Ettore (nome orrendo, mi scuso con chi si chiamasse così o così avesse chiamato suo figlio) finisce le medie e comincia il liceo che è ancora un bambino, ma si rende conto che la persona che era a tredici anni deve evolvere in qualche modo, nei rapporti con gli altri ed anche politicamente.
E poiché i rapporti con gli altri non sono facilissimi, cerca almeno di fare i primi passi in politica e comincia a frequentare gli ambienti di destra: per suggestione di alcuni filmati delle adunate fasciste mostrati alle medie (si mostra questo alle medie?), per reazione ai genitori di sinistra, per l’attrazione esercitata su di lui dal compagno (meglio sarebbe camerata, date le circostanze) Giulio, bello e con gli occhi azzurri.
Si può pensare, e credo sarebbe vicino al vero, che in circostanze specularmente diverse (genitori di destra, Giulio di sinistra), il ragazzo sarebbe potuto diventare di sinistra. C’è una quota di casualità, nella sua vicenda, che a mio parere toglie un po’ di motivazione allo sdegno per un libro che pare troppo acquiescente verso il percorso di questo ragazzo, che varca a cascata i confini del fanatismo, della ribellione, della aggressività e finalmente della violenza. Certo che l’espressione “timida ricerca di senso” in quarta di copertina è infelicissima (timida in che senso? che cosa c’è di timido nello sbandierare croci celtiche? e, comunque, la ricerca di senso non è necessariamente un lavoro che si fa nell’intimo, quindi in qualche modo “timido” perché non esposto allo sguardo degli altri?), ma è vero che il ragazzo è l’incarnazione della confusione mentale, che cerca di puntellare studiando ossessivamente storie degli eroi che ha scelto - Jan Palach, Bobby Sands - e dell’avvento del fascismo (che due …, verrebbe da dire). E anche la sua identità sessuale è ancora molto imprecisata, prova qualcosa per le poche ragazze con cui si relaziona, ma la vera attrazione (inconfessata, forse nemmeno riconosciuta) la prova per i ragazzi, dei quali - dal compagno delle medie al professore del liceo - nota sempre la bellezza, il colore degli occhi, la muscolatura.
E così, da un volantinaggio ad un corteo, da uno slogan idiota (ma Europa-Nazione-Rivoluzione che cosa vorrebbe dire?) ad una controoccupazione e ad una manifestazione non autorizzata (non solo dalla questura, neanche dal partito), si arriva al finale in cui la violenza esplode, pur senza provocare, ma per puro caso, la tragedia.
Il senso di questa storia è, per quanto mi riguarda, chiedersi se sarebbe stato possibile impedire la progressione del fanatismo e della violenza. Forse no, perché la crisi di identità degli adolescenti è un passaggio necessario e, se si incanala in una direzione sbagliata, fermarla è un problema. Poi, Ettore ha sempre cercato di uscire dalla sua solitudine, e, una volta che si è convinto di avere trovato nei camerati degli amici, indicargli che così non è, o che comunque sono amici che è meglio perdere, sarebbe impossibile.
Però i genitori non ne escono benissimo: va bene che sarebbe stata un’impresa difficile, ma loro nemmeno ci provano, non tentano neppure di indirizzare il figlio verso altri ambienti, non lo incoraggiano a continuare a giocare a pallacanestro, niente. Il padre mi pare un buco nero, è presente fisicamente ma non esprime alcuna personalità. La madre, una volta scoperto l’orientamento politico del figlio all’epoca quindicenne (o giù di lì), non trova di meglio che dirgli, schifata, fascista di merda, che può essere un concetto condivisibile ma non mi pare il modo migliore con cui una madre può rapportarsi ad un figlio adolescente che si sta perdendo. Quando tenterà un altro approccio, facendo arrivare al ragazzo una scatola di vecchie foto nelle quali appare un giovane zio, morto dopo una lunga prigionia in un campo di concentramento tedesco, ed il figlio - sono le pagine migliori del libro - riuscirà a cogliere il messaggio nell’evidenza del male fatto dall’ideologia e dalla guerra che ne è derivata, e percepirà, commuovendosi fino alle lacrime, lo spreco di vite (quella dello zio e quelle dei commilitoni ritratti con lui) e di futuro che era stato perpetrato, sarà troppo tardi. O meglio, lui riterrà che sia troppo tardi (“Pensavo a tutto il mondo di scoperte, conquiste e invenzioni che mi ero lasciato indietro per seguire un percorso di sofferenza e di solitudine, e che era perduto per sempre. Il sesso, le sofferenze d’amore che avevo immaginato nelle canzoni, ma anche tutta una felicità e spensieratezza sempre sognata e mai vissuta davvero di vacanze selvagge, albe attese soprattutto fiducia e amore nei confronti del mondo e del futuro: niente di tutto questo sarebbe tornato”). Cosa inspiegabile, data la sua età, che mi ha spinta ad annotare, ma perché? Hai diciotto anni, puoi ancora fermarti.
Ultime considerazioni: il libro non è scritto male, ma ci sono parecchie frasi che non si reggono, probabilmente (o almeno così spero, se no occorrerebbe un bel ripasso dell’analisi del periodo) per effetto di qualche modifica alla stesura originaria, non seguita da una rilettura. Può capitare e lo capisco benissimo: non capisco, invece, che cosa abbiano letto i numerosi amici e parenti ringraziati a fine libro. Erano lì per quello!
Inoltre, in almeno un paio di pagine ho trovato aggettivi - contrita, a pag. 20, e rabberciato a pag. 97 - che secondo me non sono usati a proposito, nel senso il loro significato non mi pare corrisponda a quello che l’autore voleva dire. O magari Coppo ha voluto usarli in modo immaginifico, chi lo sa.