"Doc, come faccio a capire se lo/la amo?", "Doc, quando ho la certezza che una storia d'amore è finita?", "Doc, ma le farfalle nello stomaco sono un sintomo di ansia?" Queste sono solo alcune delle domande che la psicoterapeuta Stefania Andreoli si è sentita porre nel suo studio, su Instagram nel #martedìdelleparole e nelle sue attività di divulgazione sulla psicologia e la salute mentale e relazionale. Sono domande che parlano di un'incertezza riguardo ai rapporti e ai sentimenti, ma che prima di tutto raccontano la fatica, tutta contemporanea, di aprirsi all'incontro con l'Altro e alle emozioni che ci condizione essenziale perché da Me e Te nasca un Noi. L'autrice ha scelto ancora una volta di raccogliere la sfida e, partendo dalle storie dei suoi pazienti, con lucidità ed empatia ha indagato le origini di questi il timore di mettersi in gioco e di lasciarsi vedere davvero, la tendenza a teorizzare l'amore anziché passarci attraverso, la scelta di evitare il conflitto per non scontentare nessuno, tranne se stessi. Questo viaggio nell'amore apre uno sguardo molto più ampio sulle fragilità, le paure e i dubbi della nostra società. Ed è una bussola preziosa per tornare a investire nelle relazioni, "veri e unici privilegi": viverle con coraggio, autenticità e pienezza lungo tutto il loro cammino ci permetterà di arrivare in fondo diversi da come eravamo partiti.
Tra i libri che ho letto della Andreoli, questo è quello che mi ha convinto di meno, essenzialmente per due ragioni. Prima di elencarle, anticipo soltanto che sarò piuttosto critica, ma le ragioni potrebbero essere piuttosto personali, come vedrete. Continuo a stimare molto il lavoro della dottoressa e a consigliare la lettura dei suoi libri a chi non la conosce, ma le alte aspettative che ho su di lei hanno contribuito a un po' di delusione su questo lavoro.
1. Nonostante alcuni spunti interessanti, mi sembra che le linee essenziali del suo ragionamento fossero già presenti in Perfetti o felici (libro che ho trovato parecchio più interessante) o nei martedì delle parole. La maggior parte delle cose che ho letto, le avevo già sentite da lei. Ergo, se non seguite regolarmente i lavori della Andreoli, questo libro potrebbe per voi essere molto più interessante che per me.
2. Lo stile di scrittura. Di solito ammiro molto la proprietà di linguaggio della Andreoli, che trovo sorprendente anche quando parla. In questo libro però, a parte alcune storie dei pazienti ben scritte, ho avuto l'impressione che il suo discorso fosse molto meno fluido, a tratti quasi frettoloso. Come un flusso di coscienza che poi non viene riletto e sistemato adeguatamente. Può darsi che lo stile sia volutamente complesso, data anche la tipologia di letteratura citata; in fondo in Italia un certo modo di scrivere è considerato colto e ricercato. Io, personalmente, lo trovo comunque un po' contorto in alcuni punti. Non mi sembra che sia sempre risultata chiara per i non addetti ai lavori.
Se non fossi ossessionato dall'essere "preparato", ovvero bisognoso di avere tutto ciò che è possibile sotto controllo, probabilmente non avrei mai letto questo libro. Me lo ha messo tra le mani il lavoro. Così, da bravo omino-google-maps (che è come mi definisco quando prima di prendere l'auto per andare in un posto nuovo memorizzo sempre la strada sul noto servizio di mappatura del colosso americano), in questi giorni sto approfondendo Andreoli. Mi sono sparato qualche intervista, ho recuperato i suoi interventi in radio, ho, appunto, letto questo saggio - pescato, abbastanza a caso, in quanto non avendo in progetto figli buona parte della sua produzione mi attira poco. Ebbene. Alla seconda pagina l'ho posato, testa china contro il pugno chiuso maledicendomi. La mia ennesima brutta idea. Tuttavia mi sono fatto forza e dopo un paio di giorni mi ci sono rimesso d'impegno, anche con belle sorprese. Rimango delle mie convinzioni iniziali: il primo capitolo andava preso e dato in mano a un editor. So che non è stato così. Si intitola "Il libro impossibile": quel capitolo è effettivamente impossibile, e con quella prosa doveva rimanere anche ingenerato. Zeppo di proposizioni con troppe dislocazioni - di complementi, di aggettivi, di verbi, di frasi intere -, compiaciuto e tronfio per le scelte lessicali "raffinate" (lasciamo "parmi", ai poeti trecenteschi, buon dio), inutilmente citazionistico: iperscritto per fare colpo, con grande autocompiacimento dell'autrice, a me è risultato spesso di una volgarità disarmante. Il ragionamento, poi, non c'è. Confusionaria e salterina, te la vende come "aspetta che è tutto un progetto, dopo ci torno" [parentesi: tutti 'sti ganci al futuribile delle pagine a venire, tagliamoli], ma in realtà non si capisce mai bene quale è la tesi che sta sostenendo. Che per un saggio, me lo si conceda, è un demerito non da poco. Posso anche accettare una persona logorroica che ama sentire la sua voce, Merlino sa se noi bestiacce silenziose abbiamo bisogno di qualcuno che riempia il vuoto, ma i saggi non si scrivono così. Sii pure superba, se sei brava e capace per me sei legittimata ad esserlo, ma una trattazione deve trattare, non divagare a caso. Per la prossima volta, un consiglio amichevole, una bella scaletta puntuale può essere d'aiuto, così come anche una revisione in sottraendo delle frasi.
