La maleuforia è un sentimento che sublima l’incompleto, l’inappagato, il non consumato. Trova il suo compimento scoprendo la felicità nell’inquietudine. È disposizione innata dell’animo, desiderata e dolente, uno di quegli attimi che. Per Raffaele De Palma, adolescente cresciuto a Napoli tra gli anni ottanta e novanta, è ciò che permette di riconoscere i dissidi interiori, i momenti in cui conflitti, turbamenti e illusioni mettono in crisi le coordinate del suo essere. Per sfuggire alle angherie della nonna, Raffaele trova rifugio nel bordello di Donna Sofia dove, tra prostitute e femminielli, riceve insegnamenti per sopravvivere, suggerimenti che ne definiscono l’educazione sessuale e umana. Questa evoluzione passa attraverso la scoperta del proprio corpo e del suo veronome, trasfigurazione verbale di una condizione dello spirito. Tra le mani di Donna Sofia, Cleo, Linda e il Cavaliere, moderno Pigmalione, Raffaele diventa per tutti la ragazza dal nome levigato, scivoloso, liquido: Lèmon. Maleuforia di Deborah D’Addetta è un romanzo di formazione dai toni erotici e irriverenti. Misto di italiano e dialetto partenopeo, alterna corporeo e sublime, percorso identitario e definizione di sé: prendendo a modello il linguaggio spigoloso di Peppe Lanzetta e la poetica di Giuseppe Patroni Griffi, si cala nella Napoli crepuscolare per raccontarne le ombre, il turbamento, le passioni nascoste.
Sapete, pochi sono i libri che mi hanno commossa. Pochi, quelli, che leggendoli, dall’inizio alla fine, sono entrati dentro di me con l’innocenza di un passo appena sfiorato, ma con la forza di una nube che minaccia pioggia di fuoco. Pochi sono quelli che lentamente hanno scavato, raggrinzito, bucato, si sono fatti posto in mezzo agli altri, a tratti urlando, altre volte, sussurrando. Pochi quelli che si sono armati di dolore e di malinconia, di odio e di rabbia e hanno sconquassato questo cuore che è troppo debole per sopportare il peso della maleuforia, eppure, è qui, che agogna ancora. Ne agogna altro, perché le lacrime si inghiottono, la vita divora se stessa, e le emozioni, in un mondo fatto di intelligenza artificiale, di gente che non ti guarda più in faccia, di parole che uccidono più di una mano che ti stringe la gola, hanno un prezzo carissimo, quelle vere, mai rimandarle indietro. E allora eccomi qui, con le mani di chi non ha mai pensato di saper scrivere, a provare a spiegare quello che si prova leggendo questo romanzo. Libro d’esordio di Deborah D’Addetta, che racconta l’esistenza di Raffaele, un ragazzino che come tanti, cresce nella Napoli popolare, senza madre, senza padre, con una sorella, Imma, a cui badare, e una nonna che controlla tutto. Un po’ violenta, manesca, volgare, ignorante, un po’ rappresentante della parte più gretta di quella umanità con la quale tanti come Raffaele hanno dovuto fare i conti. Lui e la sorella si amano, si stringono, si aiutano a vicenda per sopportare quell’inferno che si trascina addosso il tanfo di famiglia a pezzi. Un giorno, Raffaele scopre una strana attrazione per le prostitute, per quel mondo fatto di gente di strada, vestita in modo appariscente, che contratta e tratta con uomini di ogni specie. Donne loro stesse o persino uomini, i femminelli, che gli sembrano creature a metà, fatte di luce e di buio, di piacere e dolore. Se non fosse per Imma, Raffaele reagirebbe alle mazzate della nonna, alla sua ira insulsa, a quelle manate addosso che non sono mai una carezza, ma sempre un oltraggio. Bambini sono e bambini resteranno tra le mura lercie di un sogno spezzato alla nascita. L’incontro con Maria, donna bellissima, spiazzante, piena di forme carnali, morbide, calde da bruciare, che Raffaele guarda come la carne che lo attrae e allo stesso tempo lui desidera per sè. Maria è tutto ciò che lui vorrebbe essere un giorno, e allora comprende che la sua anima è divisa a metà: tra l’attrazione insana per gli uomini e il desiderio di toccare una donna come Maria, verso la quale prova un’adorazione che santifica ogni sua voglia, e sarà così per tutta la vita. Maria fa la prostituta. Maria lo accoglie nella sua casa. Maria lo fa crescere e Raffaele diventa ciò che ha sempre desiderato essere. Fa le pulizie all’interno di un bordello. È un lavoro che gli ha procurato Maria che lo presenta a Donna Sofia. Un mondo, quello delle case chiuse, che per Raffaele è un sogno che finalmente si realizza. È felice in mezzo a tutte quelle donne e mentre trascorre le sue giornate pulendo le stanze, raccogliendo odori, sapori e nostalgie di unioni nascoste, spesso illegali, amorfe e misteriose, la sua brama di diventare donna cresce. Sente dentro di lui una presenza, “lei”, questa anima femminile che raschia fino al fondo della sua anima e fa a botte con la sua coscienza per uscire. Passano i mesi, Raffaele somiglia sempre di più a una donna; gli uomini del bordello lo desiderano e arriva il momento anche per lui di cambiare nome. Diventerà Lemon, come i limoni che da piccolo metteva sotto la maglietta per sentirsi donna, per dare una forma a quella presenza rabbiosa che marciava dentro di lui e che gli chiedeva di uscire a gran voce. – “Come regalo di battesimo, Donna Sofia mi diede una parrucca dalle ciocche lunghissime. Era nuova, ma di qualità infima, eppure la trovai incredibile perché era la prima cosa mia, non un prestito, non uno scambio, non una carità. Un vero dono. Una parrucca e un paio di batterie, per la radiolina di nonna Porzia.” Lemon conosce il sesso, l’amore, l’odio, la violenza, il suo è un percorso di formazione che lo condurrà da un uomo, il Cavaliere, che lo porterà nella sua bellissima casa a Marechiaro, e allora Lemon dovrà lasciare il bordello e tutte le sue amiche. Sarà doloroso, sarà un colpo al cuore, ma crescere, migliorarsi, significa anche sacrificarsi. Non c’è giorno che passi senza pensare a Imma. La nonna Porzia è morta e la sorella è finita in un orfanotrofio. Lemon pensa persino di andarsela a prendere, ma come potrebbero vivere? – “Niente, non dissi niente. Nonna Porzia era chiusa in una bara, Imma in orfanotrofio, io in un bordello.” Lemon è una prostituta e anche a casa del Cavaliere, ossessionato dalla presenza defunta della moglie, si sente sempre un’esclusa. Si sente ingabbiata in una vita che non è la sua, e allora ecco che la notte esce, cerca altri uomini, prova a dare un senso a quella maleuforia che gli morde la vita e la fa sentire costantemente affamata di amore. – “Cosa vuole in fondo una puttana se non essere amata? Eppure doniamo il corpo, ci facciamo a pezzi, ci impacchettiamo per renderci vendibili, per dare l’illusione di essere nate apposta per il piacere altrui, ma dentro? Il nostro, di piacere, si accartoccia e marcisce, fin quando non resta la consapevolezza che l’amore non tocca a noi, che l’amore viene vissuto fuori dalle nostre stanze.” Maleuforia. Che termine potente. Quante persone avete incontrato con una tale forza vitale da sradicare tutte le certezze per tuffarsi nel vuoto? Lemon è proprio così. Annienta il vecchio Raffaele, quello picchiato dalla nonna, quello che baciava la testa della piccola sorellina Imma, quello che vagava per la strada senza un tozzo di pane per mangiare. Quello con lo stomaco vuoto che sognava di vestirsi da donna, di rendere felice un uomo, di sentirsi finalmente libero di gridare al mondo di non essere niente. Niente di ciò che la gente definiva come “normale.” Ma di essere tutto. Tutto quello che gli passava per la testa. Lemon, con “un perenne sguardo liquido che la faceva sempre sembrare sull’orlo di un dispiacere o una gioia sfuggenti”, rinasce e afferma se stessa in una vita dove gli viene tolto tutto. L’onore, la dignità, la felicità. Lemon è felice per poco, per qualche attimo, il resto è tutto dolore, in una lotta costante per venire fuori da se stessa e dalla prigione che la sua identità gli ha cucito addosso. Eppure ci prova, non si tira mai indietro. Ne prende di mazzate, di sputate in faccia, di grida, e ne perde di sangue, di ossa rotta e di lividi sulle braccia. È un portento, Lemon, è cresciuta e sa cosa vuole e se lo va prendere. La vita che gli offre il Cavaliere, così bianca, così cementata, così perfetta, non fa per lei. – “Ai miei occhi abituati all’oltretomba quel salone somigliava a un paradiso accecante.” Il suo animo vola e cerca solo per poco riposo. Più c’è dolore, più c’è vita in questa continua ricerca di qualcosa che non esiste. – “Come tutte le persone che si sentono sole, non aspettavo altro che un contenitore in cui travasare me stessa, in cui trovare una forma, ma non al corpo, del mio corpo si occupava già l’ombra densa che mi pesava sullo stomaco.” E poi, la malinconia. Come voltarle le spalle? Se da un lato l’euforia della vita ci spinge a lottare, a non arrenderci, a piegarci se necessario, ma a non spezzarci mai, per nessuno, dall’altro lato, la malinconia ci soggioga, ci affascina come l’ultima delle vite possibili. Lemon si porta dentro il senso infinito della morte. Quella sensazione che ti fa percepire tutto con un’acutezza dolorosa e tagliente. Ti fa vedere e sentire tutto in modo infimo come se ogni cosa che succede sia un affronto al tuo equilibrio e alla tua pace. Lemon non ha pace. Non ce l’avrà mai. La sua vita è un tormento, fatto di gesti e di parole che racchiudono una poesia che ti fa vibrare. La sua storia mi ha travolto in una spirale di emozioni a cui non so dare un nome. Ammetto la mia incapacità di descrivere quanto questo libro sia così simile a qualcosa che mi porto dentro, ma non so dire cosa. L’ambientazione vecchia e stantia, quelle case popolari, quell’aria rarefatta che puzza di cibo e di sporco, quei quartiere malandati tra grida e risate, e quelle figure così disprezzate eppure essenziali per quel commercio d’amore che da secoli infonde linfa vitale nella vita degli esseri umani. Non c’è stato un momento in cui non abbia desiderato stringere Lemon tra le braccia. Non ci credevo nemmeno io, giuro. Tifo sempre per i personaggi cattivi, violenti, privi di morale. Mi sembra che incarnino nel modo migliore la rabbia che mi porto dentro. Eppure, Lemon è così intaccato dalla vita da essere più innocente di chiunque altro. La sua dolcezza emerge attraverso la devozione che prova verso Maria, a quel senso di appartenenza a quel mondo, femminile, nel quale non è nato, ma a cui dedica tutta la vita. Ogni scena di dolore è una partecipazione intensa e ogni attimo di felicità è un sorriso che ti apre il cuore. Sono convinta che l’autrice abbia conosciuto Lemon. Lemon esiste da qualche parte, non può essere altrimenti. La sua personalità è talmente vivida da essere reale, pulsante, e ferisce più di quanto possa fare una persona in carne e ossa. – “Troppa nostalgia, malinconia, appucundria, troppa maleuforia. Troppa vita e troppa rovina. È proprio ora di andare. La voce di lei.” In quella maleuforia, io ho riconosciuto il volto di Napoli, della mia meravigliosa città. Chi più di lei è così euforica e malinconica nello stesso tempo? Chi più di lei è stata accusata, violata, ferita, e ancora oggi, forse incompresa ai più. Chi più di lei è fatta di quella bellezza struggente, lontana anni luce della perfezione delle città più “sicure” al mondo. No, Napoli è incerta, spustat e cap, a volte violenta, sanguigna, furiosa, ma nelle sue strade piene di fossi, nei suoi muri avvinti dalle crepe del tempo che della polvere fa la sua pelle, Napoli sovrasta l’odio che la ingabbia, e conquista per amore dell’imperfezione, di quella vita che pulsa nel sangue che scorre e ammalia con il canto di una sirena che non muore mai. Ci sono storie che non vanno lette, ma solo vissute. Emozioni che non vanno nascoste, ma gridate al mondo. La tenerezza che ho provato per tutta la lettura mi ha reso debole e fragile. Mi ha spinto a provare quello che ha provato Lemon, perché l’autrice ha un modo di raccontare strafottente, ti sbatte le cose in faccia come sono, non ha un minimo di rispetto per il cuore di chi legge. Così, dalla sua indifferenza, viene fuori un personaggio che non chiede mai pietà, nonostante la sua vita sia priva di riconoscimenti, sia piegata all’usurpazione e all’abbandono. Non la chiede perché non ne ha bisogno, perché è sempre andato avanti con coraggio e con quel pizzico di egoismo che lo accomuna all’autrice. Ogni parola, ogni frase, ha un suono poetico struggente che rimanda a qualcosa che si riverbera nel tempo e aggancia memorie passate, richiamando fantasmi che non hanno più casa. La storia di Lemon racchiude la storia di tutti quelli che sono stati maltrattati, disadattati, derisi, oltraggiati, malmenati, ridicolizzati, offesi e sfiancati. Di tutti quelli che sono stati accusati di essere sbagliati, di contenere il male, ma che in realtà sono esseri semplicemente imperfetti, figli della parte più vera e viscerale della vita. Se vi chiedessi, chi si sente compiuto, finito, al massimo della sua realizzazione umana, so che mi rispondereste nessuno. Ecco, è proprio in questo libro, che non solo ritrovano casa tutti quei fantasmi, ma anche tutti coloro che non si sentono capiti. Che non vogliono capirsi, perché non hanno bisogno di definirsi per esistere. Questo libro è per tutti quelli che non hanno paura di vivere, di essere se stessi e di raschiare a fondo della propria anima e di trovare anche qualcosa che non gli piace. Per tutti quelli che se “troppa vita significa troppa rovina”, è perché: “Chesta vita è furia ’e sanghe.” Altrimenti non chiamatela VITA.
Che scrittura, che intensità. Appena finito di leggere, sono stata davvero rapita da questo libro, scritto in maniera sublime, mi ha commossa, irritata, divertita. Un po' di maleuforia a tutti non farebbe male
Il disagio, l'imperfezione di una realtà tanto difficile e cruda quanto ricca di significati e piena di energie. Un po' è Napoli, un po' è Lėmon. Città e protagonista si specchiano l'uno nell'altro e un po' si riconoscono, nel tentativo di sollevarsi dalle tenebre, di ambire e sperare di trarre il meglio dalla luce e dal mare che si vede dalle colline, dove l'aria sarà anche più bella e pulita ma forse non meno triste e "maleuforica" della sporca città bassa dove scorrono, non nascosti, desideri e sensualità pulsanti. C'è la storia di chi si sente ingabbiato in un genere diverso e accetta da subito di scoprirsi e trovarsi in altro. I personaggi sono ben tratteggiati. Grazie alla scelta di farli parlare sempre in prima persona, suddividendo il testo quasi come un copione di scena in cui ogni personaggio ha una voce, sembra di sentir parlare Lèmon, Cleo, Linda e il Cavaliere. e di imparare a conoscerli davvero. Il linguaggio si affina e si sporca in continuazione, di dialetto, di pensieri e di azioni "impure" e tutt* sembrano così vicini e così veri. Lèmon vive per assecondare la parte femminile che ha dentro e, dalla casa della nonna al bordello di donna Sofia, dalla strada di notte alla casa del Cavaliere, al vascio ai quartieri, continua a rincorrere sé stessa senza mai sopire quello che veramente è, mostrando tutta la sua maleuforia e anzi, trovando in quella strana e profonda forma di nostalgia, il modo di "intravedere la grazia, l'incanto, la perfezione delle cose incompiute"
Contenuti quantomeno transnegativi (se non transfobici). Non si capisce perché se sei trans devi fare sex work, parlare di scopare e lavaggi anali e non avere altri desideri.
Incredibilmente potente. Anche se descrivere una storia di cui non posso davvero comprendere tutto, la Malaeuforia rimane un aspetto del vivere, del sentire davvero affascinante e familiare. Quella sensazione di indefinito, di consapevole e lucida precarietà. Stupendo e commovente