Dopo “Rituali quotidiani”, Mason Currey decide di occuparsi soltanto di artiste donne, spaziando dal Settecento ai giorni nostri. Centoquarantatré fra scrittrici, pittrici, attrici, fotografe, cantanti, musiciste…vengono presentate e inserite in tredici diverse sezioni, soddisfacendo abbondantemente il nostro desiderio un po’ voyeuristico di conoscere i dettagli del loro modo di lavorare, ma anche con attenzione alle difficoltà dovute alle incombenze tradizionalmente attribuite al femminile: cura dei figli e della casa (e gestione di mariti spesso ingombranti).
Esemplare il caso di Clara Schumann che, nonostante gli impegni domestici, la cura di otto figli, e il divieto di suonare impostole dal tirannico marito, “tenne almeno centotrentanove concerti in pubblico, testimonianza della sua disciplina e della sua tenacia.”
Naturalmente uno spazio privilegiato è dedicato ai rituali quotidiani e alle dichiarazioni personali che testimoniano le singole e differenti sensibilità.
Nina Simone: “Qualunque cosa fosse quella che succedeva là fuori, sotto quelle luci”, scrisse, “veniva soprattutto da Dio, e io ero solamente un punto sulla linea lungo cui egli avanzava”.
Diane Arbus: “Una fotografia è un segreto che parla di un altro segreto”.
Olivia Butler: “La sua giornata lavorativa consisteva nel “leggere libri, sedermi con lo sguardo fisso, o ascoltare audiolibri, musica o chissà che altro… E poi ad un tratto comincio a scrivere come una furia”.
Elizabeth Bishop: “Quando veniva posseduta dall’idea per una poesia, la portava avanti finché poteva, e poi magari dei frammenti rimanevano in attesa di essere completati per un tempo interminabile”.
Marta Graham: “Danzare, disse, significa permettere alla vita di usarti intensamente”.
Dorothy Parker: “Tutto ciò che non è scrivere è divertimento”.
Grace Pailey: “ L’arte deriva da un costante tormento mentale, dichiarò, da una fissazione”.
Susan Sontag: “Non si è mai abbastanza soli per scrivere. Penso che scrivere sia come stare dentro una mongolfiera, una navicella spaziale, un sottomarino, un armadio, è come andare altrove, dove non c’è gente, per concentrarsi davvero e sentire la tua voce.”
Virginia Woolf, a suo dire torturata dallo scrivere come Flaubert, “per gran parte della sua vita si attenne a una routine che prevedeva il lavoro dalle dieci alle tredici, e teneva un diario in cui registrava la sua produttività e si rimproverava per le giornate in cui non riusciva a tenere il ritmo”.
Jane Campion: “Quando stava cominciando a lavorare alla sceneggiatura di Lezioni di piano, del 1993, Jane trascorse una settimana crogiolandosi nello stato d’animo della storia e nella mentalità della protagonista, a volte arrivando anche alle lacrime”.
Elena Ferrante: “Scrivo quando ne ho voglia. Raccontare mi costa fatica. Ciò che accade ai personaggi accade a me, i loro buoni e cattivi sentimenti mi appartengono. Dev’essere così, altrimenti non scrivo.”
John Didion: “ Un’altra cosa che ho bisogno di fare, quando sono vicina alla conclusione di un libro, è dormirci in camera assieme.”
Sarah Bernhard: “C’era qualcosa che sembrava ardere in lei ma che al tempo stesso non la consumava. Più faceva, più trovava ispirazione”.
E poi ci sono le particolarità e le stranezze di ciascuna.
È il caso di Maria Sol Escobar (Marisol), pittrice e scultrice, celebre per passare ore e ore ai party “in silenzio su una sedia senza muovere un muscolo”; erano eventi a cui partecipava solo per rilassarsi, “perché è alquanto deprimente essere così profonda per tutto il giorno”.
Isak Dinesen (Karen Blixen) affermò: “Promisi l’anima al diavolo e lui in cambio mi promise che, da quel momento in poi, ogni mia esperienza si sarebbe trasformata in racconto”.
Louisa May Alcott, che scriveva furiosamente, aveva un cuscino che indicava il suo umore (proprio come Jo): “Se il cuscino era messo in verticale, la famiglia era libera di disturbarla. Se era steso, invece, dovevano muoversi con passo leggero ed evitare di interromperla.”
Madame di Deffand, amica e corrispondente di Voltaire, nonché animatrice del celebre salotto parigino “detestava in modo particolare rimanere da sola la sera. Quando finalmente i suoi visitatori tornavano a casa e i domestici si ritiravano, scriveva: “…mi lasciano a me stessa. E non posso essere in mani peggiori.”
Una lettura che soddisfa tutti i curiosi dell’arte, affascinati soprattutto dai modi in cui i processi creativi si manifestano nelle diverse personalità che sono misteriosamente chiamate a incarnarli.
(3,5- il difetto sta nella sovrabbondanza che tende a livellare e confondere).