Insomma, ho concluso il primo capitolo nello sconforto. Poi però si ripiglia. Quando sposta l'attenzione sulla "ciccia" e riporta qualche esempio dalla sua esperienza lavorativa, prende a scrivere in modo più intelligibile e concreto, dice pure cose interessanti, si focalizza. Certo, comunque non deve esserci stata una grande organizzazione dietro questo volume, poiché a tratti suona più come un rigurgito di coscienza, ma funziona comunque. Non so giudicare i contenuti, però spesso mi sono sentito ritratto, nella descrizione che fa della mia generazione (a tratti - confusione decuplicata - mi sono pure percepito vecchio bacucco, però), e l'ho odiata per la puntualità di certe argomentazioni. Tutto il quarto capitolo, dedicato al sesso, mi è parso uno sparare sulla croce rossa: grazie. Grazie perché fino a quel momento, con tutto quel suo dire "l'amore è il centro di tutto" nel primo capitolo che ha scritto strafatta di qualcosa, pensavo di essere solo io il disturbato, che tutto sommato me ne sto nel mio eremo taciturno e asessuale. Invece no, è un problema generazionale. Non te lo dico neanche, quanto enorme è stato il mio sospiro di sollievo. Durante la lettura di quel capitolo l'ho proprio odiata. Poi ci ho riflettuto un po' - ho pensato tanto durante la lettura, penso sia un segno molto positivo - e mi sono ritrovato a dirmi: sta a vedere che 'sta stronza ha ragione. Maledetta lei. Convinto, più di prima, che è ben tempo che io vada in terapia per diventare un po' meno disfunzionale. Obbiettivo di Andreoli raggiunto? Forse sì. Insomma, mi è piaciuto abbastanza. Un po' perché questo mondo mi affascina, un po' perché ho palese bisogno di uno strizzacervelli, un po' perché In treatment che gran prodotto.
[A distanza di qualche giorno ho letto un altro libro della stessa autrice, che mi è piaciuto un po' di più. Quindi ho deciso di abbassare leggermente il voto di questo, arrotondando per difetto le 2,5 stelline]
Un libro che rappresenta una buona sintesi e risponde a un tema scottante: Perche non sappiamo amare piu e dire se stiamo amando?
Il fatto è grave perchè gli esseri viventi non anelano a null altro che all amore. L amore permea il significato di ogni esistenza. L unica cosa che conta davvero sono gli incontri con le persone. Le relazioni sono l origine, il destino, la cura, ma anche la malattia.
La risposta e questa: "non sappiamo piu amare perche non sappiamo piu soffrire e il motibo per cui non sappiamo piu soffrire determina che non sappiamo piu vivere". Abbiamo paura di innsmorarci al punto tale di avere smesso a farlo.
L'amore che fa le cose vive è fatto da persone vive. MA CHE COS’è L’AMORE? - L'amore contempla un rischio: di perdersi, di subire un abbandono, di compromesso. Tu e L'altro: l’esatto contrario della performance che impone di correre da soli per essere piu leggeri. - L'amore è una fatica perchè impone una fenditura, una ferita del sé, è un’alterazione del nostro equilibrio. - Il legame addomestica (come nel piccolo principe): pretende un’appartenenza reciprica che ci vuole maestria e talento nel realizzare. - Se una persona non l’avete in mente e il vostro comportamento non è l’esito di un pensiero che parla di quella persona, non l’amate. - L’amore puoi solo passarci attraverso lasciando che ti trasformi. - La persona che trovi è quella che vuole essere migliore che da sola, non meno disperata. Non so amare se non mi amo. - Sicurezza che ti viene data da un legame in quanto casa e non in quanto stagno: l’incontro con l’altro che ci libera da pesi e maschere che non servono più ed è in grado di svelarci il nostro io. - “mettere in gioco il cuore, è evidente, significa rischiare la vita. Ma non avere il coraggio di sentire significa non averne mai una. - E’ il tema del DESIDERIO, uscire da noi per raggiungere qualcun altro. Amore viene dal sancrito “kama” che vuol dire “desiderio, passione”. L’amore si sente a partire dai segnali di desiderio del corpo. - “Maneggiare le relazioni e farlo mettendoci una reale partecipazione significa avvicinarsi a del materiale radioattivo” - Amare significa a condividere e mescolare 2 biografie
Per supplire a questa mancanza ci si affida allo sguardo di internet che e un non sguardo.
