Marco e Federico sono molto diversi: uno è timido e introverso, di famiglia umile, l’altro estroso ed esibizionista, figlio di ricchi padovani. E chi è Maria Zanca? È forse vero quello che si dice di lei in merito alla sparizione dello scrittore Vittorio Ferretti? Attraverso una costruzione a scatole cinesi "La scrittrice nel buio" ci guida in un mistero letterario venato di soprannaturale, in cui lo scontro tra due giovani uomini interseca una figura femminile potente e disturbante.
Marco Malvestio è nato nel 1991, ed è ricercatore in letterature comparate all’Università di Padova. Ha lavorato in Canada e negli Stati Uniti.
Ha pubblicato il saggio The Conflict Revisited. The Second World War and Post-Postmodern Fiction (Peter Lang, 2021) e Raccontare la fine del mondo. Fantascienza e Antropocene (nottetempo, 2021). Ha co-curato i volumi Italian Gothic. An Edinburgh Companion (EUP) e Italian Science Fiction and the Environmental Humanities (LUP).
Come romanziere, nel 2021 ha pubblicato Annette (Wojtek Edizioni). Nella primavera del 2024 ha pubblicato La scrittrice nel buio (Voland).
Ambientato ai giorni nostri all’università di Padova, e piacevolmente immerso in atmosfera gotica che lo rende per certi versi fuori dal tempo, con tanto di streghe, sparizioni misteriose e sogni che incatenano. Scritto come si confà al genere scelto, con lingua piacevole che avviluppa pur nella sua semplicità. Due protagonisti, entrambi alquanto antipaticucci, ma da lettore ho fatto il tifo per entrambi. Merito di Malvestio, che è bravo a inventare, a raccontare, a racchiudere nella sua impalcatura narrativa.
Echi ed evocazioni che per me sono state: sin da subito Il carteggio Aspern, non solo perché c’è un carteggio di mezzo, non solo perché si va alla ricerca di eredità di un artista scomparso, ma anche per la stessa Maria Zanca che in più di un momento mi ha ricordato Miss Juliana Bordereau, l’anziana diabolica ex amante di Aspern. E sempre per restare con Henry James, come non pensare anche a Il giro di vite, realtà o illusione, ci fa o ci è, immagino o è davvero così, e se è davvero così… Streghe e sogni (un paio, densi, magnificamente descritti, quasi tattili) mi hanno rimandato al Macbeth, lo Shakespeare che preferisco. La serie – per nulla amata - Saltburn per i rapporti tra Federico e l’io-narrante. Sicuramente ce ne sono altre che a me sfuggono – che so, probabilmente Shirley Jackson, ma la conosco troppo poco e non la leggo da una vita.
La parte sovranaturale è un po' appiccicata lì, la strega, la casa nel bosco, le scomparse non sono, per me, molto convincenti e coinvolgenti. Sarà che sono troppo imbevuto delle storie di Lovecraft e King, per esempio? Per cui anche la sola location, Lastebasse (VI), mi pare improbabile rispetto al New England?
Le figure di Marco e Federico sono un po' piatte in termini di scavo psicologico e un po' un clichè, il ragazzo in fuga dalla provincia e da genitori ultra ordinari in cerca di un'opportunità (Marco), il ragazzo ricco di città brillante disinvolto cinico e votato alla carriera.
La storia dello scrittore Ferretti un po' annoia per la forma - ne apprendiamo indirettamente dagli studi di Marco e Federico e dall'epistolario con il giovane scrittore Carraro - e, dal'altro canto, meritava qualcosa di più come sviluppo dell'eccezionale fermento culturale dell'Italia anni 60-70 in cui risulta inserita e del calibro degli intellettuali che interseca.
