Guardando una cartina, un’isola ci dà l’illusione di essere un piccolo mondo a sé. Con i suoi confini ben delineati sembra contenere una società impermeabile al passare del tempo e delle stagioni, più immediata da decifrare perché al riparo dalla mutevole complessità del mondo. Ma si tratta di una mistificazione, a maggior ragione se – come la Sicilia – vive al riparo di uno degli immaginari più prepotenti e inscalfibili che un luogo tanto piccolo sia mai riuscito a creare. Dietro l’isola «costruita e ricostruita dai libri, dai film, dai quadri, dalla fotografia in bianco e nero» oggi ce n’è una nuova, nascosta, ma non per questo meno reale. Quella urbana e metropolitana, quella degli sbarchi, quella del vino e della frutta tropicale. Una Sicilia a volte invisibile come i veleni che il secondo polo petrolchimico d’Europa scarica nel mare e nell’aria. Come i migranti in arrivo a Lampedusa, tenuti a distanza dalle traiettorie dei turisti e dei locali. Come i flussi di popolazione in uscita che le danno il triste primato tra le regioni italiane per emigrazione. Un luogo dove gli estremi convivono, come i quartieri del centro a Palermo, dove vibra la capitale della cultura e vegeta la città invisibile del crack. La Sicilia dove i cambiamenti climatici trasformano il paesaggio agricolo sempre più a rischio di allagamenti e desertificazione, e qualcuno ne approfitta per sostituire la vite con il caffè e l’avocado. Lungi dal provare a spiegarla, le pagine che seguono raccolgono cartoline da questa nuova Sicilia. Sono immagini sfuocate, perché il soggetto è in grande movimento. Perché anche la Sicilia si muove e, sì, cambia.
Tutto bellissimo, ma menzione d’onore per “Una storia di violenza” di Viola Di Grado con illuminanti riflessioni sul dialetto siciliano e il modo in cui si intreccia con il territorio e la società, e “Cartografia dell’inesistente” di Davide Enia che parla dei non luoghi della mia amatissima Palermo.
"Il siciliano abusa del passato remoto. Gli altri tempi verbali che si occupano del già trascorso, quelli che trattano il passato più morbidamente, semplicemente non esistono. Come se l'azione già avvenuta venisse semplificata brutalmente: è successo ed è grave, lapidario. (...) La grammatica è l'impalcatura di un popolo. L'impalcatura del siciliano è drammatica ed è nata dalle creste nere dei lungomari lavici e dalle estati interminabili, dalle infinite invasioni e dallo svantaggio economico. È la lingua di chi non sa quando finirà il caldo o se l'Etna oggi erutterà ancora o come arriverà a fine mese: come potrebbe esserci il tempo futuro?"
Il libro-reportage è il tentativo di raccontare una Sicilia oltre lo stereotipo e lo sguardo ottuso e incantato da turista, portando il lettore nella Sicilia delle crack house, dell'abusivismo edilizio, dei velenosi e inquinanti poli petrolchimici, della dispersione scolastica, di vite violente e del significato dell'insularità nella costruzione dell'identità. Pur interessante nei suoi tasselli, il volume non riesce davvero a ricostruire il mosaico e rimane un po' piatto. 4 stelle.
Il libro è composta da una decina di saggi su argomenti diversi scritti ognuno da un autore diverso. L’idea di descrivere un’area geografica, in questo caso una regione, un’isola, attraverso articoli su argomenti non convenzionali è interessante e l’ho gradita al punto da comprare altri libri, ancora non letti, della stessa collana. Proprio per il formato accattivante mi sarei, però, aspettata storie più consistenti. Invece, molti articoli contenevano più filosofia o autobiografia che contenuti. Solo un paio di articoli li ho trovati davvero informativi, primo tra tutti quello sul petrolchimico. Non so se era l’intento del libro, ma personalmente avrei preferito più chiarezza e delimitazione tra articoli con maggiori dati e articoli più autobiografici. Inoltre, ho trovato che la maggior parte degli autori ha usato uno stile ridondante, a volte troppo formale, altre volte troppo colloquiale.
Mi aspettavo di più. Di articoli ben scritti e interessanti ce ne sono 3/4 (si nota chi è scrittore/chi sa scrivere e chi no), altri sono ripetitivi, poveri di contenuti e scialbi. Ad esempio quello su Segesta, una "intervista" con frasi vuote, trite e ritrite sulla "valorizzazione del territorio". Anche il pezzo sulla coltivazione di frutta esotica l'ho trovato estremamente superficiale. Sarebbe stato bello se avesse approfondito il consumo di acqua e risorse e l'impatto ambientale delle colture, a cui invece ha dedicato una frasetta buttata lì.
Le fotografie e la grafica sono belle come sempre e valgono il prezzo di copertina.
Apprezzo sempre molto i libri della collana The Passenger, che donano uno sguardo moderno, a metà tra narrativa e guida turistica su una regione del mondo. Questo volume però l ho trovato poco riuscito. Tematiche banali, scritte a volte in maniera scialba. Mi sarei aspettato più sostanza. Salvo solo i capitoli su Lampedusa, l incompiuto (tematica un po' troppo italiana, se mi permettete) e la professoressa della scuola all'Arenella.
Bello il punto di vista sulla Sicilia di oggi, frutto dei retaggi del passato, ma anche di un'evoluzione che si racconta poco. Originale sempre l'impostazione grafica delle collane di Iperborea, questa è dedicata agli appassionati di viaggi e scoperte 😊
Oggi vi parlo di questo nuovo volume di @thepassengermagazine edito da @iperborea che vede impegnati, come sempre, numerosi scrittori e fotografi che si sono interessati di vari aspetti di questa bellissima terra, che è amata da tutti coloro che ci vanno in vacanza, ma è bistrattata per la maggior parte del tempo.
Eppure la Sicilia nasconde davvero tantissimo da scoprire. Come ogni regione, ha le sue particolarità e questo libro le spiega benissimo.
Ci sono scritti di Gaetano Savatteri, di Stefania Auci, una playlist da ascoltare mentre si legge il libro scelta da Colapesce. Tutti i volumi di The Passenger parlano di aspetti inconsueti, che non si trovano sui libri di storia, ma potete trovarli nella vita di tutti i giorni, o nell'attualità, quella raccontata da chi ci vive nei luoghi di cui si parla.
Perché sì, è tutto molto bello, ma l'informazione che danno sui giornali odierni non parla dell'imm1grazione a Lampedusa come lo ha fatto Evelina Santangelo, che descrive la Sicilia come una terra promessa per i poveri sventurati che fuggono dalla gu3rra o da situazioni peggiori.
Persino i luoghi comuni sulla Sicilia vengono "svecchiati", passatemi il termine. Tutti pensano alla Sicilia come terra di gattopardi e maf1a di vecchi tempi. Come diceva un film di qualche tempo fa "ora i figli dei maf1osi sono avvocati" e i gattopardi non esistono più (o forse esistono ancora, ma ormai sono pochissimi).
Una delle cose che mi colpisce di più, di questi volumi, sono i numeri che si trovano nel risvolto. In fondo alla lista ci sono sempre delle curiosità che mi fanno sorridere. Questa volta c'erano i patrimoni che non fanno parte dell'UNESCO, ma sono degni di nota, tra cui l'opera dei pupi.
Quello che vedete qui è il buon vecchio Orlando, che viene da Catania; il tappetino è stato fatto a mano, come da tradizione di Erice. Un pezzetto di Sicilia è sempre con me.
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