2062. Argo è uno studente brillante e presuntuoso che vive sull'isola di Malta, in un appartamento ai margini della decenza. Il suo sogno è sempre stato quello di andare sulla Luna e la sua università potrebbe realizzarlo, purché lui riesca ad accudire una lunare adolescente per un paio di settimane. La loro convivenza, tra aspri litigi, drastiche divergenze d'opinione e viaggi interplanetari, porterà entrambi a rendersi conto dell'interpretazione limitata che hanno della vita.
Con il termine “Sindrome di Olbers” si raggruppano tutti gli effetti causati da un prolungato stazionamento su suolo lunare. Perdita di massa muscolare, perdita ossea, disfunzione immunitaria ecc. Ma c’è forse dell’altro che però viene convenientemente taciuto ai terrestri o che forse i terrestri non vogliono vedere perché innamorati dell’idea della colonizzazione lunare – un po’ come Argo, il nostro protagonista, studente universitario che per arrivare a raggiungere il sogno di arrivare sulla Luna, si trova ad ospitare una lunare adolescente per un paio di settimane. Settimane di differenze, confronti alle volte anche parecchio accesi, e prese di coscienza.
È molto difficile, in questo caso, fare una delle mie solite recensioni; che un libro mi piaccia o no, cerco sempre di essere obiettiva, di non lasciarmi accecare da gusti o sentimenti personali perché arrivati alla mia età si dovrebbe essere capaci di separare il soggettivo dall’oggettivo.
Con La sindrome di Olbers sto facendo veramente fatica e non posso assicurare che questa sarà una recensione oggettiva. Il fatto è che questo libro, con quello strano tempismo che solo il caso può avere, è arrivato in un mio momento particolare, accademicamente parlando. Un momento in cui mi sto facendo molte domande, in cui sto mettendo in dubbio cose per vedere se le voglio davvero, e come sempre il dubbio porta a delle vulnerabilità, e questo libro si è andato ad infilare proprio in una fenditura per colpire molto forte.
Ho iniziato a leggerlo in treno, e praticamente l’ho finito in quasi 50 minuti. Strano, perché tra la gente che parla e quella che fa rumore inutile perché altrimenti non sente di esistere davvero, in treno non riesco a leggere nulla. Eppure La Sindrome di Olbers mi ha risucchiata tra le pagine, riga dopo riga, fra l’ambizione di Argo – il suo risentimento e la sua frustrazione nei confronti dell’ambiente accademico – la disillusione che ti colpisce forte quando hai un sogno e ti rendi conto che la strada per realizzarlo non è lineare per niente e metti in dubbio questo sogno, perché tu vorresti fare una cosa ma ti mettono di fronte dei compiti o delle materie che non c’entrano niente e tu lo sai, ma non ci puoi fare niente e te le devi pippare ugualmente.
Infine, quello che colpisce di più è il finale – per tutto questo tempo hai sputato sangue per un qualcosa di idealizzato che scopri esistere solo nella tua testa, perché la realtà è diversa. Avevano provato ad avvisarti, a dirti che non è tutto oro ciò che luccica, ma quell’idea era così radicata da essere quasi tangibile. E lo scontro fra realtà e fantasia rischia di mietere vittime. O è colpa della la sindrome di Olbers?
Chissà. Leggete il libro e datevi da soli una risposta, non ve la può dare nessun altro.