«Edito nel 1989 ma scritto a partire dal 1980, quando non avevo ancora venticinque anni, Di bestia in bestia è l'unico dei miei libri a cui abbia rimesso mano. Il tema del romanzo, più ancora del dualismo fra sublimazione e ferinità, era la contraddizione per cui a sua volta la cultura può essere simultaneamente vissuta come luce (o salvezza) e come impedimento alla vita; come orgoglio, e come lutto. Dovevo dunque scriverlo in modo alto e sublime, ma con tali eccessi da rivelare la componente nevrotico-feticistica di quello stesso stile. Quel diluvio di formule accademiche dunque, quel modo di esprimersi come una postilla erudita o secondo cadenze metriche, erano un eccesso dovuto e funzionale, ma pur sempre un eccesso. Ne ero consapevole, ma sentivo che allora, per quello che il libro rappresentava per me (come una vendicativa resa dei conti con una giovinezza interamente dedicata alla letteratura), dovevo scriverlo e pubblicarlo così. Oggi però, dopo tanti altri libri, ho riscritto Di bestia in bestia in modo più asciutto, soprattutto là dove l'oltranza classicheggiante e l'accumulo citativo rischiavano di privilegiare un controcanto parodico, che fin dall'inizio avvertivo come male necessario. Di fatto non ho riscritto quella storia ex novo: ho invece sottoposto il testo originale a una serie continua e capillare di tagli, suturando con interventi minimi le parti superstiti. L'operazione non implica però, almeno nelle mie aspettative, che questa versione debba sostituire la prima: al contrario esse vivono entrambe nella diacronia, come le lentissime Variazioni Goldberg eseguite da Glenn Gould nel 1982 non sostituiscono ma integrano dialetticamente le sue velocissime variazioni del 1955. In ogni caso le due versioni del libro mi sembrano momenti di un unico processo di contrazione che già aveva coinvolto, a monte della prima edizione, diversi dattiloscritti e manoscritti, a partire da un'esorbitante minuta che è forse il vero mostro della vicenda. Riguardando questi materiali vedo che quasi tutte le correzioni sono a togliere: questo vuol dire che l'attuale versione, in ogni suo tratto di lingua e di stile, era già tutta nella primissima. Anche per questo Di bestia in bestia è il libro della mia vita».
Michele Mari è nato a Milano nel 1955. Figlio del designer e artista Enzo Mari, insegna Letteratura Italiana all'Università Statale di Milano. Dal 1992 risiede a Roma.
Filologo, cultore di fantascienza e di fumetti, il suo stile letterario, estremamente composito, sembra richiamare scrittori quali Carlo Emilio Gadda, Tommaso Landolfi e Giorgio Manganelli, e fuori d'Italia, Louis-Ferdinand Céline.
Oltre alle opere narrative, va segnalata la produzione poetica. Rilevante anche l'attività critico-filologica e saggistica, volta soprattutto alla letteratura italiana del Sette-Ottocento e alla letteratura fantastica in chiave comparatistica.
Alcuni suoi libri sono Di bestia in bestia (Longanesi 1989), Io venía pien d'angoscia a rimirarti (Longanesi 1990; Marsilio 1998), La stiva e l'abisso (Bompiani 1992; Einaudi 2002), Euridice aveva un cane (Bompiani 1993; Einaudi 2004), Filologia dell'anfibio (Bompiani 1995; Laterza 2009), Tu, sanguinosa infanzia (Mondadori 1997; Einaudi 2009), Rondini sul filo (Mondadori 1999), I sepolcri illustrati (Portofranco 2000), Tutto il ferro della torre Eiffel (Einaudi 2002), I demoni e la pasta sfoglia (Quiritta 2004; Cavallo di Ferro (2010), Cento poesie d'amore a Ladyhawke (Einaudi 2007), Verderame (Einaudi 2007), Milano fantasma (2008, in collaborazione con Velasco Vitali), Rosso Floyd (Einaudi 2010) e Fantasmagonia (Einaudi 2012).
