Comprato al buio senza averlo mai sentito nominare, leggiucchiando la quarta di copertina alla fine mi ha lasciato perplesso, non deluso, la trama è originale e intrigante, ma perplesso.
Giovanni è un giornalista alle prime esperienze come free lance per una rivista di nicchia, molto sciccosa ma non altrettanto redditizia tanto da pagare in sneaker firmate, in una Milano iper frenetica e all’ultimo grido dove chiunque è minimo Ceo di una start up anche se vive in un sottoscala. Viene inviato a Roma, che conosce pochissimo, per l’intervista impossibile a un famoso regista, osannato per un film - America latrina, - di cui finisce per frequentare l’ispiratore, Barry, una sorta di viveur d’altri tempi, un imbonitore bonaccione nostalgico dell’America anni 70 a bordo di una vecchia Rolls Royce. Vive al “Paradiso” sul litorale laziale, una sorta di resort rifugio per un gruppetto bislacco di reduci della Roma felliniana diventata nel tempo la Grande bellezza di Sorrentino e Barry è il loro Jep Gambardella. Il Paradiso è rimasta un’oasi di verde ancora incontaminato con accanto una spiaggia pubblica stile Coccia di morto, un posto dal tempo sospeso per inguaribili nostalgici di un'altra epoca. Il soggiorno di Giovanni da poche ore si prolunga di giorno in giorno, attratto da un luogo dove sono le relazioni umane, strampalate quanto si vuole ma umane, a prevalere, gli smartphone hanno poco campo e solo i camerieri filippini seguono gli influencer del momento.
Grottesco e sgangherato fa ridere e sorridere in più di una occasione ma si capisce che questo Paradiso non può durare in eterno e un finale amaro e inaspettato visto il contesto ne chiude la parabola. Tre stelle dubbiose, da giudizio in sospeso