“La strangera” è un romanzo ambientato sulle Alpi, in un rifugio situato a duemila metri di quota, dove Beatrice si trasferisce per lavorare.
Insoddisfatta della vita in città, stanca delle tensioni causate dalla convivenza con la madre, confusa circa il futuro e la strada lavorativa da intraprendere, a ventiquattro anni – e a pochi passi dalla laurea – la protagonista lascia Torino per provare l’esperienza della vita tra i monti. Appassionata escursionista e alpinista, sfrutta l’occasione di essere assunta presso il rifugio gestito dal “Barba”, un tipo rude e scontroso, sotto le cui direttive lavorano già alcuni ragazzi.
La struttura, aperta per quasi tutto l’anno, è molto frequentata grazie anche a una carrozzabile che la collega al fondovalle. Uno dei primi avventori a notare la sua presenza, unica femmina del gruppo, le affibbia l’appellativo di “strangera” (straniera, forestiera) a causa della sua origine cittadina. Un soprannome poco originale ma azzeccato perché Bea, che fin da bambina si sente spesso fuori posto e vorrebbe trovarsi altrove, impaziente di andarsene da un luogo “ancor prima di arrivare”, “senza patria, senza una casa a cui tornare”, nella ricerca del posto ideale arriverà a sperimentare un nuovo tipo di solitudine e ad apparire straniera a sé stessa.
L’autrice Marta Aidala, al suo esordio letterario, ha creato il personaggio di Beatrice sulla base delle proprie esperienze in montagna. Realistico, privo di trama elaborata o inverosimile, “La strangera” è centrato sull’evoluzione interiore della protagonista; la convivenza con i colleghi di lavoro, gli incontri con gli abitanti dell’alta valle (casari, malgari, pastori) e con una variegata umanità la aiutano a capire ciò che è disposta ad accettare, ciò a cui può rinunciare e, infine, a scegliere quale sarà per lei la strada da seguire.
Sullo sfondo della storia di Bea – e della sua amicizia con Elbio, un giovane malgaro che durante l’estate vive poco distante dal rifugio – sono sempre in agguato i problemi e le difficoltà che caratterizzano la vita alpina. Fonte di contrasti può essere la presenza di un lupo solitario, oppure la strada che arriva al rifugio, la quale porta certamente più clienti per tutti, ma anche l'eco della civiltà del rumore e del consumo. Attraverso le dispute che sorgono tra chi vorrebbe preservare il più possibile l’ambiente naturale (il “Barba”) e coloro che ambirebbero a usufruirne il più possibile (i valligiani), la protagonista comincia a pensare che a volte una via intermedia potrebbe costituire una buona soluzione – anche quando ciò implica ridimensionare le ambizioni, o, più semplicemente, scendere un po’ di quota.
La retorica della “montagna assassina” e delle Alpi quale “terreno di gioco” si svuotano giorno dopo giorno – soprattutto in presenza della morte – lasciando in evidenza solo gli effetti della sottovalutazione dei pericoli e della sopravvalutazione delle capacità umane. Le grandi montagne che circondano la conca dove sorge il rifugio mostrano giorno dopo giorno la loro vera essenza: un luogo minerale adatto a pochi esseri viventi, un ambiente estremo in cui una piccola parte dell’umanità ha sperimentato una dura sopravvivenza e dal quale oggi cerca di trarre con fatica le risorse per vivere – come Bea comprende osservando la vita della famiglia di Elbio.
“Siamo tessuti con la stessa trama dei sogni”, e fatti un po’ della sostanza di cui sono fatti gli alberi, l’erba, l’acqua e le rocce, i camosci e i fiori: ma al richiamo della natura Beatrice non può rispondere, costretta a guardarsi intorno dalla finestra o dalla terrazza del rifugio.
I giorni delle escursioni e delle arrampicate fanno parte del passato; ma le pause imposte dal maltempo e le giornate in cui gli escursionisti scarseggiano, nonché le corse verso qualche malga o le discese a valle in cerca d’aiuto, diventano occasioni di libertà. E allora sia estate o inverno, al primo raggio di luce dorata del mattino o al chiarore della luna e delle stelle, seguendo i sentieri nel sottobosco o le tracce sull’altopiano innevato, la “strangera” può tornare ad attraversare per brevi momenti un incanto di luci, suoni, riflessi e colori.
“Chiusi gli occhi e tutto si fece arancione, a chiazze blu e verdi.
Quella era la mia casa e io mi stavo godendo il suo giardino.”