“Sono vecchiotto di gusti io, dò tutto il novecento in cambio dell’Alcyone e dei Colloqui”: girando in internet ho trovato questa frase attribuita al prof. Mari. Sebbene la sottoscritta non abbia mai letto Alcyone (se non come nome citato in qualche libro scolastico al liceo subito dimenticato) e i colloqui per me siano scambio di opinioni a voce con altre persone (terribili quelli scolastici volgarmente definiti udienze), quando leggo i romanzi scritti dal prof. Mari mi viene spontaneo pensarla quasi come lui, nel senso che provo puro godimento letterario a leggere similitudini al pari di quelle dantesche, figure retoriche classiche create con leggiadria e padronanza della lingua, raffinatezze ed arcaicità che mai userei (perché non ne sono capace) nel linguaggio giornaliero, che mi riportano ai lontani studi classici, termini latini e greci che vado a cercare nel vocabolario con entusiasmo infantile, insomma mi diverto ed apprezzo. Se a ciò si uniscono contenuti mai banali, riflessioni su temi che allo scrittore sono cari come quello del doppio, che nel caso di specie è personificato dai gemelli omozigoti Osmoc e Osac, il conflitto ragione- istinto, l’insolubile scissione tra letteratura e vita, il tutto accompagnato da echi di opere degli scrittori da lui amati come E. A. Poe, la conclusione, per me, è che l’ombroso prof. Mari è un valente scrittore, che leggo ogni volta con piacere, nonostante e in un certo modo grazie anche agli eccessi che contraddistinguono il suo scrivere.
mari l'ha definito il romanzo della sua vita. e quanto meno per l'arco temporale lo è: ripreso in mano a distanza di 30 anni, è stato ripubblicato dopo un labor limae che, nonostante i consistenti interventi per sottrazione, ci ha consegnato un libro ricchissimo. perché ricchissima è la forma - e alta, citazionista, arcaica, musicale, naturalmente consapevole - quella che rende mari l'autore italiano forse più originale in questo momento (che poi possa non piacere, è passaggio altro e successivo). ma ricchissimi sono anche lo sviluppo, i tanti rimandi in filigrana, e i temi del dualismo di base su cui è costruita la trama. istanze archetipiche come cultura e natura, razionalità e ossessione, che mari sviluppa in una storia squisitamente gotica e di grande suggestione. gli echi delle letture orrorifiche e di un'adolescenza trascorsa in studio matto e disperatissimo ci sono tutti. e se nel racconto otto scrittori (in tu, sanguinosa infanzia) MM evocava fisicamente i suoi autori mentori di storie marinaresche - da conrad a melville, da salgari a london - qui sulle cime sperdute e innevate, nel cunicoli del turrito maniero di osmoc, i rimandi espliciti sono a scrittori come poe, stevenson, lovecraft. in particolare credo quest'ultimo, autore non a caso di un'opera intitolata le montagne della follia. ma la cosa per me più bella, di questo libro particolarissimo, è che fin dalla prima pagina ne ho percepito la capacità di distrarmi (nel senso proprio di dis-trahere: tirare da un'altra parte, nello specifico su montagne frustate dal vento del nord) e nello stesso tempo tenermi inchiodata al presente della lettura, perché ogni minimo sviluppo della storia portava con sé riflessioni ed emozioni in proporzione esponenziale. come dire E=mc2. anche da una piccolissima massa si può ottenere un quantitativo altissimo di energia.
Sontuoso Mari, meraviglia di scrittura, arabescata e multiforme. Non si corre il rischio di sprecare aggettivi per quest’opera ricca di suggestioni; l’ambientazione richiama il romanzo gotico: un edificio fantastico immerso nel nulla di un profondo nord, interni claustrofobici, fuori solo vento e neve. Il tema principale è quello dello scontro fra istinto e ragione, da un lato l’erudizione estrema come sola ragione di vita (parodiata in modo a tratti esilarante), dall’altro la forza bruta, le pulsioni elementari che prendono il sopravvento, rappresentate dal mostro in agguato. Una narrazione avvincente a dispetto della complessità: grottesco, umoristico, thriller miscelati con sapienza da un Mari al suo meglio. Un libro non per tutti, va detto, ché Mari qualche sforzo lo richiede, però, citando Nabokov: "Ciò che dobbiamo fare, leggendo, è rilassarci e lasciare che sia la spina dorsale a prendere il sopravvento. Benché si legga con la mente, la sede del piacere artistico è tra le scapole. Quel piccolo brivido che sentiamo lì dietro è certamente la forma più alta di emozione che l'umanità abbia raggiunto sviluppando la pura arte e la pura scienza. Veneriamo dunque la spina dorsale e i suoi fremiti. Siamo fieri di essere dei vertebrati, perché siamo dei vertebrati muniti nella testa di una fiamma divina. Il cervello è solo una continuazione della spina dorsale; lo stoppino corre in realtà per tutta la lunghezza della candela. Se non siamo capaci di godere di questo brivido, se non sappiamo godere della letteratura, rinunciamo a tutto questo e concentriamoci sui fumetti, sulla Tv, sui libri-della-settimana." .
