Si sono tenuti oggi, 20 maggio, i funerali di Franco Di Mare.
“Scrivo questo libro per parlare di due malattie: quella della guerra fuori da noi, e quella della guerra dentro di noi, che ci colpisce anche lontano dalle barricate.
Scrivo questo libro come fosse una sorta di piccolo dizionario esistenziale, breve ma denso di significati, in cui analizzo parole come “resilienza”, “memoria”, “paura”, “virtù” e molte altre, in una doppia lettura: raccontando i tanti esempi di coraggio e sacrificio a cui ho assistito in tanti anni da inviato e gli aspetti emotivi legati alla mia malattia.
Scrivo questo libro con una premessa che è anche una promessa: non è un libro pietistico.
Ho vissuto una vita piena di esperienze, ho visto cose straordinarie e attraversato la Storia mentre questa scriveva le sue pagine.
Sono circondato dall’amore delle persone che amo e sono ancora qui, a differenza di tanti colleghi che non ce l’hanno fatta.
Dunque, non avanzo recriminazioni. Certo, mi piacerebbe avere un po’ di tempo in più. Ma non ho perso la speranza nella ricerca. Questo libro è allora rivolto a chi sta male, perché non perda il coraggio, ma è anche e soprattutto rivolto a chi odia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie e a chi crede nella forza salvifica della scienza e dell’amore.”
Non ci sono altre “(Le) parole per dirlo”. Resta sì un vuoto, ma restano anche tanti semi di speranza.
“Se qualcosa di buono ho realizzato nel corso della mia vita, una parte considerevole del merito è dovuta al suo sguardo attento e partecipe e alla sua capacità organizzativa.
Forse mi sono dilungato un po’ troppo, mi perdonerete, ma con gli amici si fa così.
Del resto, come dice Shakespeare, mentre penso a te, amico diletto, ogni perdita m’è compensata e il dolore svanisce.”