Vite che non sono le sue
La notte prima dell’onda ricordo che io ed Hélène abbiamo parlato di separarci.
Questo è l’incipit, e da quell’evento tragico vissuto in prima persona dello tsunami nel sud-est asiatico del 2004 parte una serie di riflessioni che porterà Carrère a riconsiderare la propria e l’altrui esistenza. A volgere il suo sguardo non solo verso di sé, come d’abitudine, ma anche alle vite che apparentemente possono essere insignificanti, di chi gli sta accanto, non solo i grandi o inquietanti personaggi che lo hanno sempre affascinato, ma piccole storie di provincia, vite di routine con il loro eroismo misconosciuto, i vizi e le virtù del quotidiano, con scelte di vita tanto lontane dal suo bisogno continuo d’affermazione.
Io sono ambizioso, inquieto, ho bisogno di credere che quello che scrivo sia straordinario, che sarà ammirato, finché ci credo mi esalto e quando smetto di crederci crollo.
E il fil-rouge di queste vite ruota attorno al dolore, alla malattia, alla morte, prima a Cylon, poi al ritorno, di sua cognata, giudice di Diritto Civile e madre di tre bambine, malata di cancro. Per poi spaziare nella seconda parte del libro, nelle tematiche sociali della povertà, e del diritto anche dei meno abbienti a una vita dignitosa in una società che tende a schiacciare chi ha meno per privilegiare chi è più ricco e può usare la Legge a proprio piacimento.
Il tutto a partire dal suo sguardo e dalle sue riflessioni, è ovvio, perché Carrère è questo, prendere o lasciare.
Ma questa ricerca lo porterà a riconoscere che anche nella quotidianità si nasconde l’eroismo: (c’è in questo)… un desiderio di riconoscimento applicati a oggetti che devo ammettere mi appaiono un po’ irrisori, come se la vanità d’autore che mi attanaglia si applicasse a qualcosa di incomparabilmente più nobile.
Tecnicamente (il libro) andava scritto come “L’avversario”, in prima persona, senza finzione, senza artifici, e di quel libro al tempo stesso era l’esatto contrario, il suo positivo, in qualche modo. Era ambientato nella stessa regione, i personaggi abitavano le stesse case, leggevano gli stessi libri, avevano gli stessi amici, ma da un lato c’era Jean Claude Romand che è l’incarnazione della menzogna e dell’infelicità, dall’altro Juliette ed Etienne che, tanto nell’esercizio del diritto quanto nella lotta alla malattia, non hanno mai smesso di perseguire la giustizia e la verità.
Un libro più intimo, più meditativo, che lascerà sedimentare tre anni, e chiederà alle persone coinvolte di leggere ed eventualmente correggere.
Per arrivare poi a imprimere alla propria vita quella tranquillità fino ad allora mai riconosciuta come obiettivo desiderabile: …faremo l’amore in modo coniugale, tranquillo, un po’ routinario, che a entrambi ispira un desiderio continuamente rinnovato, e che spero inesauribile. Farò dell’altro caffè che berremo insieme in cucina”.
Ecco, alla fine di due libri di Carrère letti di seguito penso di averlo smascherato.
Lo accusano tutti di narcisismo, ma credetemi, di questi soggetti sono esperta, lui non lo è, perché un narcisista è talmente ripiegato su sé stesso da non essere in grado di provare empatia alcuna per gli altri, mentre qui descrive il dolore di una madre che perde la propria bambina, o di bimbe che vedono morire giorno dopo giorno la propria madre, in modo mirabile, con uno sguardo tagliente e pietoso ma privo di sdolcinata melassa. E questo un narcisista non sarebbe in grado di farlo
Carrère è un egotico, con la tendenza a fare di sé l'oggetto privilegiato di ogni riflessione. E di questa vanità ha fatto la cifra distintiva del suo stile, una grandeure che simbolizza quello tipico della Francia intera da sempre e non solo da Macron.
Un bel tipo, insomma, contenta di averlo conosciuto, ma per ora mi basta così.