Enzo Traverso, classe 1957, è storico e saggista, esperto della Shoah e di totalitarismi.
Tra le sue pubblicazioni vi sono La violenza nazista. Una genealogia. Il Mulino (2002); Il totalitarismo. Storia di un dibattito. Mondadori (2002).
Ha curato Insegnare Auschwitz. Questioni etiche, storiografiche, educative della deportazione e dello sterminio. Bollati Boringhieri (1995).
Con Marcello Flores, Marina Cattaruzza e Simon Levis Sullam ha scritto l’opera monumentale in 10 volumi: Storia della Shoah. UTET (2019).
Dal 1985 si è trasferito in Francia, ove ha insegnato a Parigi all’Ecole des hautes études en Sciences sociales e all’Université de Picardie. È attualmente docente alla Cornell University, a Ithaca, New York.
La posizione di Traverso è esplicita sin dall’introduzione: “Ho cercato di scrutare con occhio critico il dibattito politico e intellettuale che la crisi di Gaza ha suscitato, esaminando il grumo di storia e memoria che la avvolge. In breve, una riflessione critica sul presente e su come la storia viene chiamata in causa per interpretarlo. La questione è vasta e meriterebbe molto di più di queste note scritte in fretta, ma c'è urgenza […] Tutti hanno compreso che questa guerra segna una svolta, non solo per le sue conseguenze ma per quello che i palestinesi e gli israeliani rappresentano agli occhi del mondo. Questa vicenda, tuttavia, appartiene al presente e non siamo ancora in grado di scriverne la storia […] Per il momento, possiamo soltanto riflettere sugli usi pubblici del passato che l'accompagnano, sull'aiuto che la storia può fornirci per scrutare il presente e sulle strumentalizzazioni, spesso discutibili e talvolta ignobili, di cui è oggetto”.
La voce di Traverso si pone "fuori dal coro" rispetto ai governi e alla maggior parte dei mass media occidentali, quelli che alla distruzione di Gaza hanno fornito e forniscono quotidianamente una opportuna “scorta mediatica”, per citare una definizione efficace coniata da Raffaele Oriani, giornalista che l’ha usata nella sua lettera di dimissioni dal quotidiano “La Repubblica”.
Lo storico rifiuta di far partire il contatore della storia dal 7 ottobre 2003, data dell’attentato compiuto da Hamas - di cui sottolinea l’intento terrorista e su cui esprime inequivocabile condanna - ma lo inquadra in un contesto che in Occidente è spesso colpevolmente taciuto o banalizzato: quello della occupazione militare israeliana, esercitata da decenni con ferocia, con crudeltà, ricorrendo a mezzi squisitamente terroristici: “Dopo il ritiro di Israele nel 2005, la striscia di Gaza ha subito continui attacchi da parte di Tsahal che hanno causato migliaia di morti: 1.400 nel 2008 (di fronte a 13 israeliani), 170 nel 2012, 2.200 nel 2014. Il 30 marzo del 2018, una grande manifestazione pacifica contro il blocco della striscia si è conclusa con un massacro: 189 morti e 6.000 feriti. Nel 2023, tra il primo gennaio e il 6 ottobre, Tsahal aveva già ucciso 248 palestinesi nei territori occupati e ne aveva arrestati 5.200. Tra il 2008 e il 6 ottobre 2023, Tsahal ha ucciso più di 6.300 palestinesi, di cui oltre 5.000 a Gaza”, scrive, citando dati delle Nazioni Unite.
A fine gennaio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha “lanciato l’allarme sul rischio di genocidio nella striscia di Gaza”.
Cosa è tecnicamente un genocidio?
Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite del 1948, il genocidio si verifica quando sono compiute azioni "con l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale", attraverso "a) uccisione di membri del gruppo; b) lesioni gravi all'integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; d) misure miranti a impedire nascite all'interno del gruppo".
Sulla scorta di questa definizione alcuni tra i principali esperti mondiali (tra cui Raz Segal, secondo cui quel che sta accadendo a Gaza è “un caso di genocidio da manuale”, e Dirk Moses) si sono espressi in modo univoco: a Gaza è in corso un genocidio.
Nella enclave palestinese “una potentissima e sofisticatissima macchina bellica sta metodicamente eliminando un insieme di centri urbani abitati da quasi due milioni e mezzo di persone. È una distruzione a senso unico, continua, inesorabile”.
In chiave storica quanto è sotto i nostri occhi è una declinazione dell’”orientalismo” occidentale, della dicotomia che serve all’Occidente per definirsi in contrapposizione ad un oriente barbaro, non civilizzato: un aggiornamento dei parametri alla base del colonialismo.
L’autore denuncia l’uso strumentale dell’accusa dell’antisemitismo, usata per screditare chi si oppone alla politica del governo israeliano, riportando il paradosso degli intellettuali, degli studenti ebrei antisionisti tacciati di antisemitismo, e di come dietro la bandiera di un dichiarato contrasto all’antisemitismo si raccolgano movimenti dichiaratamente xenofobi, eredi diretti di quelli che contribuirono alla Shoah.
E riflette sull’uso storico della violenza, degli oppressori e degli oppressi, sul suo ripudio, sulla zona d’ombra in cui scorrono le figure del combattente e del terrorista, spesso coincidenti e contrarie, nell’immaginario, a seconda dei punti di vista di chi narra le vicende, o di quella stessa ipocrisia di chi invoca i diritti umani per dare legittimità alle “guerre umanitarie” e adopera doppi standard quando le violazioni del diritto internazionale a seconda del fatto che vengano compiute da paesi considerati amici o meno.
Nelle conclusioni, tramontata l’ipotesi dei “due popoli / due Stati” dopo il fallimento degli accordi di Oslo, l’annessione di Gerusalemme Est, la politica di insediamenti illegali in Cisgiordania, la distruzione di Gaza, Traverso vede in una entità “binazionale”, o federata, ma unica, che unisca i due popoli, l’unica possibilità per sanare in futuro davvero la ferita sanguinante di un conflitto che ha già sconvolto esistenze di molte generazioni. E avverte: “…Se la guerra a Gaza dovesse concludersi con una seconda Nakba, la legittimità di Israele sarebbe definitivamente compromessa. In tal caso, né le armi americane, né i media occidentali, né la ragion di stato tedesca, né la memoria distorta e oltraggiata della Shoah potranno riscattarlo”.