Sinceramente non ho molto da dire su questo libro. Tutto ciò cui può essere associato un termine come "disturbante", che opportunamente compare in quarta di copertina, tende ad infastidirmi, e questo libro non fa eccezione. Non desidero eccessivamente essere disturbata, sia pure in senso intellettuale e metaforico. Purtroppo anche il termine "soprannaturale" tende ad infastidirmi, e malauguratamente anch'esso compare in quarta di copertina. Quindi era destino che per me fosse un no. Scherzi a parte, non mi è piaciuta la storia (sono troppo terra-terra per capire le situazioni surreali, mentre la prima parte, con le vicende studente povero ma intellettualmente elevato e studente ricco ma concentrato solo sul successo personale e non sulla crescita intellettuale , mi è parsa di una banalità scoraggiante), e non ho capito dove l'autore volesse andare a parare. Mi è piaciuta molto, invece, la scrittura, che maneggia una storia stranissima senza esitazioni, concedendosi anche qualche uscita spiritosa (il TSO come via d'uscita pratica contro gli effetti deleteri delle ricerche letterarie) e cadendo solo un paio di volte in frasi ad effetto che sarebbe stato meglio risparmiarsi. Peccati veniali. Spero che prima o poi Malvestio scriva qualcosa di più consono ai miei gusti (lo spero per me, non perché questo possa giovare a lui come scrittore) per godermelo di più.
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Carteggi epistolari e arrivismi accademici: indagine di una sparizione
"Ferretti si trova, nel sogno, in un interno scuro, col legno alle pareti in una casa di montagna: è solo, e la stanza è illuminata fiocamente da una luce artificiale. Sul tavolo davanti a lui vede i resti di un banchetto, per quanto modesto: ossa di pollo, piatti coi fondi di zuppa, briciole di pane. Tutto, però, appena ci fa caso, ha un odore ripugnante, come se fosse lì a marcire da giorni."
Diciamo che Malvestio, più che una rivelazione, oggi risulta essere una garanzia. Ancora una volta l'ossessione per una figura femminile - nell'esordio Annette Schwartz, qui Maria Zanca -; entrambe le presenze decostruite dal silenzio della memoria e ricomposte attraverso un lavoro di ricerca che risulta tanto profondo quanto maggiori sono le zone d'ombra impossibili da rischiarare. Scelti come personaggi principali due studenti incastrati in un'amicizia di convenienza - l'uno antitetico all'altro per piglio ed estrazione sociale, condannati a influenzarsi a vicenda -, la storia rivela la sua struttura a scatole cinesi tramite carteggi epistolari e testimonianze inattendibili non in presa diretta (colmate da un interlocutore anch'esso con visione parziale): scopo ultimo l'indagine della sparizione di Vittorio Ferretti - autore italiano del secondo novecento - e il coinvolgimento dell'elusiva figura di Maria Zanca nel quadro degli eventi. Un romanzo denso e camaleontico, attento nell'intessere un'intelaiatura fittizia all'interno di un costrutto storico ben preciso, per poi dipartire verso orizzonti che lambiscono i territori dell'orrore gotico.
Una storia brillantemente esposta, ingegnosamente raccontata, fagocitante e perturbante come solo le grandi scritture sanno comporre. Una delizia, un piccolo capolavoro di letteratura gotica-horror contemporanea.
Una volta entrat3 nel gorgo di questo romanzo, è impossibile venirne fuori senza averlo prima terminato: all’ambiente accademico meschino e vuotamente tronfio in cui si muovono Marco e Federico si contrappone la natura indomabile e terrificante di un mondo altro, un luogo di sogno e tenebra in cui sta Maria Zanca, la scrittrice nel buio. Personaggia indimenticabile, magnifica e terribile, selvaggia e magnetica, una donna che “parla la lingua della terra, delle stagioni, degli astri e degli insondabili abissi uterini”. Una figura che appare e scompare come fumo negli occhi, dapprima solo nelle parole di maschi affascinati e turbati dalla sua selvaticità, dal suo essere inafferrabile e impossibile da contenere, dalla sua scrittura profetica e inquietante, poi in carne e ossa, ma sempre enigmatica e infinitamente superiore a ciò che la circonda. E mentre il romanzo scivola progressivamente nella dimensione dell’incubo e della paranoia, così l’indagine di Federico e il coinvolgimento di Marco perdono le tinte del mystery e si trasformano in un perfetto meccanismo orrorifico in cui il non detto, l’impossibilità di esprimere in parole il terrore più puro e ancestrale, contribuiscono a creare un costante senso di soffocamento e straniamento.
