Il Dio dei nostri padri è un libro che sorprende per equilibrio: una lettura fluida e accessibile, ma che non rinuncia mai alla profondità. L’autore attraversa la Bibbia come si attraversa un paesaggio abitato, non per riportare nozioni, ma per generare comprensione, con un linguaggio limpido che conquista. La narrazione scorre — mai faticosa, mai accademica — e riesce a condurre anche un lettore inesperto dentro temi antichi come la Creazione, il male, la giustizia, la libertà, rendendoli vivi e contemporanei.
Colpisce l’interpretazione della Creazione: non come cronaca cosmologica, ma come racconto simbolico che ci parla di responsabilità e limite. La descrizione dell’uomo creato “a immagine e somiglianza” apre riflessioni sull’etica: l’uomo non è padrone ma custode, non proprietario ma responsabile. L’autore non teme ambiguità, mostrando persino un Dio “artigiano” che plasma, spera, tenta, come un vasaio o un contadino, un'immagine straordinariamente umana e tutt’altro che astratta.
Proprio questo sguardo non dogmatico permette paragoni inattesi e brillanti. Quando si affronta il Diluvio, l’autore lo accosta ai fenomeni climatici moderni: il riscaldamento globale, lo scioglimento dei ghiacci, l’innalzarsi delle acque. Non diventa mai ideologia: è cultura, è stimolo, è capacità di vedere nelle antiche narrazioni la matrice delle nostre inquietudini. È la stessa maestria con cui Herman Melville, nel Moby Dick, parte dalla caccia a un capodoglio per indagare il significato dell’ossessione, del destino, della condizione umana; e come l’oceano di Melville, anche l’universo biblico diventa qui specchio simbolico, abisso e metafora.
Questi collegamenti extra-letterari, mai pedanti, costruiscono un fertile terreno in cui storia, filosofia e spiritualità dialogano. C’è Dante che, dopo aver attraversato l’Inferno e scalato il Paradiso, scopre nel volto di Dio “la nostra effige”: una citazione che illumina la riflessione biblica con la più alta poesia italiana. C’è la massima del rabbino Hillel — «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te» — indicata come radice stessa del cristianesimo, e posta in dialogo con il Vangelo.
La parte dedicata al Libro di Giobbe è forse la più intensa, e mostra l’autore nel suo momento migliore. Qui la Bibbia non è un testo che “spiega il male”, ma un testo che lo abita: con domande, disperazione, resistenza, e un Dio che rimane mistero. È una riflessione che echeggia Dostoevskij e Kafka, sfiorando quella linea vertiginosa in cui religione e psicologia si incontrano. Eppure tutta questa profondità non diventa mai astratta: Giobbe, seduto sulle ceneri, è presentato come un uomo che sta cercando di restare in piedi nel cuore della tempesta. È la versione biblica di Achab, che scambia il mare per il proprio destino; solo che Giobbe, al contrario, continua a interrogare, non a inseguire.
Infine, ciò che rende memorabile questo libro è l’attenzione alla dimensione umana: si racconta l’angelo Raffaele come compagno discreto, si restituisce dignità e grandezza alle figure femminili (Debora, Rut, la sposa del Cantico dei Cantici), e soprattutto si mostra un Dio che entra nella storia e nelle relazioni. È un’opera che, pur rimanendo introduttiva, ha momenti di luminosità intellettuale e spirituale sorprendenti, e che permette al lettore di sentire — più che capire — che la Bibbia non è un monumento silenzioso ma un dialogo, un racconto vivo, un atlante della condizione umana.
In conclusione, Il Dio dei nostri padri riesce a fare ciò che solo i libri veramente riusciti fanno: apre domande senza chiuderle, parla al pensiero senza soffocare il cuore, e ci mostra che i grandi racconti — quelli della Bibbia come quelli di Melville, Dante, Dostoevskij — sono nati per essere interrogati, non per essere idolatrati. È una lettura che rimane dentro, come quelle che non finiscono quando si chiude il libro.