Con il ritorno della volontà di potenza quale motore della storia, economia e strategia entrano in un rapporto dialettico, spesso conflittuale. Il risultato è un mondo entropico, ma non privo di logica. A volte la vittoria pesa come e più della sconfitta. Questo, a posteriori, si può dire del trionfo statunitense sull’Urss, che ci ha indotto a una visione deterministica del futuro. Un tempo risolto nell’avvento definitivo del paradigma liberal-capitalistico, in cui la politica cedeva il posto alla tecnocrazia e la strategia ai commerci, viatico di pace mondiale. A tale filosofia della (non) storia abbiamo dato un globalizzazione.
Oggi, di fronte ai violenti sussulti indotti dalla crisi del primato di Washington, la globalizzazione si svela fenomeno geopolitico, prima e più che economico. Immersi nel secolo americano non ce ne siamo accorti, dandone per scontati i il primato delle società liberali, la forza unificante delle interdipendenze, la compiutezza delle economie capitalistiche. Assunti messi ora in discussione, fuori e dentro l’America. Smontando il mito della globalizzazione come feticcio, possiamo storicizzarla e provare a immaginare quale mondo ci aspetta.
Di questi tempi, ci troviamo ad assistere ogni giorno a nuovi esorbitanti dazi statunitensi verso le importazioni dall'Asia o dall'America Latina o dall'Europa. In un continuo saliscendi, da un settore industriale all'altro, tra revoche e raddoppi, la situazione relativa agli scambi commerciali mondiali sembra vittima di un caos apparentemente casuale e privo di una logica comprensibile. E soprattutto in assoluta contraddizione con decenni di libero commercio e collaborazione mondiale a partire dal dopoguerra. Ma è proprio così? È proprio vero che non c'è logica in quanto sta accadendo, e soprattutto che le ragioni sono puramente economiche nel confronto tra commercio globale e possibile autarchia? Il buon Maronta, con le sue analisi storiche geo-politiche estremamente approfondite, ci dice di no.
E inserisce perfettamente la fase attuale in un processo lunghissimo partito da molto lontano. Dal passaggio di testimone di dominio del mondo dall'impero inglese alla globalizzazione americana, passando per la caduta del sistema sovietico e la lunga marcia della Cina post-bellica in cerca di riscatto. Ci spiega come il sistema globalizzato sia stato una deliberata scelta geo-politica per mantenere inalterato il livello di vita statunitense sfruttando le importazioni a buon mercato dal mondo, vincolandolo così alla sua valuta e al suo potere di controllo economico. Un processo articolato e anche un poco ondivago, e che in realtà stava preparando le basi della crisi attuale, quando gli USA si sono scoperti senza più industria domestica e con sempre più scarsa capacità di spesa delle classi meno abbienti.
Ciò che succede ora è che l'America sta cercando di metterci una pezza. Per mantenere il suo tenore di vita restando all'avanguardia nelle nuove tecnologie, ripristinando un minimo di base industriale locale, ricreando quella classe media operaia che era la spina dorsale del suo sistema. Ma la situazione non è più quella del dopoguerra. L'Europa e il Giappone che tanto hanno ricevuto nel secondo dopoguerra e che erano, tramite la NATO, una delle leve di potere degli USA nel mondo, ricevono ora molto meno e sono chiamati a pagare pegno. La Cina, che nel suo interesse si era prestata a diventare la fabbrica economica delle commodities del mondo, ora è salita di livello tecnologico e geo-politico e vuole veder riconosciuto un nuovo ruolo. E anche la Russia, l'India, i Paesi arabi, l'Africa e l'America Latina sgomitano.
Siamo dunque alla resa dei conti? Siamo alla fine della cooperazione internazionale, del processo di globalizzazione, dell'armonia mondiale in nome dei vantaggi economici? Maronta non è così categorico. Siamo sicuramente di fronte a un momento storico chiave e di riequilibrio. Ci sono segnali di passaggio da situazioni globali a situazioni regionali limitate, ma anche segnali di necessaria collaborazione che non si interrompe. Il sistema, in realtà, con la globalizzazione era diventato troppo interconnesso per poter essere repentinamente smantellato e, d'altro canto, alcuni squilibri di potere geo-politico erano destinati ad essere affrontati. Quello che nascerà dopo, che sta già nascendo, sarà un mondo diverso e molto più complicato. Ma nessuno ancora sa come sarà, neanche Maronta. Figuriamoci noi.
L’autore è responsabile delle relazioni internazionali di Limes e quindi ,fra gli analisti della rivista, ricopre un ruolo di primo piano. Il fatto poi che, non ostante la giovane età, abbia insegnato geografia politica all’Univerità Roma 3, ne mette in evidenza la specifica preparazione geopolitica. Ciliegina sulla torta, ha insegnato anche relazioni internazionali alla scuola sottuficiali dell’Esercito a Viterbo. Fra il 2007 e 2013 ha collaborato col Ministero dell’Economia, per definire la posizione italiana nei negoziati dell’UE e ha curato la voce “neoliberismo” per l’Enciclopedia Treccani. Detto questo è opportuno precisare il fatto che Maronta ha sviluppato una particolare attenzione alla situazione dell’America. Nel libro si dice che l’America è e rimane la prima superpotenza militare, con le sue sette flotte, che grantiscono la persistenza dell’egemonia americana in qualsiasi angolo del mondo. Sul piano dell’economia, le dimensioni e la salute dell’economia americana sono del tutto evidenti, basti pensare all’andamento dell’indice azionario più significativo il S&P 500, che sta battendo ogni record, anche nella durata della “fase toro”. Leggi di più: https://gmaldif-pantarei.blogspot.com...