“…doveva essere scritto in modo alto e sublime, ma con tali eccessi da rasentare l’autoparodia…”(M.Mari)
Michele Mari resta il mio scrittore italiano preferito, ma la sua particolare versatilità a volte lo conduce verso un’ostentazione lessicale e un esplicito ricalco (qualcosa più di un omaggio) dei classici che hanno improntato la sua notevole formazione culturale, adottandone finanche lo stile e le costruzioni verbali impregnate di arcaico ai limiti del virtuosismo; un aspetto che, per quanto mi riguarda, attenua la partecipazione lasciandomi divertito e ammirato dallo sfoggio di erudizione, ma con un retrogusto di parziale insoddisfazione che non riesco a reprimere.
Una sensazione simile, ricordo, mi rimase dalla lettura dell’unica altra opera dell’autore che non ho amato, quel Roderick Duddle (beninteso, del tutto diverso da questo romanzo come stile, tema e sviluppo, attingendo al picaresco piuttosto che al gotico nero alla Poe/Lovecraft) che mi procurò la stessa impressione di cerebrale gioco di sapiente rivisitazione dei classici, Stevenson/Melville in quel caso, piuttosto fredda a dire il vero, benché sintatticamente accuratissima.
Come molti hanno ricordato a proposito di quel romanzo, così come per “Di bestia in bestia”, una bussola è individuabile nell’ottimo racconto “Otto scrittori”, dalla raccolta “Tu sanguinosa infanzia”, dove Mari esibisce senza mezzi termini il suo personale Pantheon letterario, ma lo fa tuttavia nella forma racconto e in un insieme prezioso ed armonico con gli altri frammenti della sua formazione umana ed artistica che compongono quell’insuperabile raccolta.
Qui invece l’autore si butta a capofitto in un’operazione di mimesi letteraria, di una durata a mio parere eccessiva, corredata da note e immaginari riferimenti bibliografici che spesso inducono al sorriso per la bizzarria dei nomi astrusi e roboanti di opere e saggi puntigliosamente citati nell’edizione e nelle pagine, segno di sottile e compiaciuto umorismo ma anche ulteriore stigma di una vita trascorsa sui tomi polverosi, così per il protagonista di questo romanzo, come, vien fatto di pensare, anche per l’autore…
Dal seguente estratto di una bella intervista, mi sorge il giustificato timore che Mari non gradirebbe affatto contarmi fra gli ammiratori, laddove afferma testualmente: “…scrivo per essere approvato da uno dei grandi del passato piuttosto che dal lettore di oggi che magari un minuto dopo aver letto me ha elogiato il libro di un autore che a me fa orrore. Io non voglio essere lodato da chi ha dei gusti e una nozione della letteratura che è antitetica alla mia, perché mi sembra di piacergli per caso, o per equivoco.”
E’ probabile che io rientri fra gli ammiratori per caso, incapace di cogliere la sottigliezza di un testo come “Di bestia in bestia” (il libro della mia vita a giudizio dell’autore) proprio per la peculiare forma stilistica che pure molti amici esaltano nei loro commenti. Pazienza; anche se acquisito “per equivoco”, nessuno potrà sottrarmi il piacere ricavato dalla lettura di “Leggenda privata”, “Tu sanguinosa infanzia”, “Verderame”, “Rosso Floyd” e tutte o quasi le altre opere.
Un miserevol studioso, un fortino teutonico nell'estremo Nord, passaggi segreti, bambole gonfiabili provenienti dalle rigide Svezie, un enorme pipistrello, tempeste di neve, un gemello bestiale, un'abominevole coppia di fattori, un gigantesco maggiordomo indigeno. Tutto imbevuto di spirito stilnovista. Un po' Wilkie Collins, un po' Boccaccio. Uno spasso!
