L’ananas no è l’atto di nascita di un nuovo detective più che mai improbabile eppure carico della profonda umanità di chi maneggia ogni giorno la pasta di cui noi umani siamo fatti. Con Manolo Moretti, Cavina dà vita a un grande personaggio, capace di infondere a questo giallo tutta l’autenticità, la malinconia e l’allegria delle nostre estati italiane. Ogni carattere ha la sua pizza e ogni pizza il suo questa è una delle poche certezze di Manolo Moretti, ex sovrintendente della polizia penitenziaria e ora pizzaiolo del Gradisca di Galatea a Mare, in Romagna. Moretti ci mette poco a capire se chi ha di fronte è un tipo concreto da Prosciutto e funghi, un esagerato Doppio salame piccante o un raffinato Bufala con basilico. Ma nemmeno il suo principale Vittor Malpezzi – che, ironia della sorte, è un ex pregiudicato – potrà mai convincerlo a preparare una pizza con l’ananas sopra. Nonostante i battibecchi tra Moretti e Malpezzi a proposito di frutta tropicale, le cose in pizzeria procedono a gonfie vele fino a che, proprio la sera in cui la cameriera Channèl, appassionata di true crime, si è presa ferie, succede qualcosa di la morte fa capolino tra i tavolini del Gradisca e i carabinieri devono aprire un’indagine. Nell’aria dolce della Romagna di fine estate, un delitto ci sta proprio come l’ananas sulla è un corpo estraneo, inquietante, incomprensibile. Ma non è così per la Channèl, per esempio, è entusiasta di poter finalmente avere a che fare con un vero crimine. E per Moretti, che ha un passato pieno di segreti e una singolare incapacità di tenersi lontano dai guai, potrebbe essere l’occasione per ammettere che quello dietro il forno delle pizze è un nascondiglio da cui deve trovare il coraggio di uscire.
Come giallo secondo me funziona fino ad un certo punto: in molti passaggi è macchinoso e il movente secondo me non sta in piedi. Per di più la scena finale alla "arrivano i nostri" è abusata, come anche il cliché dell'uomo tenebroso dal cuore tenero con un passato di fallimenti alle spalle che si lascia andare alla deriva. Tutto ciò premesso, la scrittura è dignitosa e l'ambiente romagnolo è accogliente, dai generosi fratelli Servadei, comunisti della prima ora, la lavapiatti Gina, il cuoco pakistano che guarda le soap opera in urdu, l'ufficiale dei carabinieri che non si dà le arie. Avevo voglia di uno svago e dentro le mura del Gradisca (ma anche per le strade di Galatea) sono stata bene.
Sono passato dalle atmosfere cupe e deprimenti della Norvegia di Anne Holt a quelle solari e positive dellla Romagna. Mi ci voleva, dopo la lettura di "Dodici cavalli". Cinematograficamente parlando è come passare da "Uomini che odiano le donne" (che è svedese ok) a "L'ispettore Coliandro".
Si tratta in entrambi i casi di gialli o thriller o come li si voglia chiamare ma nel caso scandinavo c'è una sorta di celebrazione del male che diventa protagonista assoluto, nel mondo emiliano il male è lì per essere affontato con ironia e strafottenza: "ci venisse un canchero" direbbe il protagonista Manolo Moretti.
Moretti è un anti-eroe che risulta subito simpatico, anche solo per una carriera lavorativa che l'ha portato dal ruolo di sovrintendente della polizia penintenziaria a pizzaiolo, circondato dal capo (un ex-pregiudicato) e da cuochi, camerieri, amici e clienti che vengono ben caratterizzati dall'autore: l'attenzione è suddivisa in parti uguali tra il vissuto dei protagonisti e gli eventi delittuosi.
Il racconto è intervallato da brevi momenti in un cui l'amico parroco si rivolge al figlio del protagonista con delle lettere spiegando i problemi lavorativi e le scelte difficili che hanno portato alla separazione e all'allontanamento.
Il clima spensierato del dream team di detective (cit.) viene poi interrotto sul finale quando due situazioni dolorose rimaste seminascoste vengono portate alla luce.
Per me sono 4 stelle meritate, in attesa del prossimo "episodio".
“… e poi ci sono posti che te ne puoi andare, ma loro non se ne vanno da te. A volte la catena è corta, che appena ti muovi la senti tirare. Altre volte invece è più lunga, te ne vai in giro come se fossi libero, finché non ti capita qualcosa e solo allora senti lo strattone e ti ricordi che sei legato. La catena è sempre lì.”
