Enzo Marco Biagi è stato un giornalista, scrittore, conduttore televisivo e partigiano italiano. È stato uno dei volti più popolari del giornalismo italiano del XX secolo. (fonte: Wikipedia)
Enzo Biagi(Italian pronunciation: [ˈɛntso ˈbjaːdʒi]) was an Italian journalist, writer and former partisan. (source: Wikipedia)
E’ del 1976 ma tutto sommato non li porta male i suoi 45 anni, ogni tanto si fanno sentire (“i gay e il loro amaro destino”), ma Biagi non indulge mai al moralismo, guarda la società, registra, sorride e passa avanti. Più marcata è la fascinazione per la Storia che come testimone oculare della Guerra terminata solo da 30 anni ha vissuto in prima persona, e per le storie che il giornalista ha potuto raccogliere di prima mano, intervistando i “mostri” del nazismo. Siamo negli anni ’70, la rappresentazione della DDR ha tratti molto più empatici di quanto riservato alla Bundes Republik (dove non ci fu mai una vera caccia al nazista, anzi – e questo deve avere influito molto sulle storie da raccontare). Biagi oscilla tra miserie umane e alti profili, con una abilità che gli consente di evitare il ridicolo. Biagi scrive con uno stile tutto suo, che non è invecchiato. Anzi, è stato parecchio copiato. Lo storytelling quando si chiamava ancora giornalismo.
In questo suo diario di viaggio-resoconto del 1976, Enzo Biagi trattava svariati temi percorrendo scenari geografici ed umani delle due Germanie ormai lontanissimi nel tempo, quando la riunificazione non era ancora nemmeno lontanamente pensabile. Molti racconti sono interessanti, dal processo di Norimberga alla vita nella Berlino Est di quegli anni. Mi ha sorpreso però in senso negativo la sua inequivocabile simpatia che, iniziata a manifestarsi dando una certa aura romantica alla estrema sinistra tedesca e persino alle azioni scellerate della RAF, finiva poi per tessere un elogio totale della DDR -purtroppo anche con alcune cadute di stile (come si può scrivere che "i giovanotti dell'armata rossa (a Berlino) non avevano guardato troppo per il sottile né ai rapporti con le donne né ai contatti con le cose"??!! Oppure, dopo aver descritto bene e persino con partecipazione l'orribile bombardamento di Dresda del 13-14 febbraio 1945, mettersi a dire che era servito per alimentare opposte propagande (la disputa sul numero reale delle vittime)??!!) Interessante anche il racconto di Biagi sui dissidenti della DDR; ma nonostante anche questo, non si capisce come poi l'autore continui imperterrito a tessere l'elogio di essa. Se andava tutto così bene, come mai ci fu la rivolta del 17 giugno 1953? Perché la cita solo "en passant" senza soffermarsi neanche un attimo ad analizzarla? Verrebbe da dire- con tutto il rispetto per il defunto - che negli anni 70 fecero più danni gli intellettuali e l'intellighenzia come lui che le pistole dei terroristi.