Una storia intensa, terribile, che parte dalla sua scena finale - un sanguinario scontro a fuoco - per ricostruire la vita di Nafa Walid, un giovane algerino che ha il sogno di diventare attore. È un bel ragazzo, Nafa, e una volta è stato scritturato per una particina in un film, ma da allora non è più riuscito a entrare nel mondo del cinema, un mondo che lui spera possa risollevare dalla povertà lui e la sua famiglia.
Nel frattempo, comincia a lavorare come autista di una ricca famiglia, una famiglia piena di vizi, in cui soldi e droga circolano liberamente, ma quando è costretto ad aiutare la guardia del corpo del viziatissimo figlio a disfarsi del corpo di una giovane sedicenne morta di overdose, Nafa decide di tornare dalla propria famiglia e di condurre una vita più modesta ma più onesta, ritornando alla religione.
«Non è possibile. Siamo in uno stato di diritto.»
Dahmane mostrò i denti affilati in una risata amara. Mi sembrava di suscitare il suo disprezzo. Disse: «Sì, certo. Il nostro paese è uno stato di diritto. È innegabile. Ma bisogna precisare di che diritto si tratta... Ce n'è uno solo, unico e indivisibile: il diritto di mantenere il silenzio.»
Messo da parte il sogno di recitare, Nafa adesso sogna di sposare la sorella dell'amico Nabil, Hanane, che è stata un'ottima studentessa e che adesso ha un buon lavoro. Ma prima che Nafa possa chiedere all'amico la sua mano, Nabil pugnala e uccide la sorella perché ha avuto la sfrontatezza di partecipare a una manifestazione in piazza con altre donne.
Stordito dall'ennesima uccisione del suo sogno, Nafa viene travolto suo malgrado dal terrorismo dilagante.
Sulle prime pagine dei giornali comparvero iniziali funeste: M.I.A.... Movimento Islamico Armato. Ben presto lettere di minaccia gettarono intere famiglie nel panico. I vecchi tirarono dentro i loro sgabelli, rinunciarono alla jemaà, al tè sul marciapiede, alle virtù del dolce far niente: e le discussioni, consacrate fino a poco tempo prima ai cantori del passato, si trasformarono come se niente fosse in orazioni funebri.
Dopo le lettere di minaccia, fu la volta del telefono, perfetto per annunciare le rappresaglie. Squillava a ore impensabili. La voce, all'altro capo del filo, raggelava il sangue: «Creperai, rinnegato!».
Non erano parole vuote. Ogni mattina, uomini con il volto coperto da un passamontagna uscivano da un nascondiglio e sparavano a bruciapelo ai loro bersagli. A volte un coltello da macellaio finiva i feriti tagliando loro la gola. Alla moschea spiegarono il gesto: un rituale grazie a cui il morto si trasformava in oblazione e il dramma in atto di omaggio. Ben presto le notti si riempirono di ticchettii, di passi di corsa, di allucinazioni. Gli squadroni della morte assalivano i duar, davano fuoco alle polveri, alle fabbriche, agli edifici pubblici, facevano saltare i ponti e i tabù, delimitavano le terre di nessuno e le "zone liberate". Le prediche riecheggiavano fra le montagne, dilagavano nei villaggi. I volantini svolazzavano nel soffio della jihad. Gli attentati spettacolari sgomitavano verso le prime pagine dei quotidiani.
Si trova così invischiato senza neanche volerlo in una serie di attentati, crudeltà sempre più terribili e in una guerra senza quartiere tra diverse cellule terroristiche, che lo porteranno all'epilogo terribile che coincide col prologo di questa storia.
Una storia dura, difficile da digerire; la storia di un ragazzo come tanti in un periodo di grande stravolgimento per l'Algeria; gli anni '90 del Movimento Islamico Armato (MIA) e dell'ancor più radicale Gruppo Islamico Armato (GIA).