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La stagione

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La stagione di Marco Raio è un esordio narrativo sorprendente per la sua capacità di rinnovare in noi la nostalgia di un paradiso eternamente perduto, quello della sospensione sul ciglio della giovinezza, sulla soglia di un’estate carica di promesse eppure pronta a ferirci a morte. Ed è singolare come, a più di sessant’anni dal capolavoro di La Capria, ancora una volta lo splendore malinconico della Costiera amalfitana sia la quinta ideale, vivissima e metafisica, scelta da un giovane scrittore per raccontarci una stagione della vita che non ritornerà. Leggere questo romanzo è come stare in piedi su una roccia a picco sull’acqua, scrutare a lungo il fondale e infine assecondare la gravità con un tuffo nel mare di ciò che ancora è possibile.
Per Tommaso, che ha quasi ventun anni e rifugge le sfide della sua età, Positano è un riparo avvolgente e al tempo stesso un eterno rimpianto, una maledizione. Con le sue case dai colori pastello sbiaditi dal sole, è il luogo dove ogni estate lui e i genitori Viviana e Bruno trascorrono un mese intero, fatto di riti immodificabili eppure capaci di rivelare, di anno in anno, il tempo che passa. È il mare delle grandi aspettative e delle amicizie mai nate, quello dove, anche ora che Tommaso è diventato un uomo, non ha l’audacia per sfiorare Annarosa, per darle un ricordo dell’agosto vissuto insieme. È, infine, il luogo da cui trovare il coraggio di dopo dodici anni, la casa di nonna Tullia deve essere lasciata, liberata da oggetti e memorie, e loro non potranno più farvi ritorno.

219 pages, Kindle Edition

Published April 24, 2024

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Marco Raio

1 book

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1 (7%)
Displaying 1 - 4 of 4 reviews
Profile Image for Rosanna.
24 reviews2 followers
August 5, 2024
Ho acquistato questo libro d'impulso, in una piccola libreria sul porto di Acciaroli, paesino di mare dove ho riempito le mie giornate di sole e silenzi. Pensavo che questa storia avrebbe amplificato in qualche modo l'esperienza vacanziera: l'idea era quella di riappropriarmi dell'aria di casa facendo una scorpacciata di letteratura e paesaggi italiani, prima di dover ritornare all'ibernazione imposta dalla stagione invernale in Germania. Con quest'ultima lettura la scorpacciata si è però trasformata in indigestione.

I turisti stranieri non conoscono la spossatezza di certe estati immobili, da trascorrere inchiodati in paesini assolati. L'occhio forestiero vede il barbaglio del sole riflesso sul mare, le case vacanza in pietra locale, le stradette affacciate sull'orizzonte, le luci dei ristoranti di sera. Quello che Marco Raio ti impone di vedere attraverso l'occhio miope eppure fin troppo spietato della voce narrante di questo libro, è invece la realtà di una terra di meraviglie sepolte su un fondale marino infestato d'alghe, di ricordi custoditi in vecchi cassettoni odorosi di naftalina. Non c'è spazio per l'ammirazione della bellezza, che pure è presente ma che risulta corrotta, deformata, resa inservibile dal troppo uso.

La voce narrante è quella di uno studente universitario che si prepara a passare l'ennesima estate a Procida insieme ai genitori. È un ragazzo con pochi amici e molto tempo per rimuginare, con un indubbio talento per le parole. Questa sua mania però, il rimuginio, unita ad una neppure tanto velata supponenza, mi hanno reso l'esperienza di lettura poco piacevole: ogni evento, ogni persona vengono passate ad un vaglio lento e impietoso, gravido di dettagli. È così che persino l'innocuo atto di preparare le valigie diventa occasione per sbugiardare le debolezze dei genitori, debolezze che verranno sistematicamente dissezionate per tutta la durata della narrazione. Basta un sorriso sghembo rivoltogli dalla madre da dietro il finestrino di un autobus per farci ripiombare nell'ennesimo ritratto della sua debolezza, di questa donna "figlia unica, unicamente figlia", a sessant'anni ancora vittima delle tirannie di una madre narcisista ed aggiungerei dello sguardo poco compassionevole di un figlio arrogante, che impiega più di duecento pagine a descrivere i difetti dei suoi familiari nel tentativo di giustificare la sua accidia.