PERCHE OGGI SI HA PAURA DI AMARE: - Perchè è difficile riporre la fiducia in un altro. - Perchè siamo in una società permeata dal narcisismo, da un lato di chi vive in funzione della performance (preso troppo da se stesso e dall'apparire impeccabile), dall'altro di chi ha troppo bassa autostima. Questo viene dalle relazioni con i genitori. - Perchè i genitori risparmiano il conflitto e il dolore. - Perché abbiamo paura dell’abbandono già vissuto. - Perché non sappiamo + chi siamo e per amare servo io - "Possiamo mostrarci interi solo se abbiamo già conosciuto in modo convincente per noi gli occhi buoni di chi ci accetta dopo averci guardati da vicino"… "E se gli umani scoprissero che non farcela li rende decisamente più interessanti?"
“Siamo solo persone che per rimanere umane devono commettere il gesto eroico di rischiare di amare quando spesso vorrebbero essere solo lasciate in pace”
Libro interessante. Stimolante. Impegnativo. Non mi ha fornito risposte a domande che mi ponevo, ha semplicemente confermato e rafforzato la mia idea di Amore e di Relazione. Ci sono dentro spunti importanti, che vanno tenuti a mente per poter costruire e mantenere vivi rapporti che siano sinceri, onesti, profondi, duraturi.
Per me è ed è stato il libro giusto al momento giusto (non è forse sempre così?). è da tanto che indago la sfera delle relazioni, lo faccio ascoltando podcast, vedendo film, leggendo libro, parlandone con le mie persone più care e con la mia psicoterapeuta. Questo libro mi ha fatto sentire meno sola nella mia incapacità di stare nelle relazioni, le storie dei pazienti della dottoressa Andreoli ti scaldano il cuore e chi riesce può rispecchiarsi in esse. Noi giovani adulti siamo malati di analfabetismo amoroso: << viviamo nel timore di pensare, di sbagliare, di vivere. Più ci arrovelliamo dentro alla nostra testa e meno agiamo, come se prima di andare là fuori a combinare qualcosa occorresse disporre di tutte le condizioni ottimali e di tutta l'apparecchiatura cognitiva per farlo. >> E questo ci rende bloccati. E quante volte io mi sono sentita bloccata e non ne ho parlato con la mia psicoterapeuta perchè mi vergognavo e non avevo voglia di affrontare questa problematica. Ho sempre parlato di me e delle relazioni che vivo ma mai della mia incapacità di stare in queste relazioni. Poi piano piano il desiderio di vivere a pieno in Me ed uscire e vivere le relazioni con l'Altro ha avuto la meglio e ho iniziato ad aprirmi. <> La dottoressa fa una lucida analisi della situazione: <> E anche qui non posso che essere d'accordo, quante volte mi sono sentita in difetto perchè non ero perfetta agli occhi degli altri? perchè i social ci insegnano che si ci si può non mostrare per come davvero si è, e non è difficile, basta allontanarci dall'Altro ed erigere un muro che non mi permette di vedere con lucidità ne me stessa ne gli Altri, che invece si che sembrano perfetti. E la doc ci risponde. << Implica un esporsi che ci compromette e di cui abbiamo sempre meno voglia. Perchè ci affatica, ci corrompe, perchè ci pone alla mercè della paura e del giudizio. Perchè questo accade?? Perchè siamo sempre più disabituati a stare in relazioni autentiche, dove poterci mostrare e farci accettare per quelli che siamo, soprattutto con le nostre miserie esposte. La performance a cui siamo obbligati ci impone di essere ottime scimmiette che suonano i piattini al circo per il pubblico pagante, senza che nessuno venga mai messo in discussione, risulti scomodo, venga trattato da adulto. Perdiamo così di vista cosa significhe vivere, relazionarsi e comunicare in regime di verità, ovvero tra tentativi ed errori più o meno riusciti, e scambiamo continuamente l'amore per l'approvazione.>> Stupendo il capitolo/paragrafo sull'abbandono e la fiducia per chi ha sofferto di abbandono è un balsamo al cuore. E poi la doc affronta il tema del sesso, e di quanto poco sesso si faccia nelle nuove generazioni e quanto da giovane adulta che sono posso confermare questo. << E non tanto il sesso ad essere sotto scacco. Quello potrebbe essere semplicemente la conseguenza di un altro tipo di sequestro che ne impedisce il movimento in libertà: quello del corpo. >> E qui la doc affronta un tema per me centrale: abbiamo smesso di vivere con il corpo, e soprattutto a dare valore all'unicità dei nostri corpi. Invece ora, grazie anche ai social la bellezza e l'unico corpo che è permesso è quello <> Il corpo e la bellezza canonica legata ad esso è diventato l'unico parametro che conta. Non ci incontriamo più tra corpi, ma scegliamo i corpi più belli forse perchè vogliamo negare << che visti da vicino, siamo tutti brutti.