Negli anni in cui la figura di Michele Mari si è ormai ritagliata un ruolo ben definito nel panorama letterario attuale, esce in edizione riveduta e corretta la sua prima opera. Ero abbastanza curioso di leggerla perchè nelle opere giovanili si riesce a cogliere molto di un autore, specialmente se quest'ultimo è interessato ad atmosfere horror, a giocare con la tenebra, a strizzare l'occhiolino al paranormale. Da questo punto di vista "Di bestia in bestia" non delude. Si vedono infatti già molti dei prodromi del Michele Mari maturo: da un lato la dimestichezza con l'ignoto, con la tensione, con l'oscurità; dall'altro il piacere della parola colta, del lessico ricercato, della citazione esibita; presenti inoltre le prevedibili insicurezze giovanili concretizzate in una adesione abbastanza piatta agli schemi ed alle regole della letteratura Horror di genere. La vicenda si snoda all'interno di un lugubre castello medioevale sperduto in una landa desolata e fredda, popolata da genti aliene ma soprattutto da leggende e credenze popolari una più terribile dell'altra. Quest'atmosfera gothic ricalca da vicino l'Horror ottocentesco, in particolare mi è tornata in mente "la casa sull'abisso" di William Hope Hodgson, molto simile a questo gelato maniero. Quindi un Mari giovanile ridotto a scrittore di genere? Praticamente da escludere, perchè l'ambientazione stereotipata è comunque gestita in modo magistrale, e la cupa atmosfera è resa con la maestria di sempre; soprattutto essa è il punto di partenza del lungo viaggio dell'autore nelllo sviluppo della sua consapevolezza della letteratura e del suo significato. Il dualismo tra la civiltà del dotto erudito che ha comprato il castello e che ospita gli infreddoliti protagonisti (amabilissima ma incartapecorita in citazioni una più astrusa dell'altra) e la mortale bestialità del segreto che lo stesso si porta dietro è simbolo di un dualismo che Mari si porta dietro da tutta la vita e che viene confessato esplicitamente in quarta di copertina. Il rapporto e l'ambivalenza nello spirito del letterato tra sentimento e letteratura, tra vita vissuta e vita raccontata è la chiave di lettura di tutta l'opera. Fil rouge tormentoso di molti dei nostri autori dall'Ottocento a oggi (su di tutti Leopardi, che infatti sarà ripreso da Mari in un' opera successiva), per Mari esso si accoppia al doloroso dualismo tra arte vista come consolazione per una vita alla quale non ci si sente adatti ed allo stesso tempo come pericolosa trappola che ci spinge ad allontanarci sempre di più dalla vita stessa. La riscrittura de "Di bestia in bestia" ad opera del Mari maturo sicuramente ne aumenta il valore, ma allo stesso tempo non nasconde il suo originario appoggiarsi a schemi di letteratura di genere (di ben altra libertà gode un'opera parallela per ambientazione come "Verderame") e soprattutto non riesce al liberare il romanzo da una eccessiva, erudita, ottocentesca pesantezza lessicale che lo rende quasi illeggibile. Beppe Severgnini una volta ha scritto che "scrivere è come scolpire: bisogna togliere". Michele Mari sembra esserne stato da sempre consapevole, e la stesura di "Di bestia in bestia" a partire dai quaderni manoscritti fino alla revisione di questa nuova edizione è stato un progressivo, doloroso snellimento. Doloroso perchè il tema dell'erudizione come difesa dalla vita ma allo stesso tempo come condanna alla mancanza di essa richiede di per se stessa una prosa prolissa, ridondante, volutamente dotta al punto tale da staccarsi dal lessico comune di "quelli che vivono": somigliano certi indigesti passaggi alla pesantezza delle pietre angolari del lugubre castello in cui si svolge il dramma. Solo che allo stesso tempo un romanzo è fatto per essere letto: e questa seconda edizione che (per stessa ammissione dell'autore) ha concesso molto di più alla leggibilità che alle esigenze stilistiche che la storia chiede non riesce comunque a risolvere il faticoso dualismo. Anche se la fastidiosa pesantezza che ne deriva resta di grande interesse per gli appassionati di Michele Mari (perchè indice di un percorso di maturazione che arriva al culmine con Verderame, dove ci si libera da schemi stereotipi di genere e da pesantezze lessicali), essa resta comunque tale da rendere difficoltosa e poco godibile la lettura. Per cui, tre stelle. L'autore ripassi dopo un doveroso esercizio di scultura.
Non ho letto altro di Michele Mari per cui non sono in grado di dire se il ricercatissimo stile che permea l'idea stessa del racconto sia la sua cifra o solo l'elaborata maschera che ha deciso di indossare in questo romanzo. Però che qui ci sia camuffamento, mimesi è fuor di dubbio. Lo riconosce Mari stesso a chiosa del volume: aveva bisogno di far tracimare dalla carta - come farebbe un caricaturista rispetto a un realista, aggiungo io - i mondi bibliografici del recluso studioso di lettere Osmoc, per buona parte del testo voce narrante in un linguaggio trapassato così alto da essere ormai fuori dal tempo. E l'operazione riesce bene, anzi benissimo perché Mari dispone di mezzi non comuni e del resto non c'è bisogno di scomodare i pionieri degli studi sull'intelligenza artificiale per interrogarci su quanto, agli occhi di un osservatore esterno - in questo caso il lettore - sia avvertibile la differenza tra l'originale e la sua più fedele imitazione. Tuttavia, scrivere con uno stile che si rifà ad altro, prenderlo in prestito foss'anche imitandolo con massima licenza di corruzione è cosa che, per sua natura, si avvicina piuttosto all'esercizio che non alla schietta realizzazione artistica. Secondo me. E l'alibi narrativo (è scritto così perché il protagonista pensa e parla così e pensa e parla così perché è imbevuto di lettere e proprio il conflitto tra lettere e natura l'autore vuol rappresentare) rende l'esercizio forse più compiuto e seducente ma non meno artificioso.
