Milton, West Virginia. L’avvocato Razziddu Buscemi, giunto alla fine dei suoi giorni, ricorda la propria infanzia vissuta nel profondo sud della Sicilia, a Butera. Nel disfacimento dei ricordi, mischiati a suggestioni metafisiche, la sua voce evoca un’infanzia visionaria, segnata da esorcismi e magie, e narra un’evoluzione violenta e dolorosa verso la maturità. Al cuore di tutto, il combattimento metafisico con una statua della Passione trasportata dai fedeli durante la Settimana il Signore dei Puci, una sorta di Cristo incatenato, forgia per sempre il suo spirito. Ma Razziddu non è solo, intorno a lui si muovono personaggi potenti come Nitto Petralia, il guardiano del faro di Licata, suo padre putativo, e Rosa Martorana, forse unica figura salvifica. Orazio Labbate racconta di aver concepito l’intuizione originaria di questo romanzo nel cuore della notte, al centro di una strada provinciale che taglia l’isola come la Route 66: “sovvertire l’immagine radiosa di una Sicilia zuccherina, meramente folclorica o vulcanica” attraverso la potente “qualità onomatopeica” di una lingua che attinge al dialetto. Lo Scuru, pubblicato dieci anni fa come esordio narrativo, si candida così a fondare il genere narrativo del gotico siciliano, che attinge al southern gothic di Faulkner e McCarthy quanto alla prosa di Bufalino e D’Arrigo, contaminati dal cinema americano di Robert Eggers. Un’opera di potente vitalità immaginifica, destinata ad arrivare presto anche nei cinema e a declinarsi nella narrazione interattiva di un videogioco
Scrittore, nato a Butera nel 1985, definito dalla critica quale fondatore del gotico siciliano. Ha pubblicato Lo Scuru – segnalato al Premio Sciascia 2016 - e Suttaterra (Tunué), Piccola enciclopedia dei mostri (Il Sole 24 Ore Cultura). Stelle ossee (LiberAria), raccolta di racconti, finalista al Premio Sciascia 2017 e Atlante del mistero (Centauria/Fabbri). Collabora con Giunti Editore quale lettore e talent scout. Collabora come lettore per Rizzoli e Solferino. Scrive per “la Lettura" del Corriere della Sera.
Sono sempre stata convinta che il mercato editoriale del nostro paese soffra di una sorta di bipolarismo schizofrenico: da un lato troviamo prodotti concepiti esclusivamente per un mercato più ampio possibile, composti in una lingua e con un stile inconsistente in modo da facilitarne la traduzione; dall'altro lato troviamo prodotti che, se è esagerato definire d'avanguardia, sperimentano in direzione espressionistica e deformante con l'immaginario, lo stile, e soprattutto la lingua. Questo è il caso del libro che mi appresto a recensire oggi: Lo Scuru di Orazio Labbate. Il romanzo si apre immediatamente sul protagonista, Razziddu Buscemi, che, in attesa della morte nel portico della sua casa a Milton, nel West Virgina, ripercorre con il lettore la storia allucinata della propria infanzia e della propria crescita a Butera, un paese nel sud della Sicilia. Razziddu è violentemente immerso in una realtà deformata: figlio bastardo di una relazione non approvata dalla Chiesa, nipote di una sorta di stregona che lo tormenta per esorcizzare il male che è dentro di lui, orfano di padre, quello che il protagonista intraprende è un nostos, un metaforico viaggio di conoscenza della realtà dentro e fuori di sé. Ogni cosa è però colta sotto il segno della morte, del sangue, di una religiosità deformata, di un ancestrale magia che proviene dalla tradizione millenaria siciliana: ed è soprattutto grazie alla lingua che Labbate permette al lettore di immergersi in questa lunga visione. Il linguaggio dello scrittore è difatti volutamente esasperato in un'ottica espressionistica, che usa il dialetto e la sintassi del siciliano