>> Io non voglio essere ed essere vista solo per il mio corpo, io voglio essere vista nonostante il corpo che ho perchè il corpo è il mezzo per vivere non il fine. Queste riflessioni sono molto personali, e non so se rientrano negli standard di un commento al libro ma mi andavo di scriverle e va bene così. Spero aiutino qualcuno/a a sentirsi meno solo, e consiglio vivamente questo libro a chi si sente incapace nelle relazioni perchè non è che siamo strani e condannati ad esserlo. Siamo (solo) << malati>> e c'è una cura: amare, soffrire e gioire, quindi vivere.
Veramente illuminante e stimolante! Ci ho messo un po’ ad entrare nel mood psicoterapeutico (era il mio primo libro del genere) e alcune parti mi richiedevano molto focus, però molto bello. Mi ha fatto venire voglia di leggerne altri simili
Questo libro quindi si inserisce in un contesto culturale estremamente delicato, risultando però un tentativo non riuscito. La narrazione è costellata di esempi e testimonianze tratte dalle sedute dell’autrice con i propri pazienti. Il più delle volte, però, non risultano efficaci ai fini della tesi del libro. Pare quasi che non offrano nulla di concreto, sono esempi didascalici, fini a loro stessi. La lettura risulta un po’ dispersiva e il più delle volte senza direzione. Ci si aspetterebbe di concludere con nuovi spunti di riflessione; invece, ci si sente quasi più persi. È sicuramente un buon libro per i non addetti ai lavori, per i neofiti che vogliono provare a capire qualcosa in più sull’amore, sui rischi che ne conseguono e sulla (in)capacità del singolo di mettersi in discussione per poter vivere serenamente anche in coppia. D’altronde «siamo solo persone che per rimanere umane devono commettere il gesto eroico di rischiare di amare quando spesso vorrebbero essere solo lasciate in pace». Ma non aggiunge nulla in più. Buon libro teorico, ma poco pratico.
In Perfetti o Felici uscivo dall’immersione della lettura a conti fatti gratificata per il fatto di appartenere a una generazione interessante che se non altro finalmente si pone degli interrogativi e ha a cuore ciò che la circonda. Io, te e l’amore invece mi ha devastata. L’incapacità di amare, di aprirci all’Altro è più diffusa di quanto immaginassi. E sapere che a renderci analfabeti sentimentali sono tanto i genitori e i nuclei familiari, quanto la società - della performance - con le sue grandi questioni (i femminismi, l’inclusione, la salvaguardia del pianeta, le guerre) mi fa sentire triste e senza scampo. Tanto indaffarati a preoccuparci di tutto, ci siamo disabituati a preoccuparci di noi per essere così davvero predisposti all’incontro sano con l’Altro. Distrutta. Leggetelo, ma tenetevi emotivamente pronti.
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Io all'Andreoli voglio bene come se fosse qui vicino a me a dire cose di cui parlerei per ore, per questo meno di 4 stelline non ce la farò mai a dargliele. Questo libro però ho fatto fatica a leggerlo, è stato meno scorrevole di altri, ci sono giri di parole più complessi e non sono sicura fossero necessari, ma va beh, questo è il suo modo di parlare, e di dire le cose e va bene così, sicuro serve essere più vigili, rileggersi alcuni pezzi, pena il perdersi qualche concetto per strada. Insomma, leggetelo dopo il caffè e non prima di coricarvi :)
Il tema è interessante ma ho trovato lo stile inutilmente barocco ed esibito, talvolta mi ha reso ostica la lettura (mille incisi, elenchi e parentesi infinite). Mi è sembrato che ci sia stata una trasposizione del parlato molto colto della dottoressa nello scritto, a mio avviso non efficace se già si parte da un tema che lei stessa riconosce essere bene o male estraneo nelle nostre vite. In sintesi, avrei fatto un maggiore editing e revisione del testo per una maggiore accessibilità.