Pallottole di pelo nel gargarozzo Si legge nella postfazione che questo è il libro di una vita: Mari ha iniziato a scriverlo a 25 anni, lo ha pubblicato, quindi ripreso, snellito e ripubblicato. Ebbene. Se continuasse con un processo iterativo, da manierista potrebbe finire modernista. Io avevo ipotizzato che si fosse perso nella selva di similitudini e riferimenti bibliografici di cui affolla le pagine e ne fosse emerso 10 anni dopo. La scrittura è seicentesca, il messaggio oscuro. Mari mette in scena 2 fratelli gemelli, lo stolto e quello brillante. Osac come Caos e Osmoc come Cosmo. Sarebbe troppo semplice se le due figure fossero del tutto opposte: infatti quello brillante è un esangue poeta stilnovistico che contempla la moglie ma non vuole darle neppure un bacino, quello stolto non scrive poesie ma intrattiene la signora in modo piacevolissimo. Il fine letterato non ha detto alla moglie di avere un fratello gemello, così raccoglie i meriti senza colpo ferire. Non dirò di nutrire particolari simpatie per lo stolto, ma l’altro è un ipocrita sfruttatore dei propri congiunti. Non si coglie l’amore per la letteratura che certamente nutre l’autore, perché il letterato protagonista è di una pedanteria senza limiti; viene trasmesso un messaggio feticistico nei confronti dei libri, che devono essere ordinati in modo maniacale e custoditi tutti insieme e non dispersi fra vari proprietari. Dato che il fine poeta è un uomo privo di scrupoli, il messaggio che passa è addirittura quello dell’intellettuale nella sua torre d’avorio che ama solo i suoi polverosi incunaboli e non le persone che ha intorno, almeno che non lo omaggino di adorazione pura. In realtà molta ottima letteratura è stata scritta da gente che viveva nel mondo. Nel leggerlo mi sono annoiata. Ho mancato di senso dell’umorismo? Forse un po’, ma le pallottole di pelo da ingoiare erano troppe : (
Decisamente il meno piacevole dei libri dii Mari che ho letto finora, nonstante lui lo definisca il liibro della sua vita. Suo primo, ripetutamente limato e "asciugato" (e meno male!), resta per me un esercizio di scrittura e uno sfoggio di erudizione con una trama pretestuosa (forse l'inizio è la parte pià interessante per la sua capacità di creare bene l'atmosfera gotica del racconto): i temi del doppio, l'opposizione natura/cultura, il contrasto corpo/mente, sono trattati in modo didascalico e (forse anche volutamente, ma mi annoia) macchiettistico.
"Il mio regno il mio cielo il mio stato... Allor veramente sapevo di quale si morisse rimpianto il padre Adamo caduto, di quale il cigno dolente di Tomi suo' Tristia cantando con il guardo vêr l'Urbe... Ahi fratello fratello che cosa mi hai fatto? Forse lui pure spignea nostalgia? Ma (questo poi mi chiedevo) si può aver nostalgia di cosa ch'ancor nota non sia? Eppur con non dissimile brama Catilina allo Stato anelava arringando suoi cupi sodali, né Giovanni con altra insidiando la terra a Riccardo..."
" dunque dicevo, i miei libri, l'importante è che restino tutti uniti, ricordatevelo sempre, una biblioteca è un'unità organica viva, la sua fisionomia è la fisionomia del suo proprietario, e io.. Io nemmeno lascio opere in cui sopravvivere, non lascio affetti, e la mia polve lascio alla pruina di deserta neve, ove né donna preghi, né passeggier solingo.. " queste le parole di Osmoc verso fine racconto. Al di là della contrapposizione cultura Vs natura, cosmo Vs caos, Osmoc Vs Osac di cui tutto il romanzo è intessuto e la sua analisi va al di là questo piccolo spazio a me disponibile, non può esistere l'uno senza l'altro e lo si vede nell'incapacità di Osmoc di rapportarsi al mondo, alla vita a cui Osac corre in suo aiuto, a suo modo. Così come l'attaccamento di Osmoc verso Osac nonostante la sua natura. Più di tutto però mi ricorderò le parole qui sopra perché rispondono alla terribile domanda che pure uno arriva a farsi un giorno o l'altro, i libri, la letteratura serve? E il suo peso? Osmoc mi ha risposto così, alla fine di fatto cosa lasciamo in queste pagine tante care se non noi stessi?
