Nel 1889 De Roberto, dando alle stampe questi suoi racconti, avvertiva il gusto un po' da cancelleria del titolo, Processi verbali: «un titolo un po' curialesco». Titolo che aderiva all'intenzione di dare una prova di verismo radicale, essendo un processo verbale «relazione semplice, rapida e fedele di un avvenimento svolgentesi sotto gli occhi di uno spettatore disinteressato». Il risultato della prova - queste novelle, di una brevità e crudeltà alla Maupassant, ognuna delle quali inscena vincoli umani e situazioni da tortura, - piacque a Brancati, che vi vedeva (nella sua tesi di laurea) dei piccoli capolavori per «l'espressione nuda e semplicissima della potenza narrativa». E piacque, si può oggi aggiungere, perché - com'è destino di ogni realismo radicale, di convertirsi nel suo contrario - in queste trascrizioni di pezzi di vero si specchia in effetti il nichilismo derobertiano: la realtà come illusione, la vita sberleffo dei vinti, la storia vuota di ogni senso.
In uno stile che privilegia il dialogo alla pura descrizione (da cui il titolo), De Roberto, in questa raccolta di novelle, pone alla nostra attenzione il sempiterno contrasto tra buoni e cattivi sentimenti, tra egoismo e altruismo, tra persone che privilegiano la via del cuore e coloro che esternano solo un'indole calcolatrice e fredda, tra chi condiscende ciecamente ai valori imperanti e chi sembra porli in discussione per cercarne di propri. Molto significative soprattutto la prima (Il rosario) e quella dedicata al personaggio del "selvaggio" Lupetto.
Un altro libro, un'altra chicca di storie brevi che raccontano del popolo siciliano nel modo più impietoso, che raccontano della miseria e della perdita della dignità -che ci manchi fin dalla nascita o che la si perda per i più futili motivi. Queste non sono storie di riscatto, sono storie di vite senza scampo.