Un saggio che offre spunti interessanti ma, a mio avviso, rimane inconcludente e un po' ripetitivo. Apprezzabili il linguaggio accessibile e le testimonianze dei pazienti, ma ho trovato il finale insignificante. Inoltre, seguendo la dottoressa sui social, ho trovato già molte delle sue considerazioni lì e nel libro ho trovato poco di nuovo.
La premessa da cui parte la dottoressa è che i giovani adulti non sanno riconoscere l'amore: siamo una generazione che fatica nel "sentire", a discapito di un eccessivo pensare. I passaggi che ho preferito sono stati quelli su paura - coraggio e su bisogno - desiderio: ho letto molto del mio vissuto, provando per una volta a leggerlo come un disagio generazionale anzichè personale. Bello l'augurio di vivere una vita guidata dai desideri anzichè dai bisogni: "Avere bisogno può renderci dei mendicanti disperati, avere un desiderio può renderci degli eroi che compiono l'impresa".
Libro sicuramente utile per un primo approccio alla riflessione sul sé e al proprio personale modo di approcciarsi all'amore, spesso frenato, impaurito o inespresso. Tuttavia il senso della psicoterapia è che, pur basandosi su fondamenti scientifici più o meno condivisi, è un percorso personalizzato e cucito ad hoc in base al vissuto unico di ogni paziente. Altrimenti basterebbe studiare psicologia per essere risolti, e sicuramente non è così. Il tentativo di un libro che, partendo da storie individuali, giunga a delle linee guida generalizzate valide per tutti o per intere generazioni è ambizioso ma rimane a mio parere vago e superficiale.
Tra i libri della dottoressa Andreoli, questo è quello che ho apprezzato meno. Gli spunti sono interessanti, ma l'esposizione è piuttosto confusionaria (probabilmente anche per la volontà di affrontare troppe tematiche nello stesso libro) e in alcuni passi forse eccessivamente tecnica.
Un libro che descrive perfettamente la società ma in particolar modo i giovani adulti. Un libro importante da tenere sempre sul comodino e rileggerlo quando ci si sente soli.
Questa volta il livello è lontano dalle mie capacità di comprensione. Troppa teoria, un concetto di fondo assolutamente condivisibile ma che non arriva particolarmente al punto, una volta superata la parte introduttiva. La differenza tra amare e voler bene, alla resa dei conti, quale dovrebbe essere?
Un tentativo ammirevole e un saggio stimolante su un macrotema immenso e spesso indicibile come l’AMORE.
Fortunatamente, mi è sembrato che lo stile si sia un po’ semplificato rispetto alle scorse pubblicazioni. La scrittura è meno pesante e ridondante, più discorsiva (a tratti la Stefi Andreoli si trasforma in Tonio Cartonio della Melevisione quando dice “Come dici, amico di Città Laggiù?”).
È un libro che stringe la mano a Perfetti o Felici, è il suo braccio sinistro, il braccio del cuore.
Stefania Andreoli non delude neanche stavolta. Se all'inizio sembra tutto un'ipotesi, un brodo di domande senza risposta, alla fine si tirano le fila. Nessuna ricetta per creare e mantenere sane relazioni, ma qualche riflessione sul perché, spesso, non sappiamo farle funzionare. E da quella consapevolezza, ripartire.
E' una vera carezza. Ho avuto la fortuna di "ascoltarlo" su una piattaforma, letto dalla stessa autrice.
Il libro si mette al tuo fianco e ti consola da una parte, dall'altra ti propone, senza giudizio, una possibile spiegazione di sentimenti controversi e attraverso l'esperienza dell'autrice. E' un libro che alla fine ti fa sentire un po' meno solo
“Ogni domanda è importante perché se vogliamo preservare l'umano dobbiamo tenere in considerazione che l'intelligenza artificiale fornisce risposte, però non pone questioni: solo una mente che funziona, interroga e si interroga dà vita, per dirla con il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han, a quella «natura di evento» che «un vero pensiero possiede»!”
