale fase di transizione rivolta al mutamento scientifico del XVII secolo. La fine capacità di reperire negli avvicendamenti tra il Cinquecento ed i primi del Seicento, i nessi fra le forme di pensiero e sistemi filosofici, pone in atto una dinamica di riscoperta riservata alla storia moderna di fenomeni culturali costitutivi della sua stessa identità, coadiuvata dall’attenzione rivolta al simbolismo come fattore di sviluppo psichico, spirituale e scientifico.
Nel 1975, la nota casa editrice britannica Routledge pubblica la prima edizione di Astrea. L’idea di Impero nel Cinquecento, che attraverso saggi redatti in luoghi e tempi diversi, traccia la genesi e lo sviluppo del concetto imperiale partendo dall’epoca classica, proseguendo attraverso la sua depressione nel periodo medievale, sino alla riviviscenza cinquecentesca nelle sue manifestazioni allegoriche e nei suoi rapporti con le allora contemporanee monarchie europee. Consegue che il proposito di quest’opera di saggistica, o uno dei suoi propositi, sia dimostrare che un esame della storia dell’idea imperiale secolare è un presupposto necessario per lo studio dell’Ethos quindi dei valori interiorizzati dalle monarchie nazionali europee, così come si sono sviluppate nell’età rinascimentale. Secondo l’autrice, tale affermazione trova verità nelle vicende della dinastia d’origine gallese dei Tudor, e nella sua rappresentante più nota, Elisabetta I (1533-1603 d.C.). Il complesso simbolismo di cui è oggetto questa regina, figlia di Enrico VIII d’Inghilterra (1591-1547 d.C.) e di Anna Bolena (1501/7-1536 d.C.), si radica alla visione di riforma imperiale ed all’esigenza del conforto ricevuto dalla rinascita delle idee di universalità e di continuità imperiali che figure come Carlo V d’Asburgo (1500-1558 d.C.), per fini e traguardi supposto erede di Carlo Magno (742-814 d.C.) Imperatore del Sacro Romano Impero, sono sembrate rappresentare. Le inquietudini derivate dai tempi di instabilità politica cinquecentesca, vengono grandemente accresciute dall’offensiva scatenata dalla Riforma contro la corruzione del papato ed il conseguente indebolimento della monarchia spirituale. Anche la monarchia temporale viene però mutilata ed il suo ascendente assai limitato. Privo com’è del duplice sostegno di Papa ed Imperatore, come sarebbe stato dunque possibile al mondo sopravvivere alla crescente confusione, se i sovrani nazionali non avessero gravato sulla propria persona una parte dell’aspetto universalistico e religioso della funzione imperiale?
Accogliendo un’interpretazione da parte di terzi, se con Carlo V, dopo un oblio secolare, lo spettro dell’Impero conosce un risveglio assistito da opere letterarie come l’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, al quale si fa alludere il futuro dominio del principe asburgico sui nuovi territori d’oltre oceano, al tema imperiale fa costante riferimento anche Elisabetta I d’Inghilterra, il cui il costume inglese riserva il titolo di Astrea, aurea diva mitologica già citata nelle Metamorfosi di Publio Ovidio Nasone, che a sua volta avrebbe attinto dal creato greco di Esiodo ed Arato di Soli. Questi narra della dipartita della Iustitia Astraea dal mondo al sopraggiungere dell’età del ferro dominata dalle nefandezze della guerra, seguita poi dalla sua assunzione celeste con le sembianze della costellazione della Vergine, il cui attributo, un fascio di spighe, culmina nello splendore turchino della stella Spica (α Virginis). Idealisticamente parlando, tale raggruppamento astronomico che al suo tramontare stagionale abbandona la sovrana inglese per nascita settembrina, conservata la purezza e sostenuta ad est dalla Bilancia, giustiziera cosmica, suole manifestarsi nuovamente a cavallo dell’equatore celeste in primavera, per offrire un ultimo e solenne commiato alla caducità umana di Elisabetta I.
È Publio Virgilio Marone a riprendere celebre la figura di Astrea nella quarta ecloga delle Bucoliche, che verrà interpretata dall’imperatore Flavio Valerio Aurelio Costantino (272-337 d.C.) come prefigurazione della giunta della Vergine Maria cristiana, ammantata in spighe di grano ricamate. A giustificare le rivendicazioni temporali e spirituali di Elisabetta I assiste anche la leggenda della discendenza tudoriana da Bruto I, che erede del troiano Enea, nell’Historia regum Britanniae di Goffredo di Monmouth (XII secolo) fonda la colonia di Britannia, dal quale ne prende il nome.
