Sul ponte della Capitan Cerano, il picaresco marinaio Giovanni racconta a quel disgraziato del proprio boia come è arrivato davanti al cappio che tra poche ore farà di lui cibo per gli squali. L’avventura era cominciata quando da bambino, già con i carabinieri alle calcagna, aveva trovato rifugio sotto il sartiame di una paranza che pareva abbandonata. La nave era salpata, e il nascondiglio si era trasformato nel viaggio di una vita… Sotto gli occhi curiosi e storditi del boia, e del lettore, si dispiega la storia di un’esistenza passata tra furti, raggiri, zuffe e sposalizi più o meno burrascosi. Prima a bordo di una vecchia goletta, poi su una corazzata tedesca o un mercantile turco, Giovanni solca rotte sempre più remote, alla volta del Bosforo, del Mozambico o della Malesia, fedele solo al proprio spirito ribaldo, appena ammansito dalla profezia di un prete spretato che si ostina a vedere in lui un nuovo Battista. L’ora dell’esecuzione è ormai prossima quando il racconto approda in Patagonia, dominio dello spietato don Ferdinand, e l’avventura marinara sfuma con sorprendente grazia narrativa in un apologo da è il momento di trovare le ultime parole della storia, capaci di trasformare il caso in destino, e la morte in rivoluzione. Con questo tardivo esordio, sospeso tra il realismo magico dei grandi narratori sudamericani e un Corto Maltese straccione e affettuoso, Lucio Di Cicco ha scritto un romanzo di vele e riscatto, umanissimo e appassionato.
Anzitutto, per la interessante scoperta debbo ringraziare pubblicamente la Premiata Ditta Spaccio Segnalazioni Libri Nobilissimo Cavaliere Savasandir (così la Digos verrà a fare un salto anche da quelle parti e non più solo da me). Per istinto tenderei a rifuggire un romanzo il cui titolo iniziasse con "vita avventurosa di..." ma la copertina, per l'ennesima volta, ha avuto la meglio su di me. E poi, come resistere ad una collana che si chiama "I Trabucchi", insomma ancora una volta le sirene erano troppe e troppo forti per tapparsi le orecchie.
In secondo luogo, vorrei porre l'attenzione sulla casualità che ci porta sempre più spesso a leggere di malandrini, bugiardi, bucanieri, bombaroli, passatori e mascalzoni vari: da ciò si deduce chiaramente di qual fatta saranno i protagonisti del funambolico romanzo di esordio del meraviglioso premio Nobel kazako. Anzi, ho già deciso che si intitolerà "Passatori": il fatto che Passatori sia anche un bell'album di Richard Galliano non costituisce ostacolo.
Last but not least, il romanzo di Di Cicco: un lavoretto ben fatto. Non una perfezione assoluta, ma ce ne fosse di più, in giro, di leggerezza e ironia in semplicità come se ne trova in questo racconto. È uno straordinario esempio di "eruzione" di creatività: a sapergli dare un po' più di struttura, un po' più di densità, ne poteva venire fuori un lavoro quasi quasi da 5 stelle: ma a ben vedere lui le cinque stelle non le vuole, vuole tenersi la sua leggerezza, la disinvoltura con cui salta da una donna all'altra e da un'imbarcazione all'altra senza essersi nemmeno ancora dato la briga di inventare un nome per la barca precedente o per il suo comandante. Va bene così: adattarsi allo spirito della lettura e calarcisi dentro, è questo che bisogna fare e che io non ho ancora imparato proprio bene, e dunque ecco un altro motivo per dare valore a questa lettura. A tratti mi ha fatto pensare che se le città visitate dal protagonista son tutte descritte come "dolci" e le donne tutte "leggiadre", finiscono inevitabilmente per assomigliarsi tra loro. Eppure, pur mancando di approfondimenti e caratterizzazioni, le locations esotiche appena sfiorate dal nostro sanno comunque affascinare. Certe imperfezioni nella costruzione della frase e del periodo, mi hanno lasciata più perplessa: fino alla fine non si riesce a capire se quelle frasi sono sgangherate perché fanno parte del personaggio sgangherato (ma allora di questo genere di frasi dovrebbero essercene di più) o se sgangherata è stata la cura riposta nell'editing di tutto il lavoro (ma sarebbe un errore così pacchiano). Il personaggio è il perfetto prototipo di marinaio nonché perfetto prototipo di str**** di cui tutte le donne finiscono per innamorarsi e da cui vengono regolarmente piantate come ben dimostra la trama di questa storia, a partire dall'idolatria per la mamma e per finire con le lacrime di coccodrillo al termine di ogni episodio e la "canonizzazione" del finale. E così: donne! Donne di tutto il mondo che almeno una volta siete state piantate da un qualche str**** (che al danno vi aggiunge anche la beffa di sentirvi dire "ma tanto tu sei forte" e "ma tanto tu meriti di meglio")!!! È arrivato l'arrotino! Anzi no, è arrivato il momento della soddisfazione di vedere il vostro stronzetto finire sul patibolo.
