Le favole del Paese delle Aquile raccontano di asini, meli, operazioni volte a salvare una ragazza pazza con la coda di cavallo, e di fogli che una volta piantati possono far germogliare non solo agli e cipolle, ma pure case. Il Paese delle Aquile è il più felice che ci sia. Anche se non c’è l’acqua corrente, anche se ci sono più bunker che mucche, anche se la mamma di Ari l’ha lasciata dai nonni perché è rimasta incinta troppo giovane per poter lavorare, e anche se quando cade il muro di Berlino altro che fine immediata della dittatura: nel Paese delle Aquile ci sono solo disordine e omicidi e uomini con la faccia coperta. Certo, quando cade il muro di Berlino molti partono per l’Italia, diretti alla riva opposta al Paese delle Aquile che è il più felice di tutti. Ma Ari e i nonni no, loro restano. I nonni si sentono troppo vecchi per partire, e allora Ari aspetta che la madre – partita sulla nave che hanno preso tutti gli altri – torni a prenderla. Ci sono due Ari in questo romanzo: una è la bambina che vive in Albania tra gli anni Ottanta e Novanta, ed è senza scarpe, perché le scarpe non devono essere consumate e dunque si va scalzi; l’altra è una giovane donna che di scarpe ne ha moltissime, così come ha l’acqua corrente, e oggi vive nel centro di Milano, in un appartamento elegante, passando ore sotto la doccia perché gli shampoo biologici non fanno abbastanza schiuma. Le due si somigliano, un po’ perché sono belle e la bellezza è tutta uguale, un po’ perché sono la stessa Ari. Anita Likmeta, con tenerezza e ironia, con allegria e spietatezza, esordisce nel romanzo e ci racconta un’infanzia dove, certe volte, pisciarsi sotto era l’unico modo per riscaldarsi.
Forse mi aspettavo qualcosa di più simile a “Libera” di Lea Ypi, dove la Storia, le riflessioni sul sistema politico e le vicende personali si intrecciavano magistralmente. Qui sono stata conquistata dall’idea delle favole in chiave propagandistica e dall’incipit, ma il resto del libro non è assolutamente all’altezza: i dialoghi fra i personaggi risultano irreali e a un certo punto vengono inserite scene di violenza random in un contesto che fino a un minuto prima sembrava povero sì ma idilliaco
Un libro intimo e contemporaneamente di grande forza comunicativa. Un’analisi lucida e spietata di un mondo tragicamente triste e duro: il Paese delle Aquile, il più “felice” che ci sia. Una realtà ancora poco conosciuta qui, al di qua dell’Adriatico, il coraggio di svelarne gli aspetti più duri e cruenti, raccontati non solo come diario personale, ma anche attraverso favole fortemente simboliche ed esplicative di una realtà allucinante, così vicina, ma così distante da noi. Un romanzo-verità da non perdere.
Sono stata rapita da questo libro sin dall'inizio, l'ho letto tutto d'un fiato, poi però la fine mi ha deluso. Si fa un salto temporale troppo ampio, non si sa ciò che accade nel mezzo, non spiega né i come né i perché. Molte scene le ho trovate buttate lì. Come parere personalissimo, questo libro ha sprecato il suo potenziale.
Una storia personale, cruda e che ti lascia qualcosa dentro: questo libro è una testimonianza preziosa, il ritratto di una realtà a noi forse lontana e inimmaginabile, che ti fa stringere lo stomaco e ti porta a riflettere sulla casualità di nascere dalla parte fortunata del mondo.