«Entrò dentro il bosco. E nessuno la vide mai più. Né viva, né morta. Perché nessun corpo venne mai ritrovato.»
Gigi Paoli è noto al grande pubblico per la sua attività giornalistica ma anche per le sue opere letterarie e in particolare per la figura di Carlo Alberto Marchi, personaggio che divide le giornate tra il lavoro di cronista al Nuovo Giornale di Firenze e la non meno sfiancante attività di padre single di Donata, la figlia adolescente che non perde occasione per rimetterlo in riga quando tenta di assumere un’aria di severità. Tuttavia, non è semplice gestire tutto, ancor meno le giornate trascorse in quel di “Gotham City”, il Palazzo di Giustizia.
Dopo una serie di titoli dedicati al suo personaggio più celebre, Paoli ha però per un attimo messo in pausa Marchi per dedicarsi a un nuovo personaggio, Piero Montecchi, ordinario di Neuroscienze forensi e neuropsicologia forense presso l’Università di Verona. Montecchi collabora anche con il CICAP, fondato nel 1989 per promuovere indagini scientifiche e critiche nei confronti delle pseudoscienze, del paranormale, i misteri e l’insolito; è un cervellone che all’età di ventisei anni, dopo un trascorso nell’arma in missione a Mogadiscio e dopo essere vivo per miracolo, volge il proprio impegno nello studio della mente umana. Dalla missione si è portato un trascorso non indifferente che lo obbliga a dosi consistenti di Efferalgan ma è anche grazie a questo che ha conosciuto Cinzia, la moglie che ha tanto amato e che una malattia ha portato via con sé.
È anche per questo che vive tra Verona e Saint Paul de Vince (tre e quattro giorni), paesino dietro Nizza, di cui Cinzia si era innamorata tanto da lasciargli in eredità una casa.
«Sarà lui a occuparsi di te, non tu di lui. Vedrai
[…] E le parla, le parla per ore.
Poi, un sera, esce dal cancello e se lo trova davanti.
“Torniamo a casa”, gli dice suo padre.
E lo abbraccia come non aveva mai fatto.»
Montecchi è famoso nel suo ambiente e per questo viene contattato per dare una risposta quanto più razionale possibile a dei misteriosi eventi che si sono manifestati in una zona di ricovero per anziani. Ed è proprio loro che riguarda il mistero. Questi ultimi, residenti nella Villa imperiale sul Passo della Mendola, scompaiono di notte con cadenza ciclica da più di un decennio, per la precisione ogni due anni. Il modus operandi è sempre lo stesso e ha coinvolto anche persone affette da glaucoma all’ultimo stadio, incapaci di vedere ma che, dopo aver abbandonato i propri abiti all’ingresso del bosco, e dopo aver eluso ogni sorveglianza, si sarebbero addentrati in questo. Avrà inizio per Montecchi un’indagine affatto semplice, fatta di tanti misteri che si incastonano tra loro, superstizione e chi più ne ha, più ne metta.
«E dunque sono loro due, come sono sempre stati, felici. Non sono asociali, come qualche amico li definisce prendendoli in giro, sono semplicemente sufficienti a se stessi.»
“La voce del buio” è un testo intriso di grande capacità descrittiva e tanti colpi di scena. La narrazione è rapida, coinvolgente e sensoriale. Il lettore è incuriosito dal mistero e cerca una soluzione insieme a Montecchi. Si chiede, insieme al neuroscienziato, se davvero può esistere qualcosa di razionalmente inspiegabile come i fatti a cui si trova davanti.
Montecchi è un personaggio diametralmente opposto a Marchi, tanto dal punto di vista fisico che caratteriale. Se con il primo personaggio ci troviamo davanti a una figura ironica e dissacrante, con Piero scopriamo la serietà di un docente universitario, dall’impostazione militare per l’ex appartenenza all’arma e un dolore atavico ma pulsante per la perdita dell’amore della vita, Cinzia. Entra piano piano nella mente e nel cuore del lettore ma sa conquistarlo proprio per questa sua eleganza, ponderatezza e meticolosità anche un po’ francese in eredità dalla madre.
Ed ecco allora che Gauloises tra le labbra e Zippo in mano, il racconto inizia e coinvolge senza mai perdere di intensità.
“La voce del buio” è un thriller mai banale, dalla struttura ben articolata, logico e ben delineato che sa distinguersi dalla massa e che chiede di essere semplicemente letto e gustato.