Ps. Ora però vorrei che i romanzi di Maria Zanca esistessero per poterli leggere…
Sebbene abbia amato maggiormente l’esordio (Annette per me è geniale), trovo che questo secondo romanzo ne abbia ripreso alcuni aspetti (la grande cultura e nozionismo dell’autore, la capacità di creare una realtà romanzesca iperreale giocando con dati anagrafici/storici veri e rintracciabili dal lettore) dosandoli meglio, sostenendo il tutto con una trama avvincente che in me ha ricordato il Bontempelli di Gente nel Tempo sia per il realismo magico che per l'ineluttabilità del finale.
Mi sono ritrovata a leggerlo tutto tutto d'un fiato. L'ambiente soffocante della piccola provincia veneta da cui vengo anch'io (fun fact: sono cresciuta vicinissimo a Lastebasse), l'ambiente accademico e le sue piccole-grandi meschinità, il finale disperato che mi ha ricordato Poe, ma anche la scrittura così colta e iper-curata.. Splendido.
Una scrittura labirintica, come la ricerca dell'enigmatica scrittrice del titolo, e l'ossessione per la letteratura, l'accademia e l'affermazione del sé.
Ottima evocazione delle atmosfere horror claustrofobiche che tanto ci fanno amare Shirley Jackson, risemantizzate in chiave italo-veneta.
In generale il libro l’ho trovato piacevole, scorrevole, mi è abbastanza piaciuto, ma non mi ha perturbato!
Punto di forza: ho trovato affascinate quando Maria Zanca viene descritta nel suo “semi sorriso” mentre parla con lo studioso come una “fiera” con le sue pupille nere dilatate e con la bocca semi aperta, che aspira tutti gli odori della sua preda, pronta ad attaccare! Questa immagine per me esprime tutta la forza animalesca di un essere soprannaturale.
La prima parte del libro ha tenuto alta la mia attenzione, con la dinamica di amicizia/rivalità tra i due dottorandi, l’introduzione del tema del carteggio in questo rapporto, presentando passo dopo passo la figura di Maria, che viene descritta dallo scrittore come una persona realmente esistita, citando nomi di veri personaggi (persino il mio prof del Dams Renato Barilli), allontanando così inizialmente una idea sulla possibilità di avere a che fare con qualcosa di perturbante. Non mi ha convinto invece molto la seconda parte del libro, forse un po’ troppo forzata la parte soprannaturale, dove Maria imprigiona Federico e il suo ex amante scrittore in una dimensione onirica e Marco alla fine come per rassegnazione non farà nulla di eclatante per contrastarla, ripetendo cosi lo schema di “immobilità” che ha caratterizzato tutta la sua vita, ma vivrà tutti i giorni seguenti all’incontro imprigionato da Maria che lo perseguiterà.
Un misto di entrambi, e molto altro, è presente nella nuova fatica di Marco Malvestio edita Voland.
Alla presentazione presso la mia libreria di fiducia lo stesso autore informa che all'interno di queste 160 pagine c'è un gioco di scatole cinesi basato sulla doppia tematica della rivalità accademica dei due protagonisti (Marco e Federico) e della strega scrittrice (Maria Zanca).
A chi legge viene demandato il giudizio su questa autrice dimenticata: è davvero una fattucchiera? un'ammaliatrice? possiede poteri magici?
Pian piano, seguendo le parole di Marco, studente di lettere e PhD prima e professore nella scuola pubblica poi, che narra la vicenda ci avviciniamo al suo compagno di corso Federico, che è riuscito dove il primo ha fallito ottenendo un assegno di ricerca post-dottorale sul carteggio tra Pier Luigi Carraro e Vincenzo Ferretti. Quest'ultimo è scomparso in circostanze misteriose e si spera che lettere siano in grado di fornire delle risposte.
Il desiderio di entrambi di essere migliore dell'altro si ripropone anche nei loro mentori, i professori Cavani e Veronesi e chissà chi l'avrebbe spuntata senza l'intervento di Zanca.
