Volf Rubin è un giovane ebreo polacco forte e taciturno, così diverso dai suoi coetanei: non gli piace studiare, ama la natura e gli animali, e si dedica con passione ai lavori agricoli. È proprio l’opposto di suo padre, reb Hersh, che è minuto e chiacchierone, conosce a menadito la Torà e vive per essere “ebreo tra gli ebrei”. Tornato dal servizio militare, Volf scopre che il padre ha venduto la tenuta di famiglia e per ripicca decide di emigrare negli Stati Uniti. Qui, nella remota e idilliaca campagna americana, Volf reciderà ancora di più il suo legame con l’ebraismo, finendo addirittura per cambiare nome e diventare l’instancabile fattore Willy Rubin.
Israel Joshua Singer was a Yiddish novelist. He was born Yisruel Yehoyshye Zinger, the son of Pinchas Mendl Zinger, a rabbi and author of rabbinic commentaries, and Basheva Zylberman. He was the brother of Nobel Prize-winning author Isaac Bashevis Singer and novelist Esther Kreitman. His granddaughter is the novelist, Brett Singer.
Singer contributed to the European Yiddish press from 1916. In 1921, after Abraham Cahan noticed his story Pearls, Singer became a correspondent for the leading American Yiddish newspaper The Forward. His short story Liuk appeared in 1924, illuminating the ideological confusion of the Bolshevik Revolution. He wrote his first novel, Steel and Iron, in 1927. In 1934 he emigrated to the United States. He died of a heart attack at age 50 in New York City in 1944.
Ultimo libro del 2025 per me, ho terminato di leggerlo solo qualche ora fa: “Willy” scritto da Israel Joshua Singer [1893-1944] e pubblicato postumo nel 1948, é un romanzo che ancora una volta racconta lo scontro generazionale tra padri e figli ebrei che tuttavia non raggiunge i toni estremi di “La Famiglia Karnowski” ma rimane in un contesto di civile contrapposizione tra il figlio Volf che, esasperato è emigrato in America e rifattasi una vita frequentando Americani non ebrei e comportandosi come uno Yankee, preso dalla nostalgia si fa raggiungere dai genitori non immaginando che, a distanza di tempo, la diatriba tra lui e il padre riprenderà a divampare sia pur meno violenta. Il modo di raccontare di Israel Joshua, anche se non raggiunge le vette qualitative del più noto fratello Isaac Bashevis, è accattivante e intrigante, interessante anche per conoscere e comprendere le usanze ebree, il loro modo di intendere la vita, i rapporti con la religione e le consuetudini quotidiane.
Racconto breve, che fornisce un ritratto di un ebreo sui generis, un ragazzo "che non sembra un ebreo" per la sua mancanza di interesse per lo studio e, al contrario, l'amore profondo per la terra e gli animali. Il contrasto che ne nasce con il padre, studioso che odia la campagna in cui si ritrova a vivere, fa sì che Volf si allontani dalla famiglia e arrivi infine in America dove vive un'altra vita, con un altro nome, Willy. La guerra e l'affetto filiale lo conducono poi a salvare i suoi genitori facendoli arrivare in America, dove il padre, all'inizio smarrito, riuscirà a costruire una Comunità ebraica dal nulla e nel nulla. La storia di Willy ci mostra una condizione di diversità, quella di Willy, che comunque non è legata all'egoismo: Willy non riesce a dimenticare i suoi genitori e, alla fine, finisce per perdere il suo spazio, trovato e coltivato a sua immagine, trasformato dal padre in tutto ciò da cui era fuggito. Forse il significato è che le nostre origini non ci lasciano? Non possiamo semplicemente annullarle, ignorarle? E rappresenta l'eterno conflitto presente in ognuno di noi con le nostre diversità che sono poi particolarità.