“... e poi ci sono posti che te ne puoi andare, ma loro non se ne vanno da te. A volte la catena è corta, che appena ti muovi la senti tirare. Altre volte invece è più lunga, te ne vai in giro come se fossi libero, finché non ti capita qualcosa e solo allora senti lo strattone e ti ricordi che sei legato. La catena è sempre lì.”
Consigliato se, più che un giallo veramente coinvolgente, ci si vuole immergere in un libro che trasuda Romagna da ogni frase.
Le riflessioni sullo scibile umano rapportate alla pizza sono una chicca che solletica le papille gustative, esattamente come il menù del Gradisca, fedelmente riportato nelle ultime pagine, che vi farà venire voglia di pizza!
L’ho comprato appena uscito, come ormai ormai faccio per tutti i libri di Cristiano Cavina. Anche questa volta però sono stata insieme premiata e sorpresa, perché Cavina scrive in modo sempre diverso. Non è di certo un autore che copia se stesso all’infinito una volta trovata la formula giusta. Al contrario esplora nuovi modi di narrare, sempre però con lo sguardo ruvido e insieme romantico del romagnolo Doc. Proprio come Manolo, il protagonista di questo ‘giallo’ che si legge d’un fiato e lascia orfani dei personaggi incontrati tra le pagine.
Dall'incipit, mi aspettavo di meglio. Intendiamoci, è un libro da ombrellone, ma che manco strappa la sufficienza; qui i problemi sono tanti: questo avrebbe dovuto essere un lavoro alla 'Nero Wolfe', in cui Moretti il pizzaiolo rimane nel suo angolo di quel mondo fluido che è il suo ristorante con la sua clientela. Un bravo osservatore, ma mai direttamente coinvolto, mentre gli altri portano avanti la propria indagine. Invece, già all'inizio abbiamo il morto per omicidio e il ristorante deve chiudere -e per quanto sia un evento temporaneo, toglie l'ambientazione principale e quindi l'identità del romanzo! Poi l'attenzione passa al Circolo dei Pescatori, che ruba più attenzione di quanto facesse il ristorante...Sì! Esatto: la fauna umana del Circolo è meglio strutturata e caratterizzata, anche a livello di interazioni col protagonista, di quanto lo sia il ristorante in cui vengono sciorinati nomi e volti ad una tale velocità da renderli figure indistinte, senza che nessuno abbia un peso emotivo. Poi arriva Channèl e...OMICIDIO! Così, de botto, senza senso. il morto era avanti con gli anni, non c'era una sola ragione che io lettore dovessi pensare ad un omicidio ma la brillante Channèl (altra figura di cartonato!) decide che era omicidio. E putacaso, DOPO i Carabinieri lo dichiarano omicidio. Partono le indagini personali di questo gruppetto squinternato, e il ristorante a quel punto, anche dopo la riapertura, diventa un fondale. I Carabinieri non fanno NULLA per fermare questi civili che stanno interferendo con le indagini, magari inquinando prove...macchissenefrega, ormai la storia è un delirio senza identità in cui il titolo del libro non c'entrava una mazzabubbù! Il cast è PIENO di personaggi, troppi personaggi! Si arriva al finale contenti di una sola cosa: che nonostante l'apparente formato è una storiella breve, da ombrellone nel senso che la si può leggere in semicoma digestivo dopo una scofanata di lasagne e cocomero, tanto non c'è nulla da capire o impegnarsi. L'autore ha scritto una decina di libri prima di questo, ma qui pare un esordiente totale perso nelle proprie idee.
Prima di dirvi la mia su questo libro, voglio fare una premessa: io ho comprato questo romanzo dopo aver visto un carosello su Instagram in cui veniva riportato il pezzo sulle ordinazioni tutte cambiate dai clienti e Moretti (il pizzaiolo) che dava risposte sagaci. Per questo mi aspettavo un giallo, sì, ma con la parte ironica molto più presente e preponderante, un po' alla "Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno." Errore di comunicazione?
Tenendo a mente, quindi, che questo non è il mio genere e che mi ero lanciata nella lettura con in mente tutt'altro, cerco di darvi la mia opinione più oggettiva possibile.
Mi sono piaciuti molto i personaggi che dal mio punto di vista sono reali, simpatici e caratteristici, non mi ha sorpreso che in parte provengano da conoscenze vere dell'autore. Ho empatizzato con quasi tutti loro, a eccezione di un paio per una problematica che vedremo dopo.
