Incipit: Sul finire del 2017, e del mio quarantesimo anno di vita, partii con alcuni compagni per la terra di Dolpo, un altipiano nel nord-ovest del Nepal dove avremmo superato passi oltre i cinquemila metri, viaggiando a piedi per circa un mese lungo il confine tibetano. Il Tibet era una meta che non si poteva raggiungere, e non per questioni di frontiera: invaso dall’esercito cinese nel 1950, devastato tra gli anni Sessanta e Settanta dalla furia della Rivoluzione culturale, e infine inesorabilmente colonizzato dalla nuova Cina capitalista, quell’antico regno di monaci, mercanti e pastori nomadi semplicemente non esisteva piú.
La prima sensazione è stata andarmi a rileggere l’incipit di Nelle foreste siberiane di Sylvain Tesson:
Mi ero ripromesso che prima dei quarant’anni avrei vissuto da eremita nei boschi.
Sono andato a stare per sei mesi in una capanna siberiana, sulla sponda del lago Bajkal, all'estrema punta del capo dei Cedri del Nord. Il primo villaggio e a centoventi chilometri di distanza, non ci sono vicini, nessuna strada di accesso. Di tanto in tanto una visita. D’inverno temperature di meno trenta gradi, d’estate gli orsi in riva al lago. Insomma, un paradiso.
In entrambi i casi ci sono i 40 anni come ideale linea di confine, la fuga dal mondo occidentale, il viaggio e la fatica per scoprire qualcosa di più di noi stessi.
Quello di Cognetti però è un resoconto iper-condensato senza particolari picchi.
Resta la sua passione per la montagna unita ad una scrittura come sempre evocativa.
Ma è palesemente un’opera di transizione, per riempire uno spazio, tirata via.
For fanatics only. [60/100]