“Ovvero: tutti noi siamo dotati di quello che chiamerei un buon narcisismo, che ci impone di lavarci i denti al mattino e, se ci piace, metterci il rossetto; se non ci piace, infilarci comunque delle scarpe dalle quali non spuntino gli alluci. Per la psicanalisi, non prendersi cura di - avrebbe detto T.S. Eliot - preparare una faccia per le altre facce da incontrare non è un segnale di sovversione o emancipazione ma, al contrario, di alienazione e malessere”
“Il genitore (narcisista) passivo aggressivo rischia di deviare in direzione patologica lo sviluppo della personalità dei fili perché di fatto chiede loro di compiere gesta eroiche, grandiose, salvifiche. Instilla nel figlio o nella figlia il richiamo a un'esistenza di grandezza e straordinarietà che gli e le impongono di fare sempre buon viso a cattivo gioco, di non mostrarsi mai vulnerabile, di non tradire mai incertezza. Si tratta di figli a cui viene richiesto di non dare fastidio, di essere i migliori a scuola e nello sport, di non portare a casa i propri fardelli per non aggredire il tentativo disperato dei genitori di apparenza e rispettabilità. Figli che imparano la finzione dentro all'inganno di poter essere amati solo nel caso in cui rappresentino il meglio, il massimo della visibilità, la reincarnazione del successo con un effetto-alone che investa l'intera casata: figli il cui successo non è mai un merito personale bensì il successo di tutti, di quella madre che li ha sempre aiutati a fare i compiti, presentissima, e di quel padre che li ha spronati a dare sempre il meglio di loro stessi. In questo contesto patogeno di crescita, il figlio non diventa se stesso, ma può solo impersonare il ruolo da finto protagonista (perché il vero protagonista è chiaramente la famiglia) che risolve una situazione disperata con il sacrificio della sua vita fatta di sforzi sovrumani e sorrisi paretici che ricacciano giù le lacrime. Come in tutte le relazioni narcisistiche, si fa finta. Manca l'autenticità, non c'è corrispondenza né scambievolezza reciproca. Il figlio che ha a che fare con questo tipo di genitore-demiurgo, apparentemente innocuo ma in sostanza pericolosamente porente, di fatto ilude di diventare Dio, ma è solo un discepolo.”
“L'amore va inventato. Va creato, poi tatto crescere, accudito e migliorato. L'amore è difficile perché l'amore va imparato, agito, imparato ancora meglio. Sì, perché l'amore è una competenza. Siamo tutti portati a imparare ad amare, è un'inclinazione di cui siamo dotati senza eccezioni, perché sin dalla nascita non sappiamo niente, tranne una cosa: che senza qualcuno che si prende cura di noi, cioè che ci ama, moriremmo. Tutti ne abbiamo bisogno: il problema nel caso è che se tutti hanno la necessità di ricevere amore, non tutti sanno darne.”
“Il risultato sono sistemi famigliari nei quali stare insieme equivale a poco più che condividere lo stesso sangue, lo stesso cognome e lo stesso ambiente fisico dal quale non è favorita nessuna forma di allontanamento, perché la comunicazione che passa è che stare insieme significhi rimanere - non divenire, bensì garantire risultati -, non esercitarsi a vivere, rispecchiare che vada sempre e solo tutto bene, non scambiarsi qualcosa di autentico, buono o cattivo che sia. Una sorta di «cessate il fuoco» permanente, che narcotizza ogni possibilità di fare esperienze complesse.”
“siamo stati ingannati da un rovinoso tranello: che stare bene significhi sentirsi sempre e solo bene, e che se l'amore deve farci bene deve sempre e solo produrre sensazioni positive. Ma tutto questo è falso ed entra in contraddizione anche con una concezione della salute mentale. Stare bene, ovvero essere psichicamente sani, significa essere liberi di poter sentire tutto.”
“L’amore è una faccenda complicata perché le persone lo sono.”
“Noi esseri viventi siamo vettori dei nostri virus e batteri biografici ed emotivi, che sporcano e corrompono i nostri sentimenti, determinano di chi ci innamoriamo e chi non degniamo di uno sguardo e, se non ne facciamo oggetto di guarigione e di cura, scrivono il destino delle nostre storie, non solo quelle storte e pericolanti avviate con la persona sbagliata, ma anche (versione che ci lascia a occhi sgranati e cuore dai lembi slabbrati, eppure, purtroppo, ricorrente) quelle dove c'è un amore sincero.”
“L’amore non basta, occorre il progetto.”
“Le condizioni per l'amore, infatti, ci sono solo se entrambi amiamo la stessa persona: io me, come te. Tu te, come me.”
“E a questo punto la domanda diventa: prima di stare con qualcuno, staremmo con noi? O ci staremmo alla larga, addirittura ci lasceremmo?”
“Gli opposti si attraggono, ma i simili si scelgono.”
“Mentre al bisogno serve qualcosa, al desiderio serve quella cosa, qualcosa di specifico. Ai bisogni occorre essere colmati. I desideri invece denunciano la fatica di essere esauditi.”
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Trattazione interessante, sicuramente impegnativa in determinati passaggi. Più che rispondere agli interrogativi sul tema, mi è parsa un'articolata riflessione e in tanti casi, ci ho trovato delle conferme di alcuni miei pensieri.