La Romagna è il punto cardine di questo romanzo, l'ambientazione la fa da padrona e io mi ci sono proprio immersa, mi sembrava di stare lì, riesce a venire fuori in tutto il suo splendore e dà quel tocco di simpatia che, appunto, avevo visto su Instagram.
Veniamo ai punti dolenti: secondo me il caso non è strutturato nella maniera migliore possibile. Spesso mi sono persa chi fosse un personaggio e chi fosse l'altro. È stato difficile sia tenere il filo, sia mettere insieme i pezzi. È per questo, infatti, che ho fatto fatica a capire alcuni dei personaggi: perché non riuscivo a ricordarmi chi fossero e cosa gli fosse successo. Una tra tutti, la cuoca. Insomma l'ho trovato un po' confusionario e senza lo spiego e finale, non ci avrei capito niente. Ora, in questo genere di romanzi lo spiegone finale è un topos ed è necessario e utile, ma non mi è piaciuto molto com'è stato gestito in questo caso.
Tirando un po' le somme: è una lettura piacevole per la maggior parte del tempo, ma mi sono persa in molti punti e l'indagine è passata in secondo piano, sono stata più portata avanti dai personaggi.
Un giallo romagnolo: così viene definito in copertina questo libro che per molti versi mi ha ricordato i gialli soft che leggevo da adolescente. Quei gialli cioè in cui la trama poliziesca-noir è davvero leggera e tutto il resto del libro è incentrato sui personaggi, sulle loro personalità, le loro battute, le loro stranezze. Quei gialli dove la Polizia fa poca presenza (e di poco spessore), dove i morti ammazzati fanno poco rumore e poca scena (niente sangue né violenza): insomma un piacevole giallo da leggere sapendo che regalerà alcune ore di svago, senza aspettative di suspense o di logiche criminali capaci di creare improvvisi e arzigogolati colpi di scena. Qui è tutto molto semplice e lineare e le pagine scorrono a suon di cancheri e patacche; filano via tra pizze e tortellini, tra Ape Car con il motore elaborato e pizzaioli e cameriere che svolgono le indagini. Il protagonista è, per l'appunto, un pizzaiolo, che però prima era nella polizia penitenziaria; il suo datore di lavoro è invece un ex-malvivente che è stato un suo ex-detenuto, ma che in fondo è una brava persona; i camerieri e aiuti cuochi della pizzeria-ristorante sono quanto di più vario, tra piccoli manigoldi, vecchiette che fumano come ciminiere, pakistani di estrema saggezza eccetera. Tutta una fauna interessante, ma forse un po’ troppo banale e scontata, con un buonismo che risulta un po’ stucchevole. Il libro, comunque, si lascia leggere con facilità e lascia un ricordo tutto sommato piacevole, forse anche perché ricorda appunto l’adolescenza e la spensieratezza di certi ambienti “puliti” del passato, dove anche il crimine era qualcosa di più semplice e meno spaventoso di quello che invece ci circonda oggi. Tre stelle.
L'ex sovrintendente di polizia penitenziaria Manolo Moretti, lavora come pizzaiolo in un ristorante di proprietà di Vittor Malpezzi. Al Gradisca, questo il nome della pizzeria, in un ipotetico paese in Romagna, sembra di vivere in una barzelletta, visto che Vittor è un ex pregiudicato che sembra abbia deciso di farla finita con il crimine. I due uomini, scontrosi e orgogliosi, si affrontano a colpi di battute e occhiatacce, ma tra quelle dispute, traspare il rispetto che entrambi provano l'uno per l'altro. Moretti ha una repulsione per l'ananas, nel senso che quando gli arriva la richiesta di infornare una pizza con l'ananas, si rifiuta categoricamente, niente e nessuno potrà convincerlo. Oltre a questo, ha il dono di saper abbinare il tipo di pizza alle persone, a seconda di come le vede, eleganti, volgari, sole, tristi, lui sa quale pizza sceglieranno. In questo contesto insensato, la storia si sviluppa attorno a una morte che avviene in pizzeria. Un anziano cliente, al tavolo con la sua badante, si accascia con la testa nella pizza. Accorrono tutti i curiosi inorriditi, le ipotesi fantasiose si rincorreranno, fino a quando il fatto verrà catalogato come omicidio. La cosmopolita compagnia del Gradisca, tra cameriere appassionate di crime e personaggi a dir poco surreali, con il Moretti al comoando, proveranno a fare luce sull'evento. Dialoghi molto divertenti tra i vari personaggi, tutti strampalati e inverosimili, anche per la splendida terra romagnola. Un libro leggero dove la storia investigativa non coinvolge.
