Un’ultima notte da leoni con gli amici di sempre, una soltanto. Cosa può esserci di male? E invece il notaio Ranò, facoltoso borghese romano, si ritrova in cella, e poi davanti a un magistrato. E la verità viene fuori. Non solo il racconto della folle serata in cui è naufragata la reunion, ma, come un fiume in piena, la confessione di una vita, delle avventure di un ragazzo e del suo eterogeneo drappello di compagni. Con al centro di tutto lui, il grande amico che ce l’ha fatta, Marco Bonetti, famoso regista finito con lui in carcere… Nella “confessione” di Ranò si dipana così un percorso di formazione illuminato da una grande amicizia maschile, tra catastrofi sentimentali e bravate al limite del decoro, vacanze sbagliate e meravigliose, giri in motorino nel gelo di una Roma vissuta e amata. Come abbiamo perso di vista i sogni di quando eravamo giovani? Qual è il confine tra adolescenza e vita adulta, tra possibilità e rimpianto, tra successo e tradimento? E quando è troppo tardi per capirlo? Per la prima volta Giovanni Floris racconta la realtà con gli strumenti del narratore, tessendo immaginazione ed esperienze nella trama di un romanzo scanzonato e commovente. La storia del notaio Ranò e del regista Bonetti è infatti anche la storia della sua generazione, i ragazzi degli anni ottanta: quelli del riflusso, della televisione commerciale, del pentapartito, del crollo delle ideologie mondiali. Ma anche quelli, forse gli ultimi, che hanno vissuto l’adolescenza come un periodo magico e pieno di possibilità, con l’idea di potercela fare, contando solo sulle proprie forze.
Floris sicuramente ha una scrittura scorrevole e interessante e questo libro descrive la vita di ragazzi quasi miei coetanei, ci ho ritrovato film, libri, musica, scenari che mi hanno riportato ai miei anni 80 e 90. Probabilmente non sono riuscita a dare la quarta stella perché in fondo il protagonista ed i suoi amici sono maschi e Floris non è riuscito a coinvolgermi nel concetto di amicizia tutto maschile che permea il libro.
La scrittura è fluida, ironica, e ci si trova spesso a fare delle sane risate. L’opera però contiene un problema esistenziale di fondo: come abbiamo perso di vista i sogni di quando eravamo giovani? È la domanda di base e lo scopo del libro è quello di riportarci un po’ tutti su quel “confine”.
Mi sono divertita molto a leggere questo libro, e il motivo principale è stato che il confine di Bonetti mi ha fatto fare un tuffo nel passato, nella musica che amavo, nei ricordi adolescenziali e nelle avventure che ancora oggi rimpiango. Lettura davvero piacevole, che vi farà venir voglia di riascoltare gli Spandau Ballet.