Irene preferirebbe stare su una tela, fissa per sempre in un punto, senza doversi muovere, gestire, vivere. Ferma, come un’opera d’arte, che ha un suo valore e lo racconta senza vincoli. E invece lei vaga, priva di una cornice che delimiti le sue paure e le sue difficoltà a sentirsi parte del mondo. Domande buone non se le sa porre, ma non cessa di dialogare con l’antico, interrogando i miti nella speranza di sciogliere la sua disordinata matassa. Instancabilmente alla ricerca di un Teseo che la porti via dalla sua terra.
Recensione a cura di Strana Family Book Blog. Senza Cornice è un romanzo disturbante. Ma di quel disturbo necessario, che ti scava dentro senza chiedere permesso. All’inizio sembra una storia che scorre tranquilla: una donna, una malattia, relazioni complicate… Ma piano piano, senza accorgertene, ti entra sotto pelle. E quando arrivi alla fine, ti rendi conto che sei completamente immersa. E che non ti lascia indifferente. È un romanzo che non addolcisce nulla. Non ti dice che la vita è bella. Non ti illude. Non ti consola. Ti sbatte in faccia la verità così com’è: nuda, ruvida, spesso scomoda. Non cerca di farti sentire meglio. Ti fa sentire vera. Ti mette a disagio. Ti chiede di fare i conti con ciò che sei. È un libro che fa anche male, perché, volente o nolente, ti costringe a guardarti dentro. In Irene, Emma, Augusto… c’è qualcosa di ognuno di noi. Non serve aver vissuto le loro stesse esperienze. Basta aver provato fragilità, contraddizioni, confusione, il bisogno di fuggire da sé stessi o la paura di restare soli. E non a tutti piace questo tipo di lettura. Perché Senza Cornice non ti offre soluzioni. Ti mostra il disordine. Ti dice che non sempre si guarisce. Che a volte si sopravvive e basta. È un romanzo cristallino, diretto, a tratti spietato. Un romanzo che non si legge: si affronta. E che, volente o nolente, ti resterà addosso.
Appena ho iniziato questo libro, ne sono stato subito rapito: la narrazione scorre con naturalezza, i personaggi sono ben delineati e la storia sembra prendere il volo sin dalle prime pagine. Attraverso la protagonista Irene e la sua amica, intraprendiamo un viaggio intenso e introspettivo che invita a riflettere su molti aspetti della vita
La vicenda è ambientata a Roma e offre numerosi spunti culturali, soprattutto legati alla mitologia, che la protagonista utilizza spesso come termini di paragone. I personaggi risultano curati nei dettagli, e la suddivisione in capitoli brevi rappresenta, a mio avviso, un grande punto a favore.
Un aspetto meno convincente è forse la presenza di troppi riferimenti culturali e di alcune informazioni che rimangono fini a se stesse, rallentando talvolta la narrazione e portando il lettore leggermente fuori pista. Inoltre, lo stile alterna momenti di linguaggio semplice ad altri più articolati, creando qualche discontinuità.
Naturalmente queste sono opinioni personali. Nel complesso, il libro è eccellente e lo consiglio.
Questo libro mi ha dato una sensazione strana, difficile da spiegare. Senza cornice non cerca di piacere, non ti viene incontro, resta lì, un po’ scomodo, come certi pensieri che tornano quando non sei distratta da niente.
Irene vorrebbe fermarsi, non perché non abbia desideri, ma perché muoversi fa male. Vivere fa male. L’idea della cornice mi è rimasta addosso: il bisogno di avere un limite, una forma, qualcosa che dica “ecco, sei qui, questo è il tuo posto”. Lei quel posto non lo sente, e per questo continua a cercarlo altrove, anche nei miti, anche in storie antiche che forse reggono meglio di lei.
Non è un libro che spiega, e nemmeno che consola. A volte sembra perdersi, proprio come la protagonista. Ma forse è questo il punto, non sapere fare le domande giuste e continuare comunque a parlare, a cercare qualcuno che ti porti fuori dal labirinto. È uno di quei libri che non finiscono quando chiudi l’ultima pagina.📖