Acquisto del libro: coup de foudre, un titolo così è la più potente delle calamite. Per tutto il resto, c'è Mastercard (cit.). La nota che fa da prefazione è viepiù attraente, mai promesse furono più dolci.
Primissimi appunti: Romanzone storico della stessa schiatta di Baudolino, sarebbe a dire caratura superiore. Laddove in Baudolino si trova il divertissement, qui c'è un cocente senso di malinconia che permea tutti gli strati possibili immaginabili della lettura.
Laddove Baudolino è un bugiardo cronico e patentato, questo protagonista (che non ha nemmeno un nome e al tempo stesso ne ha uno fin troppo altisonante) è una verità ambulante in qualsiasi contesto e in qualsiasi storia si trovi a dover passare. Pensandoci meglio non è solo della stessa schiatta di Baudolino - cioè il romanzone storico/fantastico extra-epico ed extra-lusso - ma è proprio un suo contraltare, un suo controcanto. E poi hanno in comune anche il fatto che l'avventura narrata tenda a spingersi sempre più in là, sempre più verso un estremo Oriente di cui pare non esserci una vera e propria estremità (complice infine la rotondità del geoide).
Poi mi ricorda molto da vicino anche Lauro di Vodolazkin, hanno in comune le trasformazioni del protagonista, vere e proprie metamorfosi.
Come spesso mi accade ultimamente, lettura tipo rollercoaster. All'inizio mi pareva grandioso, annotavo le somiglianze con il Baudolino di Eco, con il Lauro di Vodolazkin, mi entusiasmavo per ogni dettaglio e per ogni pagina e ogni descrizione. Poi mi è venuto a noia e l'ho accantonato per un paio d'anni. Un paio d'anni a fare da zavorra in fondo al borsone, chissà quanti chilometri su e giù per la val Parma e la val d'Enza. A metterli tutti in fila, quei chilometri, ci arrivava davvero in Siberia.
Il 17 ottobre l'ho ripreso in mano senza entusiasmo, mi dicevo "e di questo che ne facciamo?", e intanto leggiucchiavo qualche altra pagina per una sottospecie di senso del dovere.
Ma l'appetito viene mangiando, e dal leggiucchiare svogliata son passata nuovamente al leggere con rinnovata curiosità.
Scritto molto bene, molto poetico ed evocativo, sia nelle descrizioni che nei profili e nelle situazioni psicologiche, c'è un gran caleidoscopio di luoghi e avventure... e proprio per questo sembra non decollare mai davvero, fino alla metà inoltrata mi sembravano solo tanti raccontini appiccicati insieme. Un insieme che appare slegato, non amalgamato, ma potrebbe essere che una volta arrivata in fondo, a girarmi e riguardarlo tutto insieme, possa mostrarsi infine perfettamente amalgamato. Discontinuo eppure al tempo stesso uniformemente lento.
Se avessi dovuto comprendere il libro tutto da sola, non so se ci sarei riuscita: l'ispirazione alla misteriosa fine di Alessandro I è solo vagamente e velatamente accennata, se non fosse stato per quarte di copertina e recensioni varie, e rapidi approfondimenti su wiki, non credo proprio che avrei colto la dimensione e l'importanza del riferimento. La premessa su cui si basano l'intero impianto e l'intera narrazione - ossia l'ipotesi neanche tanto strampalata che lo Zar non sia morto ma se ne sia semplicemente andato per i fatti suoi, un'abdicazione in contumacia - dicevo la premessa rimane sempre sotto traccia, è solo vagamente accennata e mai strombazzata, gli autori sembrano proprio dimenticarsene e con essi la voce narrante. Sono dovuta anche tornare indietro nella lettura per riannotare i passaggi dove l'identità del misterioso fuggiasco viene più o meno scoperta o accennata, sempre da personaggi che hanno poteri quasi soprannaturali (l'egumeno al monastero, il derviscio a Semipalatinsk ("Tra i tuoi parenti o amici, ce n'è forse uno che si chiama Alessandro?"), la zingara Maluzia ("la prima volta che ti ho incontrato [...] ho riconosciuto in te un uomo di grande razza"), il gentiluomo inglese ("...russo e della migliore società. È evidente anche solo dal vostro modo di stare a cavallo.")).
Fatico anche a recensire da sola, anche qui devo farmi prestare le parole dagli altri avventori di GR:
- un on the road non nell'occidente americano ma nell'Oriente russo e mongolico a metà del XIX sec.
- un corrispettivo orientale del Far West
- un omaggio a Dante in terra d'Asia
Chi fa paragoni con Siddharta, chi con il Michele Strogoff; di mio ci aggiungo che non si può non sentire assonanze con Il grande gioco (che poi tanto romanzo non è) di Hopkirk; e come non trovarci paragoni con l'Odissea, per certi aspetti Odissea al contrario.
Forse anche in questo sta il grosso pregio del libro, il fatto che non ci si possa stringere in poche parole né in un paio di somiglianze, il fatto che non si riesca ad abbracciarlo tutto in un solo sguardo e/o una sola definizione: è la dimostrazione più plastica del suo livello di complessità e stratificazione e ricchezza.
E a proposito di complessità: la terza parte vira marcatamente su temi più religiosi, mistici, teologici, teosofici, filosofici: tutte tematiche che non amo particolarmente incontrare nei romanzi, a mio gusto personale trovo che appesantiscano la narrazione quando non la interrompono del tutto; ma riconosco che qui la cosa è doverosa sia per una sorta di plausibilità storica, sia per il perfezionamento della parabola del personaggio così come era stata impostata sin dall'inizio. Ed inoltre: come si potrebbe parlare di Oriente - di Mongolia, per la precisione - senza mettere nel discorso una certa dose di riflessione e spiritualità, e magari anche cercare di approfondirlo un po', il discorso? Senza questa dose doverosa, si rischia seriamente di ridurre il tutto ad un té col burro bevuto accanto al falò, ma per questo livello di banalità c'è già Yeruldelgger, abbiamo già dato, grazie.
No, qui non si troverà nulla di banale né tantomeno di buttato lì a casaccio, quindi non fosse altro che per questo sono quattro stelle e mezza che riflettono seriamente sulla quinta.