È un tempo, il nostro, nel quale siamo sempre più affascinati dal male, tanto dalla sua banalità quanto dalle sue sfumature e implicazioni. Sul web è tutto un fiorire di podcast e canali YouTube, e lo stesso avviene sul piccolo schermo, con serie e trasmissioni televisive riguardanti storie di sangue, terrorismo, omicidi. Poi ci sono i libri: saggi, inchieste giornalistiche e, com’è ovvio, romanzi.
Ecco, chi sceglie la via della finzione rare volte riesce a cogliere nel segno, o quantomeno difficilmente sfiora la letteratura. Tutto il contrario fa Alessandro Ceccherini, che già col suo esordio "Il mostro", basato sull’intricata e irrisolta vicenda del Mostro di Firenze, aveva dimostrato un talento a tutto tondo: ottima costruzione di un affresco corale, capacità di unire eventi reali all’invenzione narrativa; una prosa densa, articolata, efficace nello sfruttare le molteplici possibilità offerte dalla lingua italiana e dai dialetti della penisola. Una cifra stilistica che ritroviamo in "Che venga la notte", basato sul serial killer Donato Bilancia. Qui non ci sono particolari misteri né un folto numero di caratteri a rubare la scena al protagonista, raccontato a partire dall’infanzia connotata dai duri rapporti coi genitori e da quello più positivo, seppur complesso, con il fratello (in seguito suicida), passando per i primi furti, le rapine, il gioco d’azzardo e le reclusioni, fino alla follia omicida (e ai conseguenti tredici ergastoli) che ha portato Bilancia a essere, con le sue diciassette vittime, uno dei più feroci assassini seriali della storia del nostro paese.
Ceccherini, nel suo secondo libro, si pone a metà strada tra il true crime e la biofiction, ma il suo è in fondo un romanzo nella più classica delle accezioni. Malgrado i fatti siano tutti documentati, così come i bassifondi genovesi nei quali si muove Donato/Walter, il cui personaggio è frutto di una sapiente rielaborazione drammaturgica che risulta più vera del vero: la sua discesa agli inferi, di natura psicologica, psichiatrica e morale, ripercorsa nel dettaglio da un narratore in terza persona che talvolta passa alla seconda, fa il paio con ricorrenti descrizioni fisiche, funzionali all’autopsia della disperazione e della crescente malvagità del killer.
La biografia di Donato Bilancia diventa allora un espediente per portare un po’ di luce laddove non ce n’è, ossia nei meandri di una personalità malata al pari della società che l’ha partorita, nella quale l’opulenza, la fama a ogni costo e l’eccesso in ogni sua forma scavalcano qualsiasi altro valore, persino quello della vita umana, che però è costantemente al centro di "Che venga la notte", un fulgido esempio di romanzo che va oltre l’intrattenimento e si fa strumento di riflessione e d’indagine.
[recensione uscita su «IL FOGLIO» il 9 maggio 2024]