Questo primo, affascinante romanzo di Enrico Terrinoni, ricco di rimandi letterari e suggestioni arcane, vede le vicende incrociate di due studiosi, un vecchio maestro e un giovane allievo, alle prese con un enigma collegato ai pochi mesi trascorsi a Roma, all’inizio del Ventesimo secolo, dal grande scrittore irlandese James Joyce e, ancora più indietro nel tempo, alle vicende del filosofo che questi riteneva il suo ideale predecessore, Giordano Bruno, proprio a Roma bruciato vivo il 17 febbraio del 1600. Ossessionato dalla dimensione occulta degli scritti di Joyce e di Bruno, il vecchio professore, un outsider dell’accade- mia, considera la letteratura uno spazio misterico, sapienziale, in grado di fornire rivelazioni assolute. E crede che le opere dell’autore irlandese contengano un segreto indicibile, che siano lo scrigno di verità nascoste. Sa anche, però, di non poter proseguire le sue ricerche da solo. Così durante il suo ultimo corso universitario tenta di coinvolgere tre studenti nelle sue teorie un giovane schivo e serioso che dopo la morte del vecchio maestro ne prenderà il posto per proseguirne gli studi incompiuti, una ragazza brillante e impulsiva e, infine, un loro coetaneo di origini magiare destinato a divenire un famoso scrittore di noir. Misterioso, perturbante, coltissimo e allucinatorio, A Beautiful Nothing è un’opera unica che va oltre i generi e che segna la nascita di una nuova e straordinaria voce letteraria.
Avevo alte aspettative, ma l'ho trovato davvero poco convincente. Alla fine la trama è poco articolata per un libro di oltre 270 pagine. Sembra un esercizio di scrittura un po' sofistico, gioca tanto con le parole e non è neanche un male in sé, ma a questo deve corrispondere una certa sostanza a livello di trama. Mi è sembrato che il libro stesso fosse tutto sommato..."un bel nulla".
Bah. In teoria dovrebbe essere una cosa tipo Eco che mentre scrive il Pendolo, si confonde e finisce per scrivere Dio d'illusioni. In pratica è confuso e funziona poco. Quel che è più grave è che si vede proprio che l'ha scritto un uomo, il che non è mai un complimento. Lei, la nostra personaggia, è una sorta di fantasia maschilista, del tipo che si impegna, ma non ci riesce perché si sa, le donne hanno dei limiti. Lei ci prova a capire le raffinate filosofie delle fini menti maschili che la circondano, ma è di mente troppo semplice per capire cotali sofismi. Ad un certo punto però si stufa delle loro scemenze e molla Lui, un ubriacone dipendente da farmaci con cui, viene detto esplicitamente, non ha niente in comune, a parte l'essere la terza ruota di quello che chiaramente è un rapporto omofilico tra Lui, l'altro e l'altro ancora. Era anche ora, direste voi, e invece Lei prova del "senso di colpa" (cit.) per essere stata "l'origine della sua [i.e.di Lui] deriva" (cit.), per aver "ritirato la mano in grado di aiutarlo" (ancora cit.). Addirittura si arriva a leggere che Lei "comprese quanto [Lui] l'amava" quando Lui le regala per il compleanno la Recherche, nonostante "Proust non era tra i suoi scrittori preferiti" (cit.), come se regalare ciò che piace al destinatario non fosse il minimo sindacale. E sarebbe Lei la stronza!? BAH. Non segnalo spoiler perché tanto in questo libro non succede effettivamente un bel niente.
Tantissimo mistero per un beautiful nothing che non sembra mai arrivare al punto. Terrinoni vuole imitare Joyce nel suo essere scrittore maledetto e criptico, i suoi personaggi scimmiottano i Dubliners dell’Ulisse, continuando ad avvitarsi su se stessi in un gorgo di alcool e damnatio memoriae al contrario.
Considerato il massimo esperto italiano di Joyce, Terrinoni con questo romanzo ci mette un pulce nell’orecchio tremenda: con il suo dire e non dire, insinua sospetti pesanti, come chi lancia il sasso e poi nasconde la mano. Vorrei leggere i suoi saggi per capire se qui ha azzardato voli pindarici o ha volutamente cercato di corroborare le sue tesi con la fiction. Ad ogni modo inutilmente lungo e detestabile e sono appena 270 pagine!
Francamente patetica la scena dello studente e del professore che se ne escono dal pub come dei novelli Bloom - Dedalus…. Meglio evitare proprio che copiare male…
Che peccato, che occasione mancata, che aspettative deluse, once again.
Sulla carta questo romanzo aveva tutte le caratteristiche per farmi innamorare: Terrinoni è il traduttore dell'Ulisse di Joyce e il Finnegans Wake, ha scritto un romanzo accademico, dove l'ossessione per Joyce doveva servire a creare una sorta di giallo, storia nera, un mistero. La scrittura è ottima, volutamente oscura, a tratti, ma di spessore. Peccato che 27o pagine di trama fittizia, di rimandi, di accenni, di sogni e di oscurità, siano troppe anche per una che non è per niente legata alla trama.
Già dopo 50 pagine il libro si sfilaccia, si fatica a proseguire, il mistero non sembra essere un mistero e diventa di una noia assoluta.
L'ho già scritto, lo ridico, per fortuna fa freddo e comincio ad aprire i rossi.
Uno studioso e traduttore di Joyce che scrive un romanzo incentrato sui mesi trascorsi dallo scrittore a Roma, tra il 1906 e il 1907, a metà strada tra il dark academia e il noir, ma che è anche una storia d’amore. Tra i personaggi principali, un vecchio e un giovane professore (di cui non conosceremo mai il nome) a loro volta studiosi di Joyce, ossessionati dal presunto mistero che l’autore dell’Ulisse, ma anche del Finnegans Wake, avrebbe lasciato per i posteri. A voi non sembra un po’ troppo autoreferenziale? A me sì, e devo dire che alla fine c’è ben poca sostanza; soltanto tante elucubrazioni (che potrebbero anche essere frutto dell’alcol).
Bello solo l’ultimo 30% dove ci sono tutti giochi dj opposti e iniziali di nomi per il resto non credo di aver capito nulla. Il messaggio che alla fine non c’è niente, un bellissimo niente, che è l’amore lascia l’amaro in bocca e allo stesso tempo un senso di leggerezza