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Contadini di Romagna nel Medioevo

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Commento dell'editore e quarta di copertina:
Il Medioevo è l'epoca che vede nascere la Romagna come entità territoriale e culturale dotata di sue specifiche e peculiari caratteristiche. La continuità della tradizione romana, mediata dalla dominazione bizantina che qui seppe resistere alla penetrazione longobarda e poi franca, significò per la regione esarcale e pentapolitana, controllata dall'arcivescovo di Ravenna, una storia del tutto diversa da quella della Longobardia padana e delle Longobardie "minori" del Centro-Sud della penisola. Delineata da tempo sul piano della politica e delle istituzioni, la particolarità della storia romagnola nel contesto delle vicende italiane del tempo è stata solo di recente riconosciuta anche sul piano dell'economia, dei rapporti di lavoro, della vita quotidiana. Questo libro contribuisce a far luce su tale aspetto della questione, ergendo a protagonisti i contadini e tracciando anche per loro le linee di una "storia diversa".

160 pages, Paperback

Published January 1, 1994

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Massimo Montanari

71 books69 followers
Professor of medieval history at Bologna University who has written widely on food history.

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939 reviews34 followers
August 15, 2024
pag.73 _______________________________
La fertilità delle campagne, votate alla produzione agricola, appare nel basso Medioevo e in Età moderna uno dei luoghi comuni più diffusi nella descrizione del territorio romagnolo. Ad esempio, nel XIV secolo, l'imolese Benvenuto Rambaldi scrive nel suo commentario della Divina Commedia che la Romagna si può definire il frutteto d'Italia, essendo «fertile in ogni sua parte». E Leandro Alberti, nel 1550, scrive del «buono, et fruttifero territorio», della «larga et bella campagna» di Imola, come delle altre città romagnole.
Ma non era stato sempre così. Le campagne che questi uomini avevano di fronte agli occhi non erano le stesse di alcuni secoli prima. Fertili, coltivate, produttive esse erano diventate a poco a poco, durante i secoli centrali del Medioevo, l'XI, il XII, il XIII.
Prima di allora il territorio era occupato per la maggior parte da spazi incolti, boschi e paludi, pascoli e brughiere. In effetti, proprio l'espansione dell'agricoltura è il motivo conduttore della storia economica medievale, in Romagna come altrove. E una conquista continua, un continuo avanzare dei coltivi a scapito delle aree incolte, che nell'alto Medioevo (i secoli dal VI all'XI) dominavano largamente il paesaggio.

pag.74 _______________________________
Gli spazi incolti erano intesi nell'alto Medioevo non tanto come una 'frontiera' da oltrepassare, quanto come aree produttive, da utilizzare per quello che di per se stesse potevano offrire. In altre parole, il bosco e la palude non venivano pensati come elementi negativi, contrapposti ad un positivo dei campi coltivati, ma come settori da sfruttare, con attività quali la caccia, la pesca, la raccolta dei prodotti spontanei, il taglio del legname, l'allevamento brado del bestiame. Basti pensare che, in età carolingia, nell'Italia padana i boschi spesso non venivano misurati in termini di superficie, ma — come in altri paesi europei — in base al numero di maiali che vi si potevano allevare. Ad esempio si diceva: «nella tale località c'è un bosco che può ingrassare cento maiali»; ed era questa la miglior stima che si faceva, il dato che si riteneva più importante fornire. Era una stima 'concreta', analoga a quella che si faceva per i campi, misurati in moggi di grano da seminare, per le vigne, misurate in anfore di vino prodotto, per i prati, misurati in carri di fieno. Ogni settore valutato in base alle sue specifiche capacità produttive: i boschi non meno dei campi e delle vigne.