Certo è che il tema è attuale: le relazioni non sono mai state così difficili come di questi tempi, a parer mio. E quali sono le ragioni? Da qui il testo.
Non mi dilungherò perché non trattandosi di un romanzo preferirei confrontarmi con chi l’ha letto più che lasciare la mia opinione scritta da qualche parte, ma se il tema interessa (e come potrebbe non interessare, dico io, parlare di amore e di relazioni) leggetelo.
Lascio piuttosto qualche cit. che mi ha particolarmente colpita e parto forse dalla mia preferita:
“Mettere in gioco il cuore, è evidente, significa rischiare la vita. Ma non avere il coraggio di sentire, è ancor più evidente, significa non averne mai una.”
“[…] l'amore è guerra perché è se stesso e il suo contrario. L'amore deve contemplare l'odio, per essere preso sul serio e rendersi così conto che imponga di essere maneggiato con cautela, perché ti mette in mano una bomba a orologeria: il rischio. Rischio di perdersi, rischio di subire un abbandono, rischio del compromesso, rischio di soffrire, rischio di ridicolizzarsi, rischio di frantumarsi, rischio di cambiare. Rischio, che accoglie gli altri sotto la tesa larga del suo grande cappello, di uscire dall'uno ed essere in due. Tu e l'Altro. L'Altro in te. Intuarsi - l'esatto contrario della performance che impone di correre da soli per essere più leggeri e veloci.”
“[…] l’amore è andare a letto sopportando di non avere visto la fine del film. L'amore è darsi appuntamento a domani, e presentarsi. L'amore è costruzione, prospettiva, progetto. L'amore dice: non è finita qui, continua domani, ora salutiamoci pure.”
“L'amore è difficile perché l’amore va imparato, agito, imparato ancora meglio.”
“Nell'amore ci si deve prendere cura della relazione, di quel prodotto terzo che generiamo insieme e che è più della somma delle nostre due parti.”
“È Noi il reale destinatario dei nostri sforzi nell'amore, ché se amo solo l'Altro mi dimentico di me, e se amo solo me non c'è l'Altro.”
“Intendevo che tu e io non siamo uguali, ma per stare insieme dobbiamo somigliarci nel modo in cui teniamo a mente la relazione. Dobbiamo volere la stessa storia d'amore, per condividerne una.”
“[…] sentire tutto e che stare bene significhi non ignorare alcuno stato d'animo, anziché provare solo quelli di segno positivo.”
“[…] solo le persone oneste prestano davvero attenzione, ovvero quelle che se non hanno tempo, energie, spazio o voglia non simulano, ma lo dicono e tollerano di non essere disponibili fino a che non avranno modo di concedere la loro piena presenza - che sia un minuto o un anno dopo. Ma se ci sono... caspita, ci sono.”
Bisogna parlare solo di quello che non si può dire. Alcuni critici di Wittgenstein la penserebbero cosi. E' per questo che ci sono ancora tanti libri che cercano di cogliere l' essenza dell' amore. L' amore è qualcosa di totalizzante, che ha a che fare con il senso di infinito e di assoluto. E il tutto per definizione non si puo' cogliere. Parlare di tutto significa in fin dei conti essere costretti a tacere. Tuttavia nel tentativo accade sempre qualcosa di buono. Nel leggere libri così c'è sempre qualche appunto da prendere, qualche citazione che stimola la riflessione, qualche storia nella quale ci riconosciamo. Apprezzabile quindi sempre il tentativo. Ci vuole infatti coraggio a parlare di amore, come ci vuole coraggio ad amare. La nostra epoca, definita delle passioni tristi è povera d' amore proprio perchè per amare ci vuole coraggio e noi invece viviamo nella società della paura. L' amore è un sentimento abissale, quando amiamo qualcuno siamo destinati q soffrire già solo per la possibilità della sua perdita. L' amore porta con sè la sua ombra. Una certa narrazione vuole che l' amore tormentato non sia vero amore Ma forse è il contrario, l' amore è un termine così vasto che comprende tutte e nostre ambizioni, speranze, illusioni. Concordo con la Andreoli sul fatto che la più grande paura dell' essere umano sia quella di essere abbandonati prima che di non essere amati. La paura di essere abbandonati ci rende sfiduciati nei confronti del reale e di noi stessi. Ma senza dubbio questa paura condiziona e ridefinisce il concetto che abbiamo di amore. L' amore non ci protegge ma ci espone alla corruzione della fine. La drammaticità dell' amore è ingigantita dal fatto che, a differenza del bisogno, il suo oggetto non può essere un oggetto qualunque, ma solo una singolarità. Come scriveva Pablo Neruda: non assomigli più a nessuno da quando ti amo. Non possiamo parlare di bisogno dunque. L' amore ha a che fare con i desideri. Siamo preoccupati di non essere oggetto d' amore, perchè confondiamo l' amore con l' amabilità. Il corpo è diventato un' ossessione perchè temiamo di essere inadeguati, cosa che un tempo non avveniva perchè era la sopravvivenza a giudicare dell' adeguatezza del corpo. In realtà quando amiamo o siamo amati siamo soggetti d' amore. Non oggetti. Chi è amato non ha in genere meriti. L' amore è un sentimento inclusivo. Dove per inclusione si intende non che siamo tutti belli, ma che siamo tutti imperfetti e manchevoli e l' amore non ci completa, esalta le differenze.