Durante la lettura, ci si chiede se l'amicizia maschile sia possibile ma si viene colpiti dall'asfitticità e dalla spiacevolezza delle lettere analizzate man mano.
Realtà e finzione, ci giocano e ci fagocitano, l'impressione è quella di star leggendo una sorta di The Blair witch project su carta.
La natura meta-letteraria è evidente e mi son trovata di fronte a un piccolo libro gotico ambientato nella campagna industrializzata del Veneto, con una visita a Lastebasse (VI), e nella provinciale Padova, vicino cui vivo tuttore e in cui, come i protagonisti, ho svolto buona parte della mia carriera universitaria.
Mi è piaciuto tantissimo e un po' mi spiace essermelo divorato in pochissimo tempo ✨ ma è questo il bello del leggere un'opera scritta bene e ben strutturata 💘
Ho amato l'ambientazione accademica contemporanea, lo spaccato retrospettivo di letteratura italiana novecentesca, il narratore in prima persona dalla prosa elegante, il mistero di Maria Zanca; e ho adorato i personaggi di Federico e Vittorio Ferretti, entrambi indimenticabili (va da sé) in virtù delle loro frivolezze e meschinità. Interessante l'uso massiccio, à la Lovecraft - che Federico ascolta in audiolibro durante un cruciale viaggio in auto - del discorso indiretto, che contribuisce a modellare, e a preservare, l'atmosfera di orrore incombente.
Possiamo pensare a "La scrittrice nel buio" come a una sorta di anti-allegoria, dove i significati, tutt'altro che stabili, si muovono attorno alle figure, senza mai però abitarle. C'è Marco, giovane studente e poi professore di lettere. C'è Federico, suo eterno amico-collega-rivale. E c'è Maria Zanca, scrittrice del secondo Novecento in fase di riscoperta. Immaginateli disposti come nell'Arcano del Diavolo: lei sull'altare, gli altri due incatenati ai suoi piedi. A tenerli insieme sono i desideri, uguali e opposti, e un pensiero magico.
Alle aule universitarie in cui si muovono i due protagonisti maschili, in una Padova indolente di una o due decadi fa, si alternano i salotti della "Roma bene" degli anni '70, dove uomini e donne delle arti si confrontano, si scambiano opinioni e favori. E in seno a questo mondo dai toni rosei e mercurio, al contempo lontano e vicino, come una fiaba sinistramente familiare, la scrittrice nel buio. La figura di Maria si delinea attraverso le lettere del cosiddetto "carteggio Zanca", che arriva all'attenzione di Marco e Federico per una questione di lavoro. Si tratta della corrispondenza tra lo scrittore Vittorio Ferretti e un suo amico e collega, a cui il primo racconta della sua storia, sentimentale e professionale, con la misteriosa ma brillante autrice.
A colpire sin dalle prime righe è senza dubbio il gusto gotico, riflesso non solo nelle scelte linguistiche, ma anche in quel senso di reticenza del narratore, quel "mi limito a riportare i fatti come mi sono stati riferiti, senza provare a darne una spiegazione" che spesso sottende intenzioni poco trasparenti. La scrittura - qui così ordinata, quasi un solfeggio - è piuttosto una forma di inganno. Le motivazioni e le intenzioni di personaggi strisciano come serpenti in una notte di terra, sotto un grande apparato che ha i caratteri dell'ordinario, del mondano persino.
Il romanzo di Malvestio tratteggia una vicenda in cui realtà e finzione coabitano, a volte in sintonia, altre covando rancori reciproci. La lettura è intarsiata di nomi più o meno noti, fino a sfumare nel privato o nella fantasia. L'autore prende in prestito e mescola i modi dell'autofiction e della cronaca, senza mai rivelare le sue carte. L'incantesimo del libro, in effetti, è tutto qui: nel confine del "può darsi", dove chi racconta una storia troppo credibile e insieme impossibile ha in suo potere chi la ascolta.