per restituirci l'immagine di una precisa realtà. Il vernacolo di Labbate non è sempre di facilissima comprensione, soprattutto per i non siciliani, eppure questo spinge il lettore a sprofondare con più attenzione e con più intensità in quanto si sta leggendo. Per altro il dialetto viene sapientemente alternato con un uso dell'italiano quasi lirico e visionario (in particolar modo ad incipit ed explicit del testo stesso, quando è Razziddu ormai anziano che parla), che dimostra la grandissima maestria dello scrittore nel passare da un registro all'altro. Molti a proposito di questo libro hanno già fatto emergere le numerose fonti di ispirazione dell'autore, dalla più sperimentale tradizione linguistico/stilistica siciliana di Gesualdo Bufalino e Stefano D'Arrigo al gotico americano di Faulkner e McCarthy, eppure io credo di poter aggiungere un altro modello, forse meno sentito, ma che scorre sotterraneo in tutte le pagine: quello di Vincenzo Rabito il contadino semi-analfabeta autore di Terra matta (Einaudi 15€), sorprendente esempio di una lingua tanto spontanea quanto proprio per questo vulcanica e viscerale, e di una biografia tanto tormentata quanto feconda di vita. È chiaro, in ogni caso, che Labbate conosce e ha introiettato dentro di sé il meglio della letteratura siciliana, non solo per il suo sapiente gioco linguistico, ma anche per numerosi topoi tipici della sua tradizione, primo fra tutti l'immagine della luce carica del segno luttoso dell'oscurità che deriva soprattutto da Bufalino:
Ho i capelli bianchi e le mani vecchie, ma negli occhi sono ancora in grado di riconoscere la luce siciliana. La luce degli astri. La luce delle chiese. La luce del fuoco. Le luci mi fanno compagnia, in attesa del sonno eterno.
Trovo sorprendente in definitiva la staordinaria capacità autoriale dimostrata da un autore tanto giovane, che ha evidentemente alle sue spalle sterminate, profondissime letture. Un autore che, mentre l'intero paese si fa ammaliare dal siciliano in fondo spesso disadorno di un Camilleri, ha il coraggio di sperimentare con la lingua, di piegarla alla sua narrazione per fare emergere tutta la sua fertile ferinità. Se pensiamo che Lo Scuru è appena l'esordio letterario di Labbate, direi che la narrativa italiana ha da ben sperare nel futuro.
Poi pianse e chiancìva come a cantare per invocare fantàsimi. Sotto le sue unghie, Razziddu, s'addunàva per intanto del sangue di Nitto che si infilava, scorreva nell'iponichio e poi giù, sutta, ché raggiungesse le vene e ancora cchiù sutta dove il corpo inghiotte tutto e tu sei costretto a piangere. Possiedi dentro di te tutti chiddi, tutti i cristiani, tutti i genti, che hai odiato e insino il loro seme. Il tuo stesso sangue.
“Io non ho ricordi. Dalla mia nascita gli unici pensieri sono stati: Cristu, la chiesa, i mostri, mio padre,”
Sicilia, paese di credo e superstizioni. La religione che va a braccetto con la "magia".
Una fatica tremenda per leggere e capire il dialetto siciliano, capisco che l'autore abbia voluto dargli quella nota in piú, ma magari pensare di mettere un glossario o che ne so, i sottotitoli? All'inizio sembrava facile...ma si dai, si capisce il siciliano anche se sei brianzola....più mi addentravo nella lettura più questa lingua mi respingeva. Lo stile che hanno attributo a Labbate è gotico siciliano, ma io lo definirei un forzatamente gotico. Capisco l'intento di ricreare queste atmosfere eh, ma anche meno. Non so, forse non ho capito tutto al 100%, mi sarò persa dei pezzi per mare.
Avevo grandissime aspettative, la religione, la superstizione, l'esorcismo, la morte, l'amore....tutti ingredienti che cerco in un libro, ma non sono state esaudite come speravo.