A proposito di accidia e di grandi occasioni mancate, ho letto da qualche parte di un paragone tra il romanzo di Raio e "Ferito a morte" di La Capria, paragone reso obbligatorio per via di determinate scene del libro che si impongono quasi come riscritture di alcune pagine del capolavoro di La Capria. Non basta però parlare in modo stilisticamente sapiente del sentimento della nostalgia ed ambientare la storia in un paesino del sud Italia, per poter essere paragonati a La Capria. In "Ferito a morte", tra l'altro, il protagonista si sentiva visceralmente legato a Napoli e alla sua aria, mentre leggendo il romanzo di Raio si avverte un senso di nausea ed oppressione, lo stesso del protagonista che, dall'alto della sua arroganza, spera di poter quanto prima mettere distanza tra sé e quei luoghi, tra sé e quei genitori da lui chiamati per nome, a voler rimarcare una volta di più il desiderio di distacco. La lettura mi ha piuttosto ricordato un altro romanzo simile nei temi e che pure mi aveva suscitato un senso di disgusto, "Lontano da loro" di Mauvigner. Lo scrittore francese è però stato abbastanza clemente da scrivere un libro breve, Raio invece ci impone gli esercizi stilistici del suo protagonista per più di duecento pagine.
Ho detto esercizi stilistici perché è proprio questa l'impressione che ho avuto leggendo, ossia che il romanzo fosse un ottimo esempio di scrittura creativa, per quanto indubbiamente ridondante. Diciamo pure che di labor limae ce ne sarebbe voluto parecchio.

Non basta saper scrivere bene per ottenere un buon romanzo. Il coinvolgimento emotivo manca - eppure si parla dell'ultima estate trascorsa nella casa vacanze della nonna -, o forse risulta soffocato dalla verbosità della narrazione. Tutto viene dissezionato dalla lente impietosa di un protagonista che crede di avere una vena poetica ma che vedrei meglio come insaziabile giornalista di cronaca nera.
1 review
September 28, 2024
Acquistato per la curiosità di scoprire questo nuovo autore e di lasciarmi trasportare per i vicoli di Positano, sono però rimasto alquanto deluso. Il romanzo racconta le vicende di Tommaso, voce narrante, e dei suoi genitori nell’ultimo soggiorno estivo a Positano, presso la casa presa in affitto anni prima dalla nonna. Traspare sicuramente l’intento di segnare il passaggio di un’età lontana, che lascia con sé solo ricordi e paesaggi immobili, fermi nel tempo. A dire il vero, l’immobilismo e l’ancoraggio ad un passato ormai perso sono temi ricorrenti in tutti i personaggi del romanzo, svelati nelle loro debolezze e incapacità di accettare un nuovo futuro. La lettura però procede lentamente: ogni dettaglio, ogni scena diventa occasione per una maniacale descrizione, quasi come se fosse un esercizio di stile del protagonista. La ridondante narrazione, presa a descrivere minuziosamente momenti del passato, inizia a perdere nel corso del romanzo il filo del discorso. L’impressione è che troppe scene si susseguano in modo poco connesso, arrivando verso le pagine finali con due personaggi completamente (e poco comprensibilmente) al centro della narrazione. Lo stesso finale risulta a mio parere poco convincente e troppo frettoloso. In generale, si percepisce poca linearità, troppa attenzione alla forma stilistica, meno allo sviluppo del racconto.
Profile Image for Andrea Pisano.
65 reviews3 followers
May 8, 2024
Linguaggio ricercato e molto denso, la trama tende a portare il lettore a partecipare in modo attivo alle vicende e ai ragionamenti del protagonista. Una storia nuda e che non ha paura di ammettere certe situazioni!
Displaying 1 - 4 of 4 reviews

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