Romanzo che si merita due stelle a causa della personalità del protagonista e soprattutto del finale. Le stelle sono due e non zero solo grazie alla bella scrittura — che, da sola, non basta a fare un bel romanzo.
Gli uomini deboli e vigliacchi, se poi sono anche cinici e arroganti, mi fanno ribrezzo. Questo ovviamente nella vita reale, ma ancora di più nella fiction. Il protagonista di questo romanzo, purtroppo, è al 100% uno di questi uomini.
Trama con spoiler: un professore di letteratura francese e scrittore di modesto successo, che si sente il più intelligente del mondo, dopo alcune disavventure causate unicamente dal suo essere uno s— colossale, riceve in dono da Dio un’opportunità unica per crescere nello spirito e nel carattere, ma alla fine, di fronte alla prima vera difficoltà che gli si para davanti, da quel mollusco che è, preferisce gettare la spugna nascondendosi dietro una scusa ipocrita e tornare alla sua comoda routine quotidiana. Fine. The end!
Con buona pace dei lettori freddi per cui la trama è secondaria o irrilevante, per me la trama è assolutamente fondamentale — perché una storia è una storia, e perché non si esime mai dal comunicare qualcosa dalle profondità più recondite dell’autore (consapevole o meno).
C’è un motivo per cui una “bella” storia, quando è davvero bella e ti resta piacevolmente nel cuore, di solito finisce bene: perché vuol dire che valeva la pena raccontarla e ascoltarla, caspita! Le storie che finiscono nel fango come questa, invece, chi le racconta di solito ha qualche problema, e quelli a cui piacciono forse anche di più — se non altro il problema che, glacialmente accecati dal piacere del linguaggio fine a stesso, si dimenticano di cosa vuol dire “raccontare una storia” e del perché le storie si raccontano.
Quanti uomini della preistoria non vedevano l’ora di raggrupparsi intorno a un fuoco ad ascoltare Gumba che raccontava la sua famosa storia su un eroe che era un cinico senza palle che davanti alla prima vicissitudine si voltava indietro e scappava a gambe levate, abbandonando il bambino che amava!
Ma dai. Da che mondo è mondo le storie si raccontano per ispirare, per costruire, per simboleggiare, per fortificare, per dare emozioni positive. Non per distruggere, per deludere e per dare emozioni negative. E sicuramente non come “veicoli per una bella scrittura”… ma siamo matti?
La scrittura in effetti è molto bella. E’ proprio come leggere un romanzo ottocentesco, con i suoi dialoghi artificiali e col suo formalismo, solo ambientato al giorno d’oggi. Fino a circa 2/3 del libro, ero pronto a coprire Piperno di complimenti, perché mi sembrava un libro che lui ha scritto “col coraggio di sapere che non è un genio della letteratura francese”. Un gran bel romanzo contemporaneo, senza stranezze o ambizioni strampalate.
Purtroppo, l’ultimo terzo rovina tutto, con un finale che ti tira via il tappeto da sotto i piedi — e senza alcun motivo!
Quale serie segaiola di pensieri ha portato Piperno a decidere di finire così il libro?
Forse aveva paura di scrivere una storia con un happy ending diretto e ordinario, che sarebbe sembrata “troppo semplice”? “Che non mi si tacci di autore di soap opera! Io volo ben più alto! Perciò, la mia storia deve finire male!”.
Oppure l’anti-happy ending è semplicemente il segno di uno snobismo all’italiana (anzi — diciamolo pure — alla francese): “Non la faccio finire bene perché io sono meglio!”.
Oppure ancora — ha preso l’ispirazione da qualche Dickens o simili, che effettivamente a volte facevano finire i loro romanzi nella disperazione totale. Ma almeno Dickens aveva un motivo, aveva una denuncia sociale molto chiara da fare.
Piperno invece non ha un bel niente da dire. E’ delusione fine a se stessa. Il suo è un calpestare il cuore stesso del romanzo (rappresentato dal ragazzino Noah).
Ma si’, perché non venitemi a raccontare storie sugli autori “la cui personalità non ha nulla a che vedere con la personalità dei loro protagonisti”, dai… non ci vuole uno psichiatra forense per capire che Piperno, anche lui attempato scrittore ebreo senza figli, attraverso questo protagonista sta parlando di sè e solo di sè.
Come fanno tutti, poi.
E niente. In sostanza, quei capitoli finali a Londra, in cui il protagonista decide di arrendersi — forse in nome di qualche verso francese a cui l’autore si è affezionato sul cambiare direzione all’improvviso mentre scrivi — rovinano tutto.
Quel poco di buono e costruttivo che il lettore riesce a intravedere viene disatteso in maniera totale e repentina. Al punto che addirittura l’autore stesso a un certo punto, parzialmente consapevole della cazzata che ha fatto, si sente in dovere di rivolgersi al lettore per dirgli “Ehhh… mi spiace! Non è una di quelle storie a lieto fine!”. E tu resti incerto se è per senso di colpa o per narcisismo.
E dire che avevo grandi speranze per questo romanzo. Il fatto che anch’io, come il protagonista, abbia 50 anni e un figlio piccolo mi ha aiutato ad immedesimarmi in molte delle dinamiche descritte fra il protagonista e il nipotino inglese. Mi sono davvero goduto certe scene di loro due insieme.
