Canti del caos è un’opera che per mole, novità linguistica e strutturale, ambizione e sapere enciclopedico sciorinato (senza mai pedanteria) può essere accostata all’Ulisse, a L’uomo senza qualità, a L’arcobaleno della gravità, a Paradiso (di Lezama Lima), a Insaziabilità, a La morte di Virgilio, a Infinite Jest, a Horcynus Orca, ad Abbacinante e a una manciata di altri libri che si sono cominciati a concepire a partire dalla prima guerra mondiale, quando il caos ha smesso di essere elemento altro da rifuggire ma è entrato con tale prepotenza nella vita quotidiana da diventare soggetto di cui scrivere.
La premessa è quella di uno scrittore (il Matto, che il lettore tende a identificare con Moresco stesso, sbagliando, ma lo si scoprirà solo molto dopo) che sta scrivendo un capolavoro, in fase estremamente embrionale (ma è un capolavoro, questo è già appurato e non messo in dubbio da nessuno dei tantissimi personaggi) e delle lotte col suo editore (il Gatto, autore anche della scombussolante premessa del libro), che di volta in volta gli suggerisce come far proseguire la storia che intanto possiamo leggere nel suo sviluppo. Suggerimenti alquanto bizzarri e che il Matto tratta con estremo fastidio, un fastidio rassegnato che lo porta a metterli tutti in pratica. E qui entra in gioco il primo meccanismo eccentrico, primo di una lunga serie e unico evidente sin da subito: il mondo del romanzo che noi leggiamo è creato dalla scrittura del romanzo del Matto, quello che scrive è quello che succede anche nel loro mondo reale, portando con sé non pochi strascichi: il Gatto (invidioso o preso da delirio di onnipotenza) si impossesserà del romanzo e comincerà a essere lui lo scrittore-creatore del mondo, cercando di buttare fuori il Matto dalla sua stessa creazione:
D'ora in poi sarà la mia voce a risuonare direttamente, qui dentro. Mi prendo anche, definitivamente, la prima persona, come vedi.
Gatto/Matto, come d'altronde il nome suggerisce, sono in fondo complementari.
Ma in parallelo anche un altro scrittore (il commissario Lanza) e uno sviluppatore di videogiochi (il Softwarista) tramite il proprio prodotto (romanzo o videogioco) creeranno altre porzioni di mondo, che nel momento in cui diventano realtà si intersecano con il resto. Un caos non indifferente e che è solo la premessa, come dicevo, premessa che sarà valida per le prime due parti del romanzo. La terza è un mondo a sé.
La prima parte è quella decisamente più narrativa, in un intrecciarsi di trame e sottotrame estremamente stratificate: se l’inizio del romanzo vero e proprio (quindi escludendo la premessa) è una riflessione scritta dalla tomba subito cassata dall’editore (il Gatto), col proseguire dei suoi suggerimenti per riuscire a vendere ‘sto benedetto capolavoro si va sviluppando una storia incentrata principalmente sul rapimento della segretaria dell’editore stesso (la Meringa, in seguito chiamata Leonarda), e su quello contemporaneo di un personaggio presente nel romanzo di Lanza (la Ragazza non c’è assorbente che tenga, caratterizzata da un fluviale flusso mestruale), che quindi è anche personaggio della realtà (vedi la premessa). Entrambe verranno malauguratamente trascinate nel mondo della pornografia snuff, e Moresco non lesina i particolari più scabrosi: sperma, merda, sangue, mestruo ritornano continuamente a fare bella presenza, e nell’abilità scrittoria di Moresco divengono palpabili. E no, non c’è ironia (o meglio, il romanzo è pieno di ironia straboccante, ma non è mai usata per edulcorare il malsano), se volete leggere il tomo dovete beccarvi anche gli odori e gli umori più disgustosi che possiate immaginare. Oltre ovviamente a una buona dose di violenza e di aberrazioni (nel mondo del porno snuff, o almeno di quello di quest’estremo romanzo, non mancano donne senz’arti, uomini con falli abnormi, ragazze caudate, stupri, amputazioni, ecc). La Meringa, per intenderci, rimarrà dal rapimento alla liberazione (ultima scena della prima parte, non è spoiler, viene fatto capire quasi subito che verrà liberata) avvolta dalla carta stagnola e con solo due buchi per accedere al suo corpo (e no, non sono bocca e naso).
La seconda parte, meno narrativa, è più facilmente riassumibile (se si guarda solo all’azione principale, almeno): dio, personaggio umanissimo ma fatto di porcellana, vuole vendere il pianeta terra, di cui si è stancato ma che non vuole annientare per paura che, come un bubbone pestilenziale, possa riformarsi:
«Sì, ma perché proprio venderlo?» domandò l'account, senza girarsi.
