Trent'anni, un inverno difficile e la sensazione di non andare da nessuna parte: "Mi sentivo senza forze, sperduto e sfiduciato. Soprattutto non scrivevo, che per me è come non dormire o non mangiare". Così Paolo Cognetti ricorda la crisi che l'ha portato a lasciare Milano e trasferirsi per una lunga stagione in una baita di montagna, in cerca di un nuovo inizio. Le letture di Thoreau e Rigoni Stern, l'esplorazione del mondo selvatico, il rapporto con la solitudine, l'incontro e poi l'amicizia con i montanari, nel diario di un'autentica avventura esistenziale che ha ispirato tanti lettori.
Il solito Cognetti, scritto bene, tempi giusti, un diaro che ti rilassa e ti porta nel luogo dove è stato scritto. Sempre un piacere addentrarsi nei racconti di Paolo.
Costellazioni di solitudini. La mia idea di fine settimana (con qualcosa in più). Cognetti apre le porte alle sue montagne, quelle più intime, e alle vite, umane e animali, che ha incontrato nel suo percorso: Remigio, Gabriele, gli inquilini dei rifugi, i caprioli e le marmotte, i boschi e fantasmi di villaggi che non esistono più. Così il quaderno di montagna è un viaggio sia per evadere dai propri mostri, una fuga impossibile poiché anche lontano dalle proprie città di pianura non ci si riconcilia mai con la propria solitudine, nonostante le nuove abitudini che lo stile di vita della baita impone (l’orto selvatico, accendere un fuoco, la fatica, il freddo) sia nella nostalgia per un passato che non è mai esistito, in una leggendaria età dell’oro dei personaggi. I giorni non conoscono orologi, solo l’incedere lento delle stagioni, il morire del giorno allo spegnersi dell’ultima candela, l’odore di zuppa di cipolla, lana umida e fumo di legna.