Ho assaporato e divorato questo giallo romagnolo pagina, dopo pagina. La trama scorre via liscia e i personaggi sono davvero meravigliosi ed autentici. Apparentemente distanti l’uno dall’altro, sono in toto una vera grande famiglia allargata. Manolo Moretti, ex sovrintendente della polizia penitenziaria stende e inforna pizze al ristorante Gradisca di Galatea a Mare, nella riviera romagnola. Sa che ogni carattere ha la sua pizza e ogni pizza il suo carattere, capisce se un tipo è un esagerato da doppio salame piccante, un tipo concreto da prosciutto e funghi o magari un tipo raffinato da bufala e basilico. È il tipico patacca romagnolo che nasconde i suoi veri sentimenti dietro alla maschera di chi ha sempre la battuta pronta. Una sera però avviene qualcosa di eccezionale: la morte fa visita al Gradisca e i Carabinieri sono costretti ad aprire un’indagine. Nell'aria dolce e festaiola della Romagna di fine estate, un delitto ci sta proprio come l'ananas sulla pizza: è un corpo estraneo e inquietante, quasi incomprensibile. Cavina dà vita ad un detective improbabile e scalcagnato, incapace di tenersi lontano dai guai e carico di una profonda umanità, che cerca di uscire dal purgatorio che si autoinfligge tutti i giorni per via del suo passato. Manolo Moretti, la Chanel, i fratelli Servadei, la Sabri e tutti i personaggi di questo giallo, donano al lettore una vera boccata di Romagna e di estate italiana. Parola di romagnolo.
Contiene SPOILERS - Non male l'idea di mescolare il giallo con l'humor e il passato di Moretti ma un po' troppo tirata per le lunghe. I personaggi attorno a Moretti sono macchiette, senza vera caratterizzazione. E poi, beh, l'assassina che è l'immigrata ex prostituita che manco è riuscita a rifarsi una vita come infermeria perché innamorata di un delinquente: dai, no. Da romagnola ho sorriso per i termini di italiano regionale e l'ambientazione, ma mi chiedo quanto questo aspetto sia capito da chi non è romagnolo.
C'è un cuore enorme che batte in questo romanzo brillante che pennella una Romagna tanto sopra le righe quanto vera in ogni sfumatura. Cavina permette al lettore di respirare l'aria autentica della Romagna: scanzonata, smargiassa e piena di contraddizioni. A prescindere dall'indagine, che riunisce gli intenti e tiene in riga i protagonisti, la scrittura - semplice e schietta, divertente e profonda, a tratti commovente - rapisce il lettore, lo bistratta e lo coccola fino alla fine.
Un giallo non solo giallo. Una lettura intrigante, divertente, da romagnola l’ho apprezzato davvero molto. Moretti, il protagonista, è un personaggio alternativo, come tutti gli altri personaggi del romanzo, dal passato in netto contrasto con il presente. Senz’altro consigliato per queste calde giornate.
Ok, magari sarò di parte in quanto romagnola... Ma questo romanzo è gradevolissimo! Impossibile non affezionarsi ai personaggi (e sono tanti) tutti caratteristici, un po' bislacchi, ma assolutamente credibili e possibili in una terra come la nostra. Veramente una bella lettura, merita un seguito (o magari più d'uno!).
Giallo semplice, ma scritto in maniera simpatica, riguardante un decesso che avviene all’interno della pizzeria… in un primo momento sembrerebbe dovuto agli ingredienti della pizza, ma si scoprirà che dietro c’e’ ben altro…. Riguardo al titolo: l’ananas sulla pizza viene preso come riferimento in vari discorsi
Giallo coinvolgente, che si riscatta nelle pagine finali dopo uno svolgimento un po’ lento e pieno di neologismi romagnoli che, se da un lato danno autenticità al contesto, dall’altro risultano stucchevoli (se non proprio ostici) alla lunga, inasprendo la lettura senza motivo. Comunque un buon giallo: 3.5/5
Ammetto che inizialmente lo stile di scrittura mi ha un po' disorientato ma poi ho iniziato ad apprezzarlo e a dargli un senso. Ho adorato i personaggi con cui mi è parso di lavorare, cantare e ridere e indagare. Un giallo originale che ho letto tutto d'un fiato! Lo consiglio agli amanti dei polizieschi all'italiana come quelli di Camilleri.
Giallo semplice e scorrevole. Carino, ma mi aspettavo qualcosa di più dalla trama (un po' troppo semplicistica). Comunque lo consiglio agli amanti del genere.