«Che altro potrei fare?»
«Annientarlo, per esempio!»
«Si metta nei miei panni. Che creazione sarebbe se potessi annientarlo! E poi... perché mai? A cosa servirebbe annientarlo? Si riformerebbe uguale da un'altra parte, prima o poi. No, no, meglio venderlo! E proprio questo è il momento!»
Gli stessi personaggi incontrati nella prima parte (tra cui il Matto, il Gatto e Lanza, ma anche diversi di cui non ho parlato qui) sono impegnati nel brief per il lancio pubblicitario. Un brief interminabile, che continuerà anche nella terza parte (più o meno), ma in realtà costantemente interrotto anche in questo caso per dare libero sfogo alla miriade di sottotrame (la sala del brief, come segnalato da diversi critici, funziona come la villa di campagna nel Decameron, dove ognuno deve raccontare una [o più] storie… che poi qui le storie prendano forma nella realtà è un altro discorso).
La terza è la summa conclusiva e il momento più fatalmente sperimentale: insoddisfatto dallo stallo del brief, dio ferma il tempo. Le ultime 350 pagine sono la storia di un tempo bloccato, e per restituire l’idea di un tempo che non c’è usando il sistema verbale umano (che in qualsiasi lingua necessariamente dà anche l’idea di tempo tramite i verbi) Moresco scombina i tempi verbali della narrazione (e spesso pure la persona del verbo): mette in moto un tipo di idioma in cui in una stessa frase i verbi possono essere prima al futuro, poi al passato remoto e poi al presente, descrivendo sempre la stessa azione:
Fiumi e laghi, grandi dighe, città turrite, nella notte nera. Tutta la luce ha cominciato a cancellare, a increare. A quel punto ioni ed elettroni si indistinguerà e formerà atomi elettricamente neutri che non dispersero più la radiazione che è, tutto il cosmo era trasparente per la luce che ci sarà prima che ci sarà, precipitò verso l'infrarosso e l'universo si oscurerà, e allora le stelle si accenderà.
Questo per 350 pagine, quindi se avete qualche dubbio che un tale livello di sperimentazione possa infastidirvi avrete già la risposta: sì, vi infastidirà. Gli stessi personaggi, incastrati in questo tempo immoto, sono incapaci di comprenderlo e non trovano altro che stupidi espedienti per dargli un nome (il “primadopo” lo chiameranno). Quello che è difficile da credere, è che funziona alla perfezione, con la buona volontà ci si abitua a questa scrittura e il romanzo-fiume (romanzo-mondo, romanzo-galassia, romanzo-universo) continuerà a scorrere. D'altronde Moresco è intelligente, riesce sempre a far precedere al verbo il soggetto senza risultare ripetitivo e così distinguendosi per chiarezza anche nel caotico marasma grammaticale.
E in questo tempo bloccato l’Investitore (così chiamato perché inizialmente doveva essere lui l’acquirente del pianeta) presterà fede al suo nome e investirà con la sua auto tutti i personaggi, devastando il mondo già devastato (perché bloccato nel tempo): tra i personaggi che muoiono c’è anche dio (fatto di porcellana, i suo frammenti grandineranno sul parabrezza), tra i personaggi che muoiono c’è anche il Matto (che pareva Antonio Moresco ma non è, come dicevo: quando, dopo circa 900 pagine prova ad appropriarsi dello scritto e a dire “io mi chiamo Antonio Moresco” tutti gli altri personaggi lo sfanculano e non gli permettono di fare una cosa del genere). Potrebbe sopravvivere forse il solo Investitore, chi lo sa, a noi non è dato. Il libro si chiude con il canto dalla tomba del Matto, cioè esattamente nella stessa situazione in cui era iniziato. E questo canto finale è forse il momento più alto, più dirompente, più devastante, più bello in definitiva, di tutto il romanzo.
Questa è una descrizione sommaria, probabilmente troppo incentrata sulla trama (eppure non ne ho dato che uno scampolo, non ho citato la storia di Lupus, la migrazione verso la città di Sperma, la riscrittura demoniaca del vangelo… non ho neppure citato la Musa, uno dei personaggi più importanti e affascinanti), ma è quello che mi è dato di fare nel tempo limitato che posso dedicare a un commento qui. Si vola alto, comunque, altissimo. Pensavo che Gli esordi non fosse superabile: né per qualità né per novità. Ma qui siamo diversi livelli oltre.