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Letto subito dopo Manganelli, Mari risulta (quasi) "normalmente ricercato". Nonostante pagine di ottima prosa, velatissima presa in giro dei vezzi degli eruditi (molto ridimensionata in questa revisione, a quanto mi è dato capire, ma comunque alla lunga stancante), e una sentita vicinanza a parte dell'ideale provenzal-cortese del possessore dell'invidiabile biblioteca - certo, senza caos, caso e anagrammi vari - non posso ritenermi completamente soddisfatto. Massima stima, ma il "mio" Mari resta quello dei racconti (come Manganelli quello di "Centuria", a ciascuno il suo).
Se penso a quanto mi sono pesati gli elenchi bibliografici, le citazioni, la lingua artefatta - tutta ironia, certo: sprecata, per quanto mi riguarda - a fronte di una trama banale e di una prolissità sadica, mi chiedo se la bestia del titolo non sia stata io, che mi sono accanita fino in fondo.
Nonostante si tratti della versione aggiornata resta un libro molto acerbo, ispirato ad un certo filone di romanzo gotico ma senza aggiungerci granchè di nuovo. L'eccezione è nel personaggio che fa da fulcro narrativo, nato incompleto e incompleto cresciuto: tutte le sue energie vitali sono state rivolte verso gli sforzi umanisti, come è espresso dal suo linguaggio, parodia per eccesso di quel minestrone di riferimenti raffinati e dizioni antiquate che spesso è adoperato in testi di alto registro. In questo consiste l'eccezione, ma purtroppo il suo esser parodia non ne previene la pesantezza per il lettore, e nessun gioco è fatto con la parodia per renderla piacevole e quindi alleviante per la lettura. In definitiva un testo monco, senza quell'idea che le dia lo slancio in più per renderlo degno di nota.
Finalmente mi sono approcciata alla scrittura di Mari, con quello che egli stesso ritiene il libro della sua vita. Era infatti il suo primo romanzo, che in tempi più recenti ha deciso di ‘editare’ con uno sfoltimento prima di pubblicarne una nuova edizione. Temi fondamentali del libro sono la dualità dell’uomo, tra la bestialità e la civilizzazione, e il valore della cultura, il cui perseguimento rischia di diventare sterile erudizione. Lo stile di Mari, ricchissimo di figure retoriche, forbito nel linguaggio (soprattutto di Osmoc), ricco di citazioni, corrisponde perfettamente ai temi trattati. E quello di Mari non resta uno sterile esperimento linguistico, ma diventa una storia avvincente e misteriosa, che tiene incollati alle pagine fino all’ultimo.
Considero Michele Mari tra i 3 maggiori scrittori italiani viventi (con Moresco e Vassalli) e ne sto recuperando l'intera opera: qui, nel suo esordio, c'è già tutto ciò che rende questo autore unico, originale ed innovativo - il talento narrativo, la rilettura dei vecchi modelli di genere letterario, la sicura padronanza di vari registri letterari, l'estesissimo vocabolario, la volontà di guardare nel fondo di ognuno (di se stesso, dei lettori, dell'autore).
Su un canovaccio alla Poe, Mari costruisce un riuscito dipinto di un archetipo letterario: l'uomo che rinuncia alla vita per dedicarsi alla letteratura e finisce per essere schiacciato dalla sua parte "vitale" concretizzata in un DoppelGanger violento ed ingestibile. Per quanto poco amante di questa letteratura di genere, la lettura è stata per me ottima - in parte per la capacità affabulatoria di Mari, in parte per il godevolissimo citazionismo dei testi di critica letteraria (vezzo al quale il protagonista non sa sottrarsi nemmeno nel finale pieno di suspense ed orrore), in parte per ciò che l'autore fa filtrare tra le righe: il dilemma di chi ama la letteratura, il rischio e il pericolo (finanche mortale) di chi nei libri trova riparo dall'avversità della vita, la nostra schizofrenica condizione di esseri spirituali e razionali per un lato - carnali e istintivi dall'altro.