La creazione di archetipi favolistici, detta anche mitopoiesi, dunque, altera i simbolismi imperiali d’origine classica ed asburgica, arricchendone l’immaginario con le leggende arturiane e la figura di Elisabetta I, rosa iridea ed erede unificatrice delle storiche casate di York e Lancaster. Nel recupero delle strutture tematiche formaliste da parte della regina anglosassone, è insita la rivendicazione di una piena autonomia politica e religiosa per l’Inghilterra. È attorno al nubilato di Elisabetta I che viene innalzato il mito della vergine Astrea, il cui encomio raggiunse l’apice dopo la vittoria della flotta inglese sull’Armada Invencible spagnola di Filippo II (1527-1598 d.C.) nel 1588, successore del citato Carlo V. A decantarne le lodi concorsero numerose commedie allegoriche rappresentate in onore della sovrana, come The Misfortunes of Arthur (1588) di Thomas Hughes, il quale si riferisce alla Vergine della Britannia con epiteti astrologici quali Zodiac’s joy (letizia dello zodiaco) e the planets’ chief delight (sublime diletto dei pianeti). Anche l’effige della fenice che nell’Enrico VI (1597) di William Shakespeare accompagna il motto regale semper eadem (sempre la stessa), appartiene al simbolismo imperiale di Elisabetta I, simboleggiando assieme ad Astrea la giunta della renovatio, fondata sull’aspirazione all’unità governativa e sulla dignità della purezza che tende a sovrapporsi agli emblemi del culto cattolico romano, sostituendone la venerazione con la nuova religione di Stato. Per questo la figura della Regina Vergine viene giudicata come ambivalente: tacciata come eretica dalla curia romana, ella incarna per i riformati l’auspicio della Giustizia flagellatrice dell’egemonia papale, inconciliabile col disegno universalistico dell’aureo rinascimento britannico.
Nelle terre cristiano cattoliche, il nolano Giordano Bruno, pur non denominando la regina con l’appellativo di Astrea, ne è un fervente ammiratore, talché nella Cena delle Ceneri o Al mal contento (1584), oltre ad aver lodato la rispettabilità e la sapienza di Elisabetta I, accenna, rifacendosi ad alcuni scritti di Lucio Anneo Seneca, alla perduta età dell’oro, elemento da ricondurre, secondo la Yates, al mito di Astrea. Similmente nello Spaccio della bestia trionfante (1584) è possibile alludere, per mezzo d’un passo sulle costellazioni celesti come metafora del ruolo e potere monarchico, alle alleanze politiche europee: il Leone (il regnante) era associato al re di Francia, la Vergine alla regina d’Inghilterra (il cercatore) e la Bilancia al re di Spagna (il saggio). Tale simbologia diviene motivo imperiale acquisito anche dagli usi monarchici francesi, rivale di quella asburgica per la supremazia europea in virtù della propria discendenza carolingia. L’idea che al Rex Christianissimus di Francia spettasse il comando sul mondo conosciuto viene teorizzata nel Medioevo dal giurista e tra i fondatori del Regalismo Pierre Dubois, influenzando la speranza dei popoli italici sulla venuta dal nord di un paladino che li avrebbe redenti, identificato dai ghibellini con l’imperatore teutonico, dai guelfi col sovrano d’Oltralpe. Il mito della renovatio, come accaduto per la discendente tudoriana, accompagna l’immagine di Francesco I (1494-1547d.C.) e quella del figlio Enrico II (1519-1559 d.C.). Alla morte di questi, nel 1559, la moglie Caterina de’Medici (1519-1589 d.C.), amministra con risoluta volontà i destini della Francia per conto dei figli, i futuri Francesco II (1544-1560d.C.), Carlo IX (1550-1574 d.C.) ed Enrico III (1551-1589 d.C.). È allora Guillaume Postel, studioso umanista a farsi portavoce dell’apologetica monarchica, ritenendo possibile riconoscere con argomentazioni mistiche una religione mondiale che fosse congeniale ad ogni credenza. Accanto al Papa, primate di questo culto universale, egli avrebbe posto, come sovrano temporale, il regnante di Francia.
Come le ambizioni imperiali inglesi, così quelle francesi si esprimono nella ripresa della simbologia degli Asburgo. Le Colonne dell’emblema di Carlo IX sembrano richiamare quelle imperiali, mentre lo stemma delle Tre Corone di Enrico III, secondo la lettura datane da Giordano Bruno nello Spaccio della bestia trionfante, sottintenderebbe ad un imperialismo dalle fattezze fortemente religiose e riconciliatorie, mira che raggiunse la sua forma più nobile durante il regno di Enrico IV (1554-1610 d.C.) detto il Grande. A costui fu legato sia il mito dell’Ercole gallico, restauratore della pace imperiale e cattolico tollerante, sia la figura di Astrea, come nel romanzo pastorale L’Astrée di Honoré d’Urfé pubblicato tra il 1607-1627.
La legittimità delle aspirazioni imperiali dei regnanti europei si posa gravemente sulla leggenda della loro discendenza dalla Roma augustea, il cui mito di fondazione è a sua volta collegato alla fuga di Enea dalla sanguinosa Troia. Come due colonne imperiali, Bruto sarebbe stato il capostipite troiano degli inglesi, Franco o Francione, quello dei francesi. La figura di Astrea tra cerimoniali e processioni religiose tipiche dei regnati europei, in definitiva, rimanda ad un’immagine autorevole della regalità indipendente, motivo per cui la collocazione cosmica dell’idea monarchico-imperiale, la presentazione del Monarca Unico come espressione nel mondo della società umana ed in quello della natura fisica, si compie come processo consono alle posizioni filosofiche del tempo, in special modo a quelle di tipo esoterico, quale l’analogia tra i loci del macrocosmo divino e del microcosmo umano, saggiante una ripresa tanto viva nella tradizione ermetica rinascimentale.
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