Avevo letto già "Perfetti o Felici" della Andreoli e mi era piaciuto molto. Questo mi è piaciuto anche di più. A primo acchito sembra sia un libro sulle relazioni di coppia, e lo è. O meglio, è anche quello. È soprattutto un libro sullo stato antecedente alla nascita di una relazione, ovvero su come noi singolarmente ci approcciamo prima con noi stessi, perché è fondamentale farlo per poter riconoscere e vivere l'amore.
Due passaggi che mi sono piaciuti moltissimo:
prima di stare con qualcuno, staremmo con noi? O ci staremmo alla larga, addirittura ci lasceremmo? Se la risposta è che no, non siamo innamorati di noi al punto da starci insieme, da tenerci a noi, come potrebbe essere sì per l’Altro – a meno che non sia un volontario della Croce Rossa, o un Apollo di cui accontentarsi?
Annullando la dicotomia tra fisiologia e patologia con la richiesta di cancellare il concetto di normalità così da non urtare la sensibilità di nessuno, non stiamo facendo altro che diventare ancora una volta Tutti anziché Uno, Gente anziché Persona, Omologati anziché Individui. Nessuno anziché Sé. Lo facciamo perché se è vero, come è vero, che la follia è il limite oltre il quale non si sopporta più il dolore, dopo aver provato ad annientare il dolore ci siamo ammalati di paura di sentire qualunque cosa: come credete che sia possibile incontrare l’amore, a queste condizioni?
C'è dell'altro, molto altro, collegato a questi due passaggi; non ne parlo per evitare spoiler. Dico solo che mi sono preso tempo del solito per assimilare bene certi passaggi e certi contenuti. Consiglierei di approcciarsi a questo libro con un'ottica che non sia solo quella di immagazzinare concetti e informazioni, ma anche e soprattutto a farli propri.
Purtroppo però, sebbene avrei voluto, non riesco a dare cinque stelle perché la scrittura non è sempre chiara o lineare. In mezzo alle frasi si aprono parentesi lunghe, lunghissime, infinite; a volte anche parentesi nelle parentesi, si protraggono per molte righe e, inevitabilmente, ho dovuto fermare la lettura, rileggere le parti prima e dopo la/e parentesi, collegarle e rielabolare il tutto per comprendere il senso. Tutto ciò avviene non poche volte nel libro. Anche "Perfetti o Felici" abbonda di questo tipo di rivedibili complessità, quindi le conclusioni che traggo è che la Andreoli scrive così. Da tenere a mente per la lettura dei suoi libri.
Per chi non sapesse chi sia la Dottoressa Andreoli, un giro su Instagram fa sempre bene. Ha molte rubriche dalle quali dispensa ottimi suggerimenti e spunti di riflessioni sulle relazioni con l'altro e con se stessi. Avendo letto Perfetti o Felici, il suo penultimo saggio a tema giovani adulti (e adulti giovani) e la loro crisi, questo potrebbe - in parte - esserne continuazione. L'ho letto per il piacere di leggerlo, giacche' la psicoterapia mi affascina e i concetti portati dall'autrice non sono certamente nuovi - seppur rappresentino un'ottima "rinfrescata" all'educazione alle relazioni. In realta', nonostante i temi non siano nuovi, Andreoli e' una delle pochissime figure psicoterapeutiche ad esserne megafono in Italia, e questo mi affascina molto. Trovo i molti esempi (modificati) davvero utili a far immedesimare il lettore in vari scenari. Personalmente, dal punto di vista sintattico, a volte il libro risulta macchinoso, con qualche secondaria eccessivamente lunga che puo' portare a distrarre il lettore. Fermo restando che questo e' un libro da sottolineare, piu' che leggere alla leggera. Mi e' piaciuto anche per la passione che l'autrice trasmettere in tutto il tema delle relazioni.