A rifletterci bene, il fatto che i rischi della letteratura siano stigmatizzati attraverso un gioco letterario (cos'altro è un romanzo simil-gotico su un bibliofilo tormentato da un gemello selvaggio?) apre l'interpretazione a superiori livelli di lettura: chi è Mari qui? Il professore-voce narrante o non piuttosto Osmoc (anagramma di Cosmo)? Si può vedere nel padre esigente e manipolatore che aizza Osmoc contro il fratello Osac (Caos) un'ombra di Enzo Mari? Il riso dell'autore è il riso amaro di chi fa una caricatura di se stesso?
E quindi, ben lungi dall'essere un calembour postmoderno, questo libro è un severo monito sui pericoli della letteratura.
Era tornato in cattedra. Ma una cattedra su cui noi cattedratici non aspiriamo salire, tanto grave il curricol richiesto
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In un'atmosfera gotica che avvolge tutto il romanzo si apre lentamente l'avventura del protagonista nella dimora di Osmoc. Il libro parte molto lentamente, influenzato dal lirismo (che comunque non abbandona mai ) e dal linguaggio aulico, per poi aumentare il ritmo circa a pag. 80. Dall'atmosfera gotico/fantastica, tutto diventa estremamente realistico , si passa quasi ad un genere crime/mistery (non voglio assolutamente sminuire la scrittura di Mari). Nella totalità, se si riesce a superare lo scoglio della prima parte di libro, risulta davvero un primo esperimento ben riuscito.
Letteratura, sicuramente! Difficile è la scrittura, arricchente. Il tema principale è la lotta fra cultura e natura, bene e male. La trama è coinvolgente, ricca di colpi di scena. Il livello culturale di questo autore è altissimo, Le influenze si sentono: Gadda, Landolfi, Manganelli, Gesualdo Bufalino. Io leggo perchè mi piace dedicare del tempo alla lettura. Leggo sicuramente un pò di tutto: avventura, romanzi rosa, fumetti. noir, saggistica e ogni tanto un pò di letteratura. Michele Mari mi ha piacevolmente coinvolto, emozionato e impressionato.
Strano libro. Romanzo gotico che è un manuale del genere: un minaccioso maniero, lontane terre barbare, l'amante defunta, il doppio; scritto però in uno stile barocco, ricercatissimo, latineggiante. Poi, un ribaltamento finale che ne conferma la natura ambigua. Perché tutto il testo risiede sul confine tra gravità e ironia, omaggio e parodia, tragedia e commedia, proprio come al centro del racconto vive il conflitto, qui forse insanabile, tra ragione e sentimento, cultura e natura, razionalità e istinto. È il primo libro di Mari che leggo, non sarà l'ultimo.
Se non si ha la pretesa di riuscire a decifrare tutto quello che si legge (letteralmente, è troppo aulico), è un viaggio nelle viscere della natura umana, che ti tiene incollato fino alle ultime pagine. Bello michè ma qualche traduzione la potevi mettereee
Manganelli ha accolto l'esordio letterario di Michele Mari definendo "Di bestia in bestia" "Un libro che se ne sta appartato, dispettoso, non facile, con il fascino di cosa venuta fuori dal nulla che qualche volta ci offre la letteratura". Un piccolo gioiello di carta, insomma. Uno di quei romanzi che oltre all'anima del suo scrittori racchiude in sé quelle dei maestri Arthur Conan Doyle, Mary Shelley, Edgar Allan Poe, Bram Stoker, Dante Alighieri, Guido Cavalcanti e che con raffinatezza della lingua e ritmicità dello stile martellante, per quanto la verità è ricercata con affanno, per esprimere la dicotomia che ogni Lettore (con la l maiuscola, sì) ha la fortuna/sfortuna di vivere: la concorrenza sleale che la letteratura fa alla vita reale. La letteratura è pura luce e salvezza per l'uomo, ma anche fardello accademico e impedimento alla vita perché, anche se Osmoc ha letto i provenzali e la lirica d'amore, non risulta di amare realmente la sua compagna di banco. Perché la vita è tutto, fuorchè letteratura.