"......provando a risorgere in un’altra epoca o secolo in cui la superstizione sarebbe stata debellata da Butera e un’emulsione di lucidità purissima, di giubilo, avrebbe ricreato i rapporti tra paesani secondo una formula matematica."
Originale e poetica la scrittura di Orazio Labbate. Una bella scoperta. In alcuni punti è un po' difficile perché compaiono termini siciliani. Bella anche la trama.
Aggiornamento del 24 aprile 2024
Bompiani ripubblica oggi il romanzo di esordio di Orazio Labbate, “Lo scuru”, dieci anni esatti dalla pubblicazione con Tunuè.
Nel 2015, subito dopo averlo letto, avevo scritto
Originale e poetica la scrittura di Orazio Labbate. Una bella scoperta. In alcuni punti è un po' difficile perché compaiono termini siciliani. Bella anche la trama.
Dopo nove anni rimane il piacere nel leggere la scrittura originale di questo scrittore siciliano, che è sì radicata nella tradizione e che ha anche lo sguardo verso la grande letteratura americana
“Cercai conforto in McCarthy e Faulkner stessi, come detto, che reinventarono una lingua – una sintassi speciale paurosa e accartocciata, a tratti sgrammaticata –, di modo da ingravidare di maggiore orrore filosofico i loro territori, quelli del Texas e del Missouri. In Sicilia, fino a quel momento, infatti, non si trattava con serietà la questione dell’orrore esistenziale e teologico nei romanzi. La si accennava in opere a sé, dalle più storiche alle più recenti, ma non si donava attenzione precipua, isolata, a una corrente.”
Una scrittura lirica in più di un passaggio, fa sì che questo romanzo diventi un viaggio nel tempo e nello spazio, che porta il protagonista, Razziddu Buscemi, dal West Virginia al paese natio siciliano, trascinato dal flusso dei ricordi. È un viaggio necessario per riconciliarsi con la vita che sta per finire
“Dico: perdono. Dico: non volevo bruciare le cose. Dico: sì, volevo. Dico: che mi venga almeno data Rosa. Dico: ora so. Dico: il mare. Dico: avrei voluto un figlio come Dio ha avuto il suo. Dico: il mago? Grido, con le labbra distrutte: il sangue! Sibilo, coi pochi denti: Diavolo, ti ho già pensato quando manovravo il fuoco. Balbetto come nella mia trascorsa impiccagione e ricordo, intanto, l’albero di ficus che ora è rovinato. Prego, infine, che io non cada nell’altro mondo dove muoiono i cani. Ma di certo le parole che ho invocato non hanno più senso per chi mi attende, giacché la mia lingua è per terra e mentre cerco di prenderla, stanco, grazie a Dio muoio.”
La letteratura di Labbate nasce dalla morte fisica e spirituale e dal contatto mortuario con il Cristo, una figura che determina l’infanzia del protagonista di Lo scuru, un’ossessione su Croce a cui la sua vita (e il suo Verbo) risponde col caos. L’esigenza narrativa del siciliano Labbate deve esprimersi con la lingua d’origine, un rabbioso e sprofondato siciliano di Butera, che si innesta in un racconto oscuro (lo scuru, non a caso) dove la scrittura è densa e lavorata, e più che ricordare il southern gothic di McCarthy (che è sì asciutto ma narrativamente scarno), ci porta in alcune sequenze di Lynch, come se Faulkner incontrasse Lost Highway.
Buscemi, il protagonista, nei suoi ultimi momenti, riporta lo sguardo alla sua infanzia, caratterizzata dal suo vivere blasfemo nei confronti delle tradizioni del luogo natio e nel venire a patti con la scomparsa del padre. Nella Butera di Labbate, un luogo astratto, una realtà alternativa come la Comala di Pedro Paramo, vive lo Scuru, un’entità metafisica che soffoca il romanzo e crea una nuova Trinità accompagnandosi al Signore dei Puci (il Cristo in catene) e il Diavolo, un sovvertimento del rito cristiano a cui siamo abituati. Se anche la religione è rovesciata, allora non ci sono più prese salde, e l’autore del romanzo può sfruttare la qualità attrattiva dell’oscurità per raccontare la sua storia.
