La filosofia è ormai un'attività praticata non da pochi saggi, ma da migliaia di professionisti in tutto il mondo. Come sempre avviene, la professionalizzazione porta con sé un'intensa specializzazione. Una prima conseguenza è che una buona parte di ciò che i filosofi scrivono è comprensibile a pochi. Una seconda conseguenza è che - come avviene nelle scienze naturali e in matematica, ma anche nelle scienze sociali - molti filosofi sembrano occuparsi di problemi minuti e questioni di dettaglio, interne ai programmi di ricerca di cui il pubblico colto ha solo un'idea approssimativa. Ciò significa che la filosofia ha rinunciato a rispondere alle Grandi Domande che, secondo un'immagine molto diffusa, hanno costituito in passato la sua ragion d'essere? E ha inoltre rinunciato a rivolgersi alla generalità degli esseri umani, come sembra proprio della sua specifica vocazione? Lo specialismo e il tecnicismo non sono forse in contraddizione con la natura stessa della filosofia? In questo libro, un convinto sostenitore del professionismo filosofico ne difende le motivazioni pur senza minimizzarne i rischi, proponendo alcuni rimedi.
Avevo da tempo questo volumetto sul comodino, e l’ho letto nel giro di un paio di giorni. Si tratta di un testo per addetti ai lavori, difficilmente comprensibile per chi non ha i rudimenti della disciplina, e del quale avrei beneficiato agli inizi degli studi. Difatti, una cosa di cui il testo manca di lamentarsi è la totale assenza di trasparenza nei dipartimenti di filosofia italiana: pur essendo quello filosofico uno studio così dannatamente frammentato in tradizioni e modi diversi di procedere, mi è parso che vi sia molto poco interesse per i docenti nel rappresentare onestamente questa eterogeneità, accettando quindi di perseguire una delle tante strade alternativamente possibili. Il libro (in maniera alle volte forse un po’ partigiana) offre una distinzione efficace tra ricerca professionale e divulgazione, filosofia continentale e analitica, storia del pensiero e pensiero teorico. Il merito, già di valore, è quello di riuscire a illustrare in maniera perspicua queste espressioni troppo spesso confuse o fraintese, e quello di affrontare con un argomento credibile la ragione dello specialismo in filosofia. Il ragionamento di fondo è molto razionale e chiaramente circostanziato da rilevazioni empiriche oggettive. Rimane, secondo me, una questione taciuta sul senso della filosofia per la vita delle persone. Oggi si leggono Montaigne, Epitteto e gli altri classici perché ci dicono qualcosa sull’arte della vita, se vogliamo utilizzare questa espressione, e la si considera a buon diritto filosofia. L’autore tutto sommato accetta che la filosofia non sia più quel genere di pensiero, e sembra sia soddisfatto così, e di conseguenza tenta ad esempio di mostrare che la diatriba sul linguaggio privato sia ricca di significato e valore per ogni persona intellettualmente impegnata (quasi appunto come lo sono state in passato le opere di Epitteto, Montaigne, ecc.). Non ne sono convinto.
Non condivido il punto di vista dell'Autore, ma debbo riconoscergli che dal suo punto di vista ha fatto un buon lavoro di sintesi, intellettualmente onesta, dello stato dell'Arte su cosa sia oggi fare filosofia. La lettura è stata un utile confronto con posizioni dalle quali comunque resto ad oggi distante.