Da pagina 88, la mia frase preferita che ho letto in una notte insonne di gennaio e che per i giorni successivi mi ha tormentato, quando l'ho letta il battito cardiaco ha accelerato, ho trattenuto il fiato perché il desiderio di arrivare alla conclusione del pensiero era più forte del bisogno di respirare: «Guardavo rapito la mia compagna di banco, scilice in tralice: contenendo in sé ogni futura epopea quel guardo era già persuasosion di destino, ma inoltrandomi nel tempo (noi postumi a noi) non potevo evitare di fingermi conversazioni tremende, quaj toglieano a quel destino il suo senso. "Considera", le dicevo:"un capriccio d'oscur secretario ed ecco il mio nome in altra classe inscritto per sempre: o pur teco io inscritto, nel primo giorno non trovo a la mane il mio par preferito di calze (le turchesi io intendo: tu'l sai), e m'indugio alla cerca, e ne chieggio la madre, e si fruga conserti undiquamente per casa: riescono alfine le calze, e il puerulo passo mi studio affrettare alla scola: ma vi giungo in ritardo, ed occupato d'altrui è quel banco ove posai trepidando al tuo fianco, e l'occhiate furtive ne dicean eloquenti, e le galeotte matite imprestate e le gomme: ma son giunto in ritardo e quel banco è già sede d'un altro, di Ranziani poniamo, o del gracilino Vignola o di Bonfante che querulo ride: e mi seggo discosto, ad altre forme vicino, ad altra vita e destino, né di te mai più seppi o saprò, separati, per sempre, d'allora, da prima, ché la vita che vivi sono solo le infinite cui finito sei escluso, ed in te io vidi quel giorno soltanto le schiere di donne che tu in te stessa uccidevi, tiranna tu e vittima a un tempo e micidiale di te come tutti micidiali di noi, e se ora siam qui è come s'incontrano i morti nell'Ade...»
Il romanzo di esordio di Michele Mari, edito la prima volta nel 1989 e poi rivisto dall’autore nel 2013 per portare una maggiore leggerezza alla scrittura.
In un universo e un tempo che paiono paralleli, un uomo d’affari, la sua segretaria e un professore si ritrovano costretti nel maniero di un un facoltoso intellettuale a causa di una tempesta di neve. Il loro iniziale obiettivo, raggiungere un convegno scientifico, viene presto dimenticato: nella casa orribili incidenti iniziano a verificarsi e, quando l’acume del professore conduce il gruppo troppo vicino alla verità, il padrone di casa decide di raccontare tutti i segreti che per anni ha tenuto nascosti. Così il gruppo si ritrova in una storia oscura che faticherà a comprendere, ma con cui dovrà fare i conti per poter lasciare il rifugio, fattosi ormai prigione.
Una storia particolarmente intricata, che risulta ancora più complessa per le scelte lessicali effettuate da Mari. Il linguaggio è infatti molto aulico, al limite del ridicolo (un ridicolo voluto), in particolar modo quando a parlare è il padrone di casa, Osmoc. Questi è infatti un intellettuale estremamente colto e l’autore utilizza un registro molto alto proprio per rimarcare il suo status e contrapporlo a quello di altri personaggi, uno fra tutti il cameriere del maniero, pseudo-analfabeta proveniente da una tribù di selvaggi della zona. Si capisce quindi come questa dualità ricopra per Mari un’importanza fondamentale, indice probabilmente di una critica alla società dell’epoca. Il ritmo della narrazione non è particolarmente incalzante, tuttavia quando il lettore annusa il non detto la curiosità ha la meglio. Il modo in cui la storia si evolve lascia a bocca aperta, nulla di quanto accade è facilmente desumibile a intuito. Il racconto è inoltre ricco di elementi simbolici, che stimolano l’immaginazione. A mio avviso un libro che vale la pena leggere, da approcciare però con la consapevolezza che non si tratta di un testo di narrativa leggero, ma soprattutto di un testo da comprendere.
Una biblioteca da conservare nascosta in un castello a sua volta sperduto in una landa ghiacciata dove nemmeno gli idioti abitanti delle vicinanze osano avventurarsi. Cosa accade se ci si lascia alle spalle la civiltà e si accetta di prendersi cura di un milione di libri abbandonati in una rocca abitata solo da un ambiguo nobile e dal suo brutale servo? Cosa accadrebbe se a quel castello accedesse una delegazione tra i cui componenti spicca una donna estremamente femminile? Nel 2013 Mari ha riscritto il suo capolavoro per una nuova edizione Einaudi che va a specchiarsi orgogliosamente nella precedente versione 'pop' del 1989. Cosa che capita di rado. Un fuoriclasse del periodo che riscrive il suo romanzo di esordio. E la pagina di 'Di bestia in bestia' possiede lo stesso erotismo linguistico che rende indimenticabili le opere di Landolfi, di Manganelli, e perchè no? anche di Nabokov. Da un punto di vista esistenziale può apparire scandaloso che a 24 anni di distanza uno scrittore affermato non abbia di meglio da fare che riprendere un testo di esordio. Ma la pagina 'vera' è sempre fuori dal tempo e dallo spazio. Questa nuova edizione Einaudi lo prova. Materialmente.