Riassumendo: qualche dubbio sulla forma ma contenuto assolutamente valido. La regola d'oro prevede che il realismo magico sia un materiale da lasciar maneggiare ai sudamericani, onde evitare gravi danni - un po' come la nitroglicerina bisogna lasciarla maneggiare dall'artificiere esperto - però in questo caso si applica un'eccezione alla regola perché Di Cicco, il materiale fiabesco e magico e non proprio religioso ma un po' trascendente, lo sa innestare alla perfezione nel discorso, e lo fa in maniera... discorsiva, per l'appunto.
Epilogo dell'epilogo Il finale, con il perfido Dom Ferdinand, è forse la parte che ho amato di meno, perde un po' di mordente rispetto tutto il resto; ma la vera sorpresa - epilogo dell'epilogo - assolutamente prosaica eppur degna, la ho avuta allorquando, terminata la lettura del libro, essendo giunta l'ora di andare a preparare la cena e aprendo la dispensa onde scovare un barattolino di fagioli, apro lo sportello e mi ritrovo ad ammirare il seguente paesaggio:
Voto finale: tre e mezza che per l'affetto e la simpatia si arrotondano a quattro.
La gioventù è stupida ma innocente, mentre la vecchiaia è stupida ma colpevole
Immaginate una Sherazade al maschile, più rozza e con un passato da marinaio, pescatore, contrabbandiere, sciupafemmine. Immaginate che sia ad un passo dalla condanna a morte e per passare il tempo racconti la sua vicenda al suo carceriere/boia. Ecco, questa in sintesi è la storia raccontata in questo romanzo pieno di avventure assurde e di altrettanto rocambolesche fughe. Tutto per scoprire che, forse, il nostro mascalzone non lo è poi così tanto, che anche lui ha a suo modo una morale e soprattutto ha davvero amato un'acciuga di nome Alice
Comprato al Salone del Libro 2024, mi aveva incuriosito già da un po'.
È stato un libro divertente, scritto bene, che mi ha agganciato sin da subito, curioso di scoprire tutte le peripezie del protagonista, Giovanni, tra viaggi, imbrogli e tanti amori cercati e rifuggiti.
Un romanzo in corsa, ma senza mai esagerare, che all'inizio ha un po' di sapore d'avventura, di scoperte, quasi alla Salgari ma che ben presto ha mostrato il suo carattere e stile picaresco, divertente e, nonostante l'utilizzo di un lessico marittimo, cosa che da un corpo reale e credibile alla storia, anche con alcuni tratti di fiaba. Per qualche strano arcano, il protagonista, che si comporta sempre nel peggior modo possibile, ben presto entrerà nelle nostre grazie e simpatie, forse perché sebbene pensi solamente a se stesso, non riesce a non mettersi nei guai, anche pesantemente, per aiutare il prossimo.
Avrei forse voluto sapere di più su di un punto specifico, ma in fin dei conti Giovanni è uno abituato alla menzogna e mentire, quindi chissà se ci avrebbe detto la verità. Una lettura piacevole che in un certo qual senso ci allegerisce il cuore e che sarebbe un'ottima compagnia estiva dato che, giugno è alle porte.
(…) m’erano rimasti da vivere dieci, al massimo quindici minuti. O anche molto meno, se non fossi stato abbastanza forte da attaccarmi a ognuno di quei minuti e farmeli durare giorni. Voi direte: ma com’è possibile? Un minuto dura un minuto, né un secondo di più né un secondo di meno. Già, questa è una di quelle osservazioni che sembrano totalmente ovvie, e invece sono totalmente sbagliate, sbagliate da cima a fondo.