Da quando è nato mio figlio, ho perso la capacità di tollerare qualsiasi descrizione di bambini che soffrono. Io, che in genere so controllare abbastanza bene la mia iper-emotività, mi sono trovato all’improvviso a singhiozzare anche solo a leggere una notizia di cronaca nera che riguardi un bambino. A una pompa di benzina l’altro giorno (vivo in America) vedere un padre afro-americano maltrattare verbalmente suo figlio carinissimo che non gli arrivava nemmeno al ginocchio mi ha causato una crisi interiore cosi’ profonda che per fortuna non si è esternata — anche perché negli USA se non ti fai i fatti tuoi in queste situazioni, finisci facilmente all’ospedale o peggio.
Il bambino del romanzo vive una sua grossa dose di sofferenza. Non è torturato dalla sorte come i bambini creati da quel sadico di Dickens, ma attraversa un grande trauma e ha bisogno di aiuto. Questa di solito è un’ottima ricetta per un romanzo costruttivo, di crescita interiore, di riscatto.
Ma per motivi che custodisce gelosamente per sè e per il suo scaltro analista, Piperno ha deciso di far finire questa storia nel modo forse peggiore in cui poteva finire.
Sì, peggiore — perché il bambino poteva anche morire, e non sarebbe stato così orrendo, perché il protagonista avrebbe comunque conservato il suo valore di genitore adottivo, anche se “tardivo”, con le piccole rinunce che aveva dovuto fare per quei 3 anni di convivenza col bambino.
Oppure, i parenti inglesi avari avrebbero potuto sconfiggerlo in tribunale, e farsi affidare il ragazzino, dopo una battaglia legale per cui il protagonista certamente non mancava di mezzi e di tempo.
E invece, tac!, via il tappeto. Il protagonista lascia, molla, si arrende, con la scusa che il bambino soffrirebbe troppo durante la battaglia in tribunale (ipocrisia di cui il protagonista stesso si rende conto poco tempo dopo). E perciò, dopo aver trovato la cosa più bella della sua vita, in questo rapporto unico di amore filiale, la getta via come un vero perdente senza via di scampo — abbandonando il ragazzino nelle grinfie di una coppia di mezzi matti accecati dall’avidità.
Ma sai che se uno mi raccontasse una storia così al bar, gli tirerei l’aperitivo in faccia?
E che se Gumba raccontasse questa storia agli altri uomini preistorici intorno a lui, lo lincerebbero sul posto?
Sento già qualcuno dire: “Ma nooo… è perché il protagonista è un personaggio a tutto tondo, reale, e quindi ha i suoi difetti e i suoi limiti come tutti!”.
E invece no — primo, non basta che il contenuto di un romanzo sia preso dalla realtà per renderlo valido. Alcune storie vale la pena raccontarle, altre no, punto. Se no, ci mettiamo a raccontare anche le funzioni biologiche. Secondo — guarda cosa fa Piperno col vero cuore del romanzo, e troverai che c’è qualcosa di molto problematico e fuori posto. Scegliere di abbandonare il ragazzino in quel momento lì del loro rapporto non è una scelta da uno “che ha difetti”, come li abbiamo tutti. E’ una scelta da uno che non è mai cresciuto neanche un po’, e se questo è l’alter ego dell’autore (e lo è), siamo messi bene.
E’ uno sputo adolescenziale sul cuore del romanzo.
E perché dovrebbe interessarmi la vita di un coglione così? Questa è la domanda che aleggia sopra tutto il romanzo.
Per il resto, i riferimenti colti sono innumerevoli, e ci sono chiari echi di Philip Roth e di tanti romanzieri “classici”, sia impliciti che espliciti, il che funziona alla perfezione data la narrazione in prima persona da parte di un professore di letteratura straniera.
Ma mentre un romanzo di Roth può anche finire male, ma c’è sempre sotto un motivo profondo (ad esempio, per Roth, motivo che può essere il suo nichilismo convinto di base o un commento infuriato sull’identità ebraica), questo invece finisce male solo per rompere le palle. È una carta velina, non c’è niente dietro, e se Piperno pensa che ci sia qualcosa, mi spiace ma non è riuscito a comunicarlo.
Anche perché sia lui che la sua marionetta-protagonista rigettano Dio, il che è spesso un sintomo che i conti veri col proprio ego non si sono fatti. “Crescere” non vuol dire “rendersi conto che non sei Flaubert”. C’è molto più lavoro da fare.
Un po’ come il tanto imitato Philip Roth, quando Dio non c’è, un autore tende a propinarti la sua visione nichilista e “contro” della vita.
Ci sono poi problemi strutturali, citati anche da altre recensioni: la prima parte sembra quasi una storia breve scollegata dalla trama principale, se non per il fatto di avere lo stesso protagonista. Lì Piperno sa come creare tensione e questo aiuta a dar vita alle vicende. Ma la verità è che la lunga prima parte, riguardante la gogna accademica e mediatica del protagonista, si potrebbe e si dovrebbe tagliare.
Infine, ho ascoltato la versione audiolibro narrata da Gabriele Donolato, la cui voce sembra quella di un ventenne, ed è perciò inappropriata alla lettura di questo libro. Inoltre, Donolato carica la maggior parte dei paragrafi di una intensità emotiva che è maggiore di quella nella penna dell’autore.
Insomma, un disastro.