Amato da Moresco e pubblicato inizialmente da Santoni con Tunué, il romanzo di Labbate è composto da capitoli brevissimi e da una struttura scomposta, spaccata a metà con una narrazione inizialmente in prima persona e poi in terza (il distacco emotivo dalla bile giovanile, il caos che lascia spazio alla ragione), sperimentale, folcloristico e retto interamente dalla forma.
Lunga vita agli autori che si muovono nel buio e che fanno della letteratura un’esigenza esistenziale.
Frenate l’impulso di lanciare il volume contro la parete di fronte, procedete lentamente nella lettura, e vedrete che riuscirete a entrare nei meandri di quel dialetto difficle ma estremamente affascinante.
Un romanzo psichedelico, ipnotico, affascinante, visionario, da leggere con cura, lentamente, assaporandone la lingua, gustandone la magia. Lo scuru è una cantilena di emozioni che si susseguono e si sovrappongono senza sosta. Un'ambientazione gotica che rende magistralmente le atmosfere della Sicilia.
"La mia lingua è la mia patria" è un virgolettato che si può attribuire a numerosi scrittori ed è facile capirne il senso se la si pensa pensata, pronunciata da chi dedica la propria vita alla cura della lingua per la creazione di mondi, personaggi, tempo, pensiero e significato. Sarà stato questo stesso attaccamento a spingere Orazio Labbate a scrivere il suo primo romanzo in una lingua impastata del dialetto delle sue origini, quello siciliano? Oppure avrà prevalso la convinzione che per far emergere le profondità più oscure e insondabili della propria terra sarebbe stato necessario utilizzare una lingua non condivisibile con nessun altro, l'unica in grado di esprimere le radici dell'animo di un angolo di Trinacria come i cibi autentici che vi crescono prendono il gusto dal suolo, dall'acqua e dell'aria sicula? O non è forse proprio questo il senso della frase "la mia lingua è la mia patria"? In effetti la lingua può essere intesa come il cibo della letteratura, senza la quale non potrebbe crescere, senza la cui manipolazione ai fini espressivi non potrebbe manifestarsi. L'altra faccia della medaglia di un romanzo scritto con linguaggio dialettale è il muro che impone di superare al lettore. Al quale può sembrare di trovarsi di fronte a un testo scritto con parole e frasi della propria lingua che domina e comprende - o che al limite può impegnarsi a comprendere, ad esempio con l'utilizzo di un vocabolario quando necessario - alternate però a parole e frasi di un dialetto inintelligibile, equivalenti a quelle di una lingua della quale è privo di conoscenza, troppo distante da lui per indurlo a uno sforzo di conoscenza che sarebbe sproporzionato e inutile. Quello di "Lo Scuru" è quindi il caso della lingua quando è sia pregio che difetto. Leggendolo ho provato a immaginarlo scritto esclusivamente in italiano comune e mi sono chiesto se fosse necessario utilizzare il dialetto per enfatizzarne il carattere gotico, dall'ambientazione ai personaggi, alle vicende: la risposta è no. Quello della lingua è certamente il primo aspetto di cui parlare perché il più evidente, al contempo disturbante e affasciante. Il secondo è ovviamente la storia. Razziddu Buscemi, sul punto di morire, dalla sperduta Milton nel West Virginia, rievoca la sua vita, o meglio la sua storia, "com'è arrivato fin qui", per dirla con le stesse parole che usa lui nei capitoli iniziali. La sua vita rievocata si svolge nell'altrettanto sperduta Butera, nella pancia della Sicilia centro-meridionale, ombelico del Diavolo, solo che, a discapito della premessa dello stesso Razziddu, quella da lui narrata non è la sua storia bensì solo un pezzetto, un tocco che va dalla sua infanzia a quando si è fatto ragazzo. Né si tratta di come è arrivato a Milton, West Virginia. La premessa è quindi completamente disattesa. In più, o c'è qualcosa che io non ho capito, che mi è sfuggito, oppure le prime e le ultime pagine del breve romanzo d'esordio di Orazio Labbate, così trapiantate negli States, servono solo a giustificare le citazioni americane inserite dall'editore nella presentazione del libro, Faulkner e McCarty - per dio andiamoci piano a citare i mostri sacri, o i mostri saremo noi - e a soddisfare la necessità di una cornice, di un prologo e un finale che contengano il vero e proprio scritto dell'autore. Peccato che siano ad esso completamente estranee, al punto che nelle prime e ultime pagine in cui Razziddu "parla" Labbate usa l'italiano, come se nel presente statunitense della narrazione avesse perduto completamente la sua anima primigenia e siciliana, disimparando il dialetto. Si confonde quindi se il dialetto è più importante per il personaggio Razziddu o per l'autore Labbate e in definitiva la premessa è disattesa e il finale per nulla rivelatore. Meglio quindi dimenticarsi di questa decina di pagine iniziali-finali e dedicarsi all'altra centinaia che resta nel mezzo. La parabola di Razziddu è intrisa di doppiezze, di credo e superstizione, magia e mistero, religione e riti ancestrali, di fuoco e di scuru, un mondo in cui Dio e il Diavolo possono essere la stessa persona, e probabilmente lo sono. Il mistero è quello della morte del padre, pescatore scomparso nelle profondità mostruose di un mare che è la premessa dell'aldilà. L'amore è sangue, la vita una tentazone al suicidio, i peccati la spina dorsale dell'uomo, il giudizio gli occhi delle donne, uniche custodi della vita a discapito della vita, cui spetta l'ingrato e impossibile compito di preservare la purezza. Tutto si regge sulle travi e i pilastri della lingua dialettale tagliata l'indispensabile con l'italiano, declinata a rendere incandescente e infernale la materia lavica del romanzo. Ma come già detto questo è il pregio e il limite dell'opera di Labbate. Senza non esiste, con rasenta l'impenetrabile. Ne resta una visione che ha la consistenza del ricordo di un incubo, ma che dura il tempo che richiede un risveglio.
"Una notte, mentre dò frattiempu Rosa dormiva, sbregato sotto un ficus, con un coltello per l'intagghiu, Razziddu plasmò barchette da travicelle di frassino. Poi però si fermava, e meccanicamente immaginava, rialzandosi dal suolo, il barcone del padre spaccarsi. Le barchette lignee le aveva frattanto appoggiate a terra. Chiuse il suo campo visivo. La sua notte non poteva essere la stessa che il padre aveva visto di sottecchi mentre moriva. Un puttiva d'essiri. I notti un sù mai i stissi".
Vabbè è un libricino, cosa ci vorrà mai a divorarlo in poche ore?
Questo è quello che ho pensato quando ho preso in mano Lo Scuru, romanzo d'esordio di Labbate, di cui avevo letto in un articolo riguardante gli autori italiani contemporanei che sguazzano nei limacciosi lidi del gotico e del folk(horror). Tra l'altro questo articolo mi sa che portava la firma di Andrea Morstabilini, un altro che si cimenta nel genere.
Insomma, dopo poche pagine ho dovuto ricredermi: il romanzo è abbondantemente farcito di dialetto siciliano, e se a tratti la comprensione di quello che si sta leggendo tende a sfuggire, l'effetto complessivo è assai suggestivo. Le pagine de Lo Scuru vanno gustate senza fretta, no binge reading please: certe frasi vanno rilette, alcuni termini dialettali sono facilmente intuibili, per altri il significato si riesce a evincere dal contesto mentre qualche parola rimane - appunto - nell'oscurità. Un romanzo che richiede quindi un certo impegno, all'inizio si fa un po' fatica ad entrare nel flusso dei ricordi del protagonista, io ho cominciato a godermelo e a capire come rapportarmi col testo dopo qualche decina di pagine - diciamo pure verso la metà - per arrivare liscio e soddisfatto fino alla fine, incantato dalla prosa altamente suggestiva di Labbate.
Felicissima di aver ripreso in mano questo libro, comprato poco dopo la sua pubblicazione, iniziato e riposto non finito sugli scaffali per qualche sconosciuto motivo. Di certo non era il suo momento. La scrittura di Labbate è davvero incredibile. Mi piace questa lingua ibrida, che mescola l'italiano al dialetto siciliano. Richiede attenzione, partecipazione di mente e cuore. Ed è pieno di lirismo, con un ritmo dolce e vibrante, come le stelle che punteggiano il cielo notturno; liquido, come il mare; suggestivo, come la luna: "[...] nel liquame notturno dove le stelle si seccano come sigarette abbruciate nel corpo delle blatte. Il legno addumàto dalla luna sembrava accendersi come paglia tra gli scogli." Ogni parola è al posto giusto e il risultato è una composizione piena di poesia e intensità. Nonostante la necessità di concentrazione, l'ho bevuto assaporando ogni parola e ho trovato tutto perfettamente equilibrato, dalla struttura, al linguaggio, al tema del ritorno all'infanzia. Un viaggio nel tempo e nello spazio, dal portico della casa in West Virginia al porticciolo del paese natio in Sicilia, con il solo movimento dei ricordi. E' un viaggio metafisico e catartico, necessario per far pace con la vita che sta per finire. Un esordio splendido!
Lo Scuru si ciba di suggestioni, e di quel male di cui si parla solo a voce bassa e cavernosa. Razziddu Buscemi è rimasto vedovo da poco, osserva davanti a sé il paesaggio dalla terra lontana che gli ha dato riparo, e torna indietro con la memoria a quando era bambino in Sicilia. Inizia un viaggio in cerca della redenzione, illuminato da un fuoco distruggituri e purificaturi.
Un romanzo breve e denso, a cui bisogna concedere il tempo che richiede l’uso singolare della lingua: un italiano ‘mmiscatu a un dialetto allegorico e, in molti frangenti, assurdo. A questo miscuglio è affidata tutta la poesia e la prosa, nutrite da immagini vastasi, generate dal sangue gelese e da contaminazioni mostruose: vedi Bufalino, vedi Faulkner, vedi Vincenzo Consolo per non andare troppo lontano. A me ha fatto tornare in mente le fotografie di Scianna, con le sue festività religiose.
Lo Scuru divora tutticòsi tra un’infanzia in prima persona e una maturità gestita in terza persona. Attraversiamo con Razziddu il suo inferno personale; ha combattuto con il Signore dei Puci, rappresentazione del Diavolo e del male che si porta nel corpo e nello spirito, lui che è il figlio maledetto di Carmelo Buscemi, scafista morto in circostanze misteriose. Chi è cresciuto tra mito e religione riconoscerà le superstizioni, le magarie, le paure primordiali, l’oscurità che mangia vivi. Al termine dell’inquietudine apprezzerà la dichiarazione d’amore alla terra origine.
Un libro visionario e con un pizzico di follia. Un viaggio sottosopra, nella lingua e in una Sicilia che profuma d’America, una terra mai vista prima e al contempo, capace di richiamare le nostre sanguinose origini ancestrali, fra esorcismi e citazioni letterarie.
La lingua de “Lo Scuru” è tosta: italiano misto a termini siciliani, per non parlare di immagini molto oniriche ed espressionistiche. Tuttavia, è una sfida che vale la pena fare, poiché Orazio Labbate ha creato qualcosa di stupendo fondendo una Sicilia primordiale con il gotico (in particolare il Southern Gothic di Faulkner o Flannery O’Connor), Cormac McCarthy e tante altre amenità dell’horror. Attraverso la storia di Razziddu Buscemi, Labbate racconta cerca di indagare il male, le sue origini, e l’impossibilità di espiare i nostri peccati.