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L’argine delle erbarie

È una notte di marzo alla Busa di Bambèin, uno stagno attorno a cui forse si aggirano due anime senza pace, quando la piccola Liuba viene al mondo. La Strulghina, la levatrice, le guarda le mani e capisce che è destinata a diventare una come lei, un’erbaria.
Come sua nonna Zaira e sua madre Armida, che proprio dalla Strulghina hanno ricevuto il «talento», Liuba sarà una donna che conosce il potere della natura capace di guarire e di portare la vita, curando con le erbe, secondo i ritmi della terra e della luna. Pochi mesi prima, anche nella vicina famiglia della Ca’ Granda è nata una l’hanno chiamata Solidea, dai versi di un canto anarchico. Crescendo, le due bambine stringeranno una silenziosa alleanza e le storie delle loro due famiglie si intrecceranno in un tempo il fascismo, la guerra, la fame, la battaglia delle idee e delle aspirazioni a un mondo migliore con il comunismo, l’anarchia, le prime lotte verso l’emancipazione femminile.
Così, mentre la Storia stravolge e ruba le vite degli uomini, le donne tengono viva la sapienza millenaria della quale sono pratiche e conoscenze tradizionali, spesso messe ai margini, censurate, condannate ma che modellano, nelle avversità, una forma collettiva di salvezza.
Un romanzo conturbante e selvatico, radicato nella storia ma intriso del fascino misterioso della natura, una saga nella quale piane, fiumi, boschi sono protagonisti tanto quanto gli umani che li abitano. Un
racconto di forza, creatività, amore e orgogliosa fondamentale e vera come l’acqua, il sangue e il respiro.

337 pages, Kindle Edition

Published April 26, 2024

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Profile Image for Mariateresa.
928 reviews18 followers
April 8, 2025
Lungo l’argine del Secchia c’è la casa delle Strulghina, la levatrice, la guaritrice, colei che ha il dono e che una notte di luna piena, lo passa alla Zaira. Lo sa con la certezza che le viene dal suo nome, così come sa che anche la figlia della Zaira, l’Armida, ha un segreto, che verrà alla luce nella Busa di Bambèin e si chiamerà Liuba.
Tre generazioni di donne legate dall’essere “erbarie”, speciali, un po’ streghe; rispettatissime dai contadini che le chiamano per una vacca azzoppata, per una febbre, per un male che non passa e che il dottore non riesce a curare.
Segnano il fuoco di Sant’Antonio, aiutano le giovani nel parto, conoscono formule contro il malocchio. Sono povere, ma resistono: alla miseria, al freddo dell’inverno, alla brutalità e alla violenza di un maschile rapace e prepotente, alla guerra che arriva spietata. Una guerra che la Strulghina, prima di morire, aveva ricamato sulla coperta che lascia alle sue donne e che, per chi sa vedere, racconta ciò che è stato, che è e che sarà.

Le loro vite si intrecciano con quelle della famiglie che vivono lì vicino, così l’Armida e la Nadina, quasi coetanee, non diventano propriamente amiche, ma in uno strano modo ci sono sempre l’una per l’altra e le loro figlie – Liuba e Solidea- invece, sono amiche. Giocano insieme, condividono quel poco che hanno, e scoprono cosa significa diventare grandi.

E intanto alla Busa c’è lo spettro di una madre che continua a chiamare i figli annegati tanto tempo prima: “…beeeertoooo…. tinaaaaa…” E che non troverà pace finché non torneranno da lei.

In un mix di storia e folklore, “l ’argine delle erbarie” è un omaggio alla forza delle donne che hanno vissuto la guerra, che hanno osato sfidare il male, in ogni modo possibile. Perché le donne lo sanno, hanno intessuto nel loro ventre, nel proprio DNA, la certezza della potenza della vita… che si può schiacciare, ma fermare proprio no, proprio mai. Le donne sanno cose che sfuggono a quegli uomini che sono andati a combattere, a morire, a imbracciare le armi per la libertà.
È un omaggio alle donne, alle antenate dell’autrice, ma anche alle nostre nonne, bisnonne, prozie e zie che gli anni Trenta e Quaranta li hanno attraversati, chi con grazia, chi con disperazione, chi con speranza e fede.

Questo romanzo mi ha catturata sin dalle prime righe: ho una passione per le guaritrici, per le donne un po’ streghe; per quei romanzi o libri dove si respira la cultura popolare e, ritrovare il dialetto è stato tornare a casa. Non è proprio il mio, ma capirlo prima di leggerne la traduzione la riga successiva, mi ha fatto emozionare tanto. Mi ha fatto ripensare ai miei nonni che parlavano solo dialetto tra loro e che anche a noi si rivolgevano solo in quella lingua così impastata di tradizione e praticità.
Chissà se anche loro hanno vissuto in quel modo la guerra… non ne parlavano mai. E se scappava fuori qualcosa, era comunque filtrato, adattato per le orecchie di noi bambine.
Il massimo che mia nonna disse di quel periodo fu: “ i tedèsch iera catoìv. A s’era andeda a fè lérba e i m’ha impinoì ad bòti”. I tedeschi erano cattivi, ero andata a “far l’erba” e mi hanno riempito di botte”.
E mio nonno neanche quello.
In ogni caso il romanzo catapulta in quelle atmosfere, rendendo alla perfezione la miseria, la paura e la rabbia, il freddo dentro e fuori di tante donne che, in modi diversi, si sono rese protagoniste della Liberazione.
La Strulghina, l’Armida, la Liuba sono le principali figure attorno a cui ruota la storia, ma ci sono anche tante altre donne: la Nadina, la “Luisa”, l’Anita, la Dolores, la zingara Delia. Tutte brillano di luce propria, tutte insegnano qualcosa a chi legge.
Ognuna si è presa un pezzettino del mio cuore, che più volte si è spezzato, e che alla fine si è ricomposto fiero e orgoglioso della forza di questo femminile.
Un romanzo scritto benissimo, con una cura particolare alla scelta delle parole e del ritmo narrativo. Un romanzo scritto con amore. E si sente.

5 stelle il mio voto, grazie a quel finale aperto e molto evocativo, ce l’ho ancora stampato nelle retine e nel cuore.

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