È uno di quei romanzi che, pur rientrando nel genere della narrativa, riesce a distinguersi per il modo in cui scava nei legami umani, nella memoria e nei piccoli grandi drammi della giovinezza. Quella raccontata da Lorenzo Zucchi è una storia fatta di incomprensioni, silenzi, ferite e tentativi – a volte goffi – di riconnettersi con ciò che si è stati.
Al centro della trama c’è un gruppo di amici d’infanzia che si ritrova dopo anni in occasione di una festa organizzata da Scivolo per il ritorno di Panda dall’Erasmus. Quel che potrebbe sembrare un semplice incontro tra vecchi amici diventa presto un’occasione per fare i conti con un passato doloroso, segnato dal suicidio di Acqua, che aveva segnato la fine della loro compagnia.
I personaggi si chiamano con soprannomi curiosi e insoliti – Scivolo, Panda, Nuvola, Erba, Cemento, Distry, Cybo – e ammetto che all’inizio ho avuto qualche difficoltà a orientarmi, ma pagina dopo pagina ho imparato a riconoscerli e a capirli.
Lo sfondo è quello della provincia parmense, con tutto ciò che comporta: uno spazio ristretto dove le voci corrono, le etichette si attaccano addosso e il giudizio degli altri pesa più di quanto si voglia ammettere. Ognuno dei protagonisti affronta una fase diversa della propria crescita: chi ha appena finito la scuola, chi torna da un’esperienza all’estero, chi deve occuparsi di un’azienda di famiglia. E dietro ogni scelta ci sono fragilità, aspettative e silenzi mai davvero affrontati.
Nel corso della lettura emergono temi profondi e attualissimi: l’identità, i pregiudizi, le responsabilità familiari, le dipendenze, la solitudine.
Zucchi racconta tutto questo con uno stile diretto, a tratti spigoloso, ma mai superficiale. Non offre soluzioni, non dà giudizi: mostra, lascia parlare i silenzi, e costringe il lettore a riflettere.
Ma questo romanzo, pur centrato sul mondo giovanile, non parla solo ai giovani. Le tematiche che affronta riguardano tutti. Perché, alla fine, il giudizio degli altri ci accompagna per tutta la vita. Viviamo in una società che dice “non giudicare”, ma poi lo fa continuamente. Che tu sia magro o grasso, eterosessuale o omosessuale, conforme o fuori dagli schemi… verrai comunque giudicato.
C’è un’enorme ipocrisia dietro certe frasi di circostanza, e forse l’unico modo per sopravvivere è imparare a vivere con leggerezza. Accettare che gli altri parleranno sempre – bene o male – e andare avanti lo stesso. Perché chi giudica spesso lo fa per ignoranza, per paura, o per proiettare sugli altri le proprie insicurezze. Nessuno ha davvero il diritto di giudicare un altro essere umano.
“I film belli li danno solo di notte” è un romanzo che lascia il segno. Ti accompagna in una storia fatta di errori, scelte difficili, legami da ricucire. Ma soprattutto ti invita a guardarti dentro, a fare pace con ciò che sei stato e con quello che stai diventando. Una lettura che consiglio a chi ha voglia di emozionarsi, ma anche di pensare.
4/5 ⭐️