Quattro capitoli, in cui i primi tre raccontano tre storie di generi differenti (nonostante abbiamo gli stessi personaggi) e il quarto le intreccia. Il primo capitolo è la storia di formazione del protagonista e il suo rapporto con un amico/nemico; il secondo è una cronaca dei salotti letterari italiani negli anni '60 come vista da un dottorando in letteratura; il terzo, in modo inaspettato, è praticamente un folk horror italiano. E il quarto fa quadrare le cose. Oltre ad essere decisamente originale, "La scrittrice nel buio" è anche scritto molto bene, non solo come struttura generale, ma anche come periodare, lessico, ritmo. Un tratto notevole del libro, cosa sicuramente voluta ma che per me costituisce un piccolo difetto, è che il libro è colmo di astio: nei confronti della provincia veneta, a cui si dedica continuo disprezzo, ma anche per i genitori, l'ambiente universitario e per qualche figura secondaria che a mio parere è ricalcata su qualche conoscenza dell'autore. Tutto questo risentimento ha senso preciso nel complesso del libro, ma a volte mi è parso che Malvestio si sia fatto prendere la mano.
La scrittura di Malvesti è stata una sorpresa, mai banale, con personaggi ben delineati. Notevole la capacità di desrivere la tipologia dei narcisisti che si nasconde bene tra i docenti universitari, pronta a la ruota del pavone o a parlare perfino del tempo pur di riempire l'aria con la propria voce. Un bel bestiario, quello di italianistica di Padova, con tutta la schiera pelosa dei dottorandi, e il confronto va a La ricreazione è finita di Ferrari e il suo ambiente universitario pisano. Ma mentre Ferrari usava ironia e disincanto Malvesti fa parlare una voce narrante più dimessa, in un certo senso perdente. La parte del carteggio ben fatta, mentre il finale “gotico” non è la mia tazza di the, ma la souspence non manca, e alla fine le stelle se non sono quattro piene sono più di tre.
I liked the writing and the plot to a certain point. In the last pages everything happens and nothing was expected but not in a surprising and good way. I thought it was too much disconnected, you lose the purpose behind those pages and also i don’t like the genre that the book becomes in the last pages.
Se si riassume la trama nei fatti essenziali, “La Scrittrice nel Buio” appare come un romanzo dell’0rrore di stampo classico su due ricercatori universitari che partono alla ricerca di un’oscura autrice dei tempi andati e finiscono in un cuore di tenebra di folklore, superstizione e soprannaturale. C’è “Il Seme della Follia”, c’è “Blair Witch Project”, c’è Pupi Avati, qua e là spuntano Lovecraft, Borges e Auster. Ma là dove il romanzo “accade” sul serio, là dove racconta davvero la sua storia, non è nelle tre dimensioni del racconto del terrore ma nello spessore stilistico e umano della vicenda. “La Scrittrice nel Buio” è la storia di un’amicizia tra due personaggi segnati da destini diversi in modo quasi tragicomico. Iscritto nella tossicità e nella grottesca iniquità dell’ambiente universitario, quello tra Marco e Federico è un legame con, forse, qualche buona intenzione ma nessuna speranza; e se l’oscurità che infine si manifesta è in sé aliena, altra, cosmica, nell’economia della storia si riduce al riflesso squallido di umanità mancate, di menti che aspirano ai massimi sistemi ma finiscono per schiantarsi, irreversibilmente, nelle meschinità del quotidiano. La scrittura accademica, crudele e buffa, ci avvicina sufficientemente ai personaggi per percepirne bassezze, dolori e terrore, e allo stesso tempo ci rimuove, costringendoci a osservarli come topi in un labirinto, lasciandoci scegliere a quale distanza partecipare alla loro storia. Al momento in cui il dilemma finale si definisce, diventa chiaro come l’umanità residua messa in questione sia, in fin dei conti, la nostra di lettori. Già in “Annette” (Wojtek Edizioni) Marco Malvestio aveva raccontato l’impossibilità di una connessione umana, mettendo in parallelo il rapporto tra stile e contenuto, tra scrittore e oggetto della scrittura, tra lettore e personaggio, tra scrittore e lettore, con il coito fantasmato e mancato che è il gesto fondativo del cinema a luci rosse. Qui, invece del p0rno, usa il soprannaturale per sottolineare altri modi in cui, come esseri umani, falliamo costantemente nel connetterci. Da Voland Edizioni.