Bellissimo.
Ecco, non credo di dover dire altro.
Bellissimo.
Io di solito non riesco a sintetizzare ma volendo avere la versione spiccia della mia opinione posso dire solo quanto sopra.
Dovendo spiegare, comincerei col dire che, innanzitutto, ho un amore di lunga data con il ciclo arturiano, da quando da piccola avevo trovato in biblioteca una serie di libri che ne narrava le vicende da diversi punti di vista, libri di cui purtroppo non ricordo il titolo. Negli anni le vicende di Artù, dei suoi cavalieri e delle sue dame sono sbucate in molte mie letture e non c’è quindi da stupirsi se quando ho scoperto che ne esisteva una rielaborazione di Tolkien l’ho comprata senza pensarci nemmeno un attimo.
Faccio dunque ora alcune precisazioni: La caduta di Artù non è in prosa, ma è un poema allitterativo. Ora, mi si domanderà che cos’è il metro allitterativo e io vi risponderò che sembra interessantissimo, ma che non è il mio campo e che una breve spiegazione su questa tecnica compositiva viene fornita alla fine del libro. Ovviamente, essendo una pubblicazione postuma di Tolkien curata da Christopher, il volume si avvale di tutto ciò che si può inserire a margine del testo principale e si ha dunque che il poema in sé occupa una piccola parte del libro e che la parte più corposa è costituita da:
- una prefazione di Christopher
- una prefazione del traduttore (Sebastiano Fusco)
- note esplicative al termine del poema (non a pié di pagina, che per me è sempre un po’ scomodo, ma vabbè)
- una sezione piuttosto estesa sulla cronologia dello sviluppo del poema e su come doveva finire
- una sezione sulle fonti del mito arturiano che probabilmente ha usato Tolkien
- una sezione sui legami della leggenda arturiana col Silmarillion
- un’appendice di spiegazione sul metro allitterativo
- un’appendice sull’old english
- una postfazione di Gianfranco de Turris
- forse sto dimenticando qualche altra sezione ma ora non ho il libro sotto mano
Ecco, tutte queste sezioni sono interessantissime, anche se io sposterei la spiegazione sul metro allitterativo all’inizio perché così si prova sin da subito a leggere il testo in inglese (il libro ha il testo a fronte in italiano) prestando attenzione agli accenti e alle assonanze.
Detto ciò, cosa mi è piaciuto della vicenda narrata da Tolkien? Mi è piaciuta l’ineluttabilità del destino che volge al peggio. Mi è piaciuto lo spessore dell’orgoglio e dello struggimento di Lancillotto che per amore ha perso tutto e ora soffre nel riconoscere che non ne valeva la pena e che ormai tutto è spezzato. Mi sono piaciute la disperazione e la cupa rassegnazione di Artù, incatenato nel suo ruolo e cosciente di essere l’ultimo baluardo prima dell’avvento della barbarie. Mi sono piaciuti la gelida Ginevra, il bramoso Mordred, il valoroso Gawain. Mi è piaciuta il malinconico mutare del paesaggio con gli stati d’animo dei protagonisti.
Mi è dispiaciuto da morire che Tolkien abbia accantonato questo poema lasciandolo incompiuto per dedicarsi ad altro (forse a lo Hobbit?).
Lascio una citazione della postfazione di Gianfranco de Turris che per me cattura bene la magia delle narrazioni tolkeniane:
Tolkien non era interessato a vicende banali, a storie di pura avventura fini a se stesse, limitate al percorso individuale di personaggi stereotipati. La sua visione era molto più ampia e profonda. Ciò che voleva era la rappresentazione, in termini poetici e narrativi, delle vicende archetipiche del pensiero: lo scontro fra il Bene e il Male (fondamentale in tutta la sua opera), il contrasto fra dovere e opportunità, fra senso d'inadeguatezza e destino da affrontare, fra visione e realtà, fra debolezza e necessità, fra orgoglio e percezione del limite. E ovviamente il valore del Potere, il senso della Morte e il desiderio d'immortalità. I simboli da lui usati si dilatano perciò immediatamente a un livello superiore a quello di banali artifici narrativi, e trasmettono significati ben più profondi di quelli legati alla loro interpretazione letterale, estetica o anche psicologica.
Lascio anche una citazione di Tolkien sull’evoluzione della lingua che per me è applicabile anche a quello che sta succedendo all’italiano:
La nostra lingua è oggi diventata assai rapida nella sillabazione, e magari agile e flessibile, ma è alquanto tenue nella sonorità e in un certo senso troppo diffusa e vaga. L'idioma dei nostri padri, specie in poesia, era lento, non troppo flessibile, ma molto sonoro, ed era assai denso e compatto - o poteva diventare tale in un buon poeta.
Infine, sempre da Gianfranco de Turris, la differenza tra il mito arturiano della narrazione francese e quello della narrazione anglosassone (alla quale si rifà, ovviamente, Tolkien) :
Nella nostra cultura di derivazione sciaguratamente francese, l'immagine che in genere abbiamo della matière de Bretagne è quella che deriva principalmente dai romanzi cortesi d'Oltralpe, e in particolare dal "romanticismo" ante litteram di Chrétien de Troyes, cui soggiacque anche Dante ("Quando leggemmo '1 disiato riso / esser baciato da cotanto aman-te..."): un mondo di nobili sentimenti, di cavalieri erranti, in cui rifulgono "le cortesie, l'audaci imprese" di prodi personaggi senza macchia e senza paura, un mondo fiabesco e intriso di magia. Del tutto diversa è la tradizione originaria anglosassone, secondo il termine usato da Tolkien nell'Appendice a questo volume. Lì le vicende sono molto più sanguigne e violente, le passioni più torbide, i personaggi agitati da sentimenti ben più terreni della concezione astratta dell'onore. Gli obiettivi sono assai più concreti della conquista di un mitico e inafferrabile Graal: sono il potere, la ricchezza, il dominio, le donne non come visioni da riverire ma come oggetti sessuali di cui godere.