pag.75 _______________________________
Dunque era soprattutto sulle alture e nella bassa pianura che gli spazi incolti dominavano. In realtà, essi si insinuavano anche fra le aree coltivate, fra i campi e le vigne che punteggiavano la fascia di più antico insediamento lungo la via Emilia. Qui, tuttavia, le strutture produttive assumevano un carattere più spiccatamente agricolo, data la maggiore densità di popolazione e la maggiore domanda alimentare che ne scaturiva.
Tale dovette rimanere la situazione fino, grosso modo, alla metà dell'XI secolo. A partire da allora, il rapporto popolazione/risorse subi una modificazione progressiva, che col tempo portò ad un cambiamento sostanziale delle strutture produttive e dell'ecosistema. Difatti il crescere della popolazione, che si verificò soprattutto a partire dall'XI secolo, comportò un abbandono progressivo dell'economia silvo-pastorale in favore dell'economia agricola, che, a parità di superficie, produce una quantità maggiore di alimenti. A partire da allora venne creandosi una conflittualità prima sconosciuta fra terreni coltivati e incolti.
Inoltre, l'espansione dei coltivi venne sollecitata dai proprietari di terre (rurali e urbani, laici ed ecclesiastici) per avere scorte maggiori da immettere sul mercato, che, con lo sviluppo dell'economia monetaria, stava assumendo sempre maggiore importanza nel sistema di approvvigionamento alimentare. L'aumento demografico verificatosi tra XII e XIII secolo fu, al tempo stesso, causa ed effetto di tali progressive trasformazioni del paesaggio e dell'economia, che a poco a poco fecero della Romagna un «granaio» in grado di esportare derrate alimentari, soprattutto in direzione di Bologna e di Venezia, da un lato; della Toscana, dall'altro. Esportazioni che, peraltro, rispondevano a sollecitazioni di natura politica prima che economica: significavano, cioè, non tanto una situazione di eccedenza produttiva rispetto alle necessità interne, quanto la subordinazione a forze politiche esterne, che non di rado costringevano a esportare, magari a scapito dei consumi locali.

pag.84 _______________________________
Il primo dato da sottolineare è la regressione, rispetto all'epoca romana, della coltivazione del frumento, sostituito da una molteplicità di grani inferiori, più robusti, più resistenti, meno esigenti di cure, dunque più adatti a un'agricoltura dal livello tecnico elementare. Inoltre va sottolineata l'estrema varietà delle specie coltivate, compresenti l'una accanto all'altra in tutte le aziende.
Era, questo, un mezzo (forse il più valido) per difendersi dalle avversità climatiche, differenziando al massimo i tempi di crescita delle singole colture, in modo che almeno qualcuna giungesse a buon esito.
I cereali maggiormente coltivati erano, nell'alto Medioevo, la segale e l'orzo, oltre al frumento. La segale, nel Nord dell'Italia; l'orzo, nel Centro-Sud. La Romagna, che è un po' il punto di cerniera fra le due aree, era interessata in misura notevole da entrambe le colture. Si coltivavano inoltre la spelta, il farro, il miglio, il panico, il sorgo; e assieme ai cereali, nei campi, si coltivavano i legumi: fagioli, piselli, ceci, cicerchie e soprattutto la fava, assai presente nell'alimentazione, anche sotto forma di pane, mescolata al frumento o ad altri cereali.
A partire dall'XI-XII secolo la coltivazione del frumento sembra riconquistare terreno. Il fenomeno è legato al progressivo inserimento dell'economia agraria nei circuiti del mercato, alla crescente commercializzazione dei prodotti agricoli. Soprattutto i proprietari cittadini, che intendono riversare i cereali sul mercato urbano, sollecitano questa 'riconversione' al frumento nelle terre che possiedono, perché il frumento è più ricercato e si vende meglio. La tradizionale coltivazione di cereali inferiori non viene però meno; generalmente, nelle campagne restano questi la base dell'alimentazione vegetale.
Accanto alle colture cerealicole era assai diffuso il vigneto, che si presentava generalmente sotto forma di coltura specializzata, ben distinta dai campi e non di rado recintata. Era questo il modo tradizionale di coltivazione della vite, ma i documenti lasciano intravvedere la comparsa, già nel XIII secolo, dei primi esempi di piantata a filare, inframmezzata ai cereali, che sarà un modo di coltivazione tipico dell'epoca moderna. Ad esempio, un contratto di locazione del 1219 fa divieto al colono di seminare fra le viti - segno che il sistema era già in uso. Come sostegno si usavano soprattutto pertiche e pali, ma talora anche alberi — alberi da frutto e olmi. Gli Statuti del 1334, quando vietano di piantare alberi non fruttiferi nei poderi, fanno una sola eccezione per gli olmi. I tre elementi della piantata moderna (cereali, vigna, alberi) sono dunque già presenti, ma in modo sporadico, nelle campagne romagnole del Due-Trecento.
Assai importanti erano pure le coltivazioni di piante tessili: soprattutto quella del lino, che rimase a lungo la fibra più impiegata nell'abbigliamento. Solo più tardi, a partire dal Quattro-Cinquecento, il lino fu gradatamente sostituito dalla canapa, che già nel '200 fa la sua comparsa nelle campagne dalla Bassa, ma in misura assai limitata e sempre secondaria rispetto al lino.
Notiamo ancora la presenza di numerosi oliveti, in seguito scomparsi dalle colline romagnole (tranne sporadiche eccezioni) per motivi di ordine economico ma anche, probabilmente, climatico: i secoli centrali del Medioevo pare infatti che siano stati particolarmente